La deforestazione delle foreste tropicali è un problema che ogni giorno prende risvolti sempre più drammatici. Correre ai ripari significa chiarire il coacervo giudirico intorno alla proprietà delle aree boschive ed incrementare le iniziative di sensibilizzazione sul fenomeno. Le azioni possibili devono muoversi, oltre che sul piano della conservazione del patrimonio ambientale, anche a partire da politiche di controllo e certificazione del legname. Prima che sia troppo tardi.

di Romina Arena – 4 Agosto 2011

deforestazione
Dall’11 al 15 luglio l‘Indonesia ha ospitato una Conferenza internazionale dedicata allo sviluppo e alla gestione delle foreste

Dall’11 al 15 luglio l‘Indonesia ha ospitato una Conferenza internazionale dedicata allo sviluppo e alla gestione delle foreste rivolgendo particolare attenzione alla situazione asiatica. L’Indonesia, infatti, è uno degli Stati con la maggiore estensione boschiva del mondo, nonché il paese e con il più alto tasso di deforestazione: il terzo produttore di gas serra dopo Usa e Cina.

Secondo il rapporto Status of Tropical Forest Management 2011, pubblicato di recente dall’International Tropical Timber Organization (ITTO, l’Organizzazione internazionale per il legname tropicale, conta sessanta Paesi membri che, complessivamente, rappresentano l’85% della superficie globale delle foreste tropicali ed oltre il 90% del giro di affari legato al legname), la superficie di foreste sottoposta ad una forma di controllo e certificazione del legname da lì proveniente negli ultimi cinque anni è cresciuta del 50%, con una copertura di circa 53 milioni di ettari. Per converso, tuttavia, questa superficie rappresenta soltanto il 10% delle foreste tropicali complessive. Un dato tutt’altro che rassicurante se si pensa all’impossibilità di regolamentare lo sfruttamento del legname e, di conseguenza, di arginare la deforestazione in generale ed il disboscamento indiscriminato che, secondo l’International Panel on Climate Change (IPCC), incide per il 18% sulla quota di emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera.

Attentare alla salute e, in definitiva, alla vita vera e propria delle foreste tropicali è una pratica perpetrata da decenni con il risultato che ogni anno milioni di ettari sono letteralmente cancellati per fare spazio all’agricoltura, alla pastorizia e, di recente alla coltivazione di cerealicoli come la colza, utili per produrre biocarburanti.

foresta tropicale
La lotta contro il disboscamento passa imprescindibilmente attraverso la capacità di gestire con coscienza l’intero patrimonio ambientale mondiale

Per scongiurare un disastro di dimensioni ciclopiche, le più svariate istituzioni internazionali e forum globali hanno messo in campo numerose iniziative e progetti incentrati sui cambiamenti climatici. Uno di questi progetti è la creazione di un “fondo di sostegno a favore della riduzione delle emissioni generate dalla distruzione e dalla degradazione delle foreste”. Duncan Poore, ex-direttore generale della Unione Mondiale per la Conservazione della Natura (IUCN), una delle più note e antiche organizzazioni ambientaliste, riconosce i meriti del fondo, che considera una “promessa”, ma allo stesso tempo pone l’accento sul fatto che esso debba evolversi “nel riconoscimento e nel supporto di iniziative che si concentrino sull’utilizzo sostenibile delle risorse della foresta tropicale, inclusa la produzione sostenibile di legname, opponendosi al fatto che divenga primariamente un fondo per la conservazione delle foreste”. Una delle prime iniziative successive all’impostazine del fondo è stata progettata dall’Ong Wildlife Works per il Kenya, che ha portato alla conservazione di 200 mila ettari di foresta vicino al Kenya’s Tsavo East and Tsavo West National Parks.

La lotta contro il disboscamento passa imprescindibilmente sulla capacità di gestire con coscienza l’intero patrimonio ambientale mondiale. Questo non significa trasformare le foreste in santuari inviolabili, ma riuscire a coscientizzare concretamente l’indotto che lucra sul mercato del legname. Gran parte del problema, infatti, sta nell’ignoranza o nell’indifferenza diffusa dei mercati occidentali della carta e del legname sulla provenienza dei prodotti dalle aree certificate. Una questione di mero opportunismo economico, perché è da molti anni che il prezzo del legname è estremamente basso ed è quindi conveniente per tutti che la situazione rimanga invariata.

Jurgen Blaser, che è stato direttore della Fondazione Svizzera per lo sviluppo e la cooperazione internazionale, ora Helvetas Swiss Intercooperation sostiene che soprattutto nelle nazioni ricche, i consumatori non sembrano intenzionati a pagare prezzi significativamente più alti per legname certificato o verificato legalmente.

Tuttavia il problema principale per la tutela delle foreste è quello dei diritti di proprietà, che in inglese viene definito con la parola ‘tenure‘; un problema che, nell’affrontare l’argomento desta sempre scarsa attenzione e che però risulta spesso essere cruciale. Questo termine, ‘tenure’, indica l’insieme delle svariate forme di diritto che singoli, comunità e istituzioni possono avere su una determinata porzione di territorio; diritti che vanno dalla proprietà all’usufrutto, dalla licenza di utilizzo alla servitù passiva, fino a una serie di contratti ed accordi variabili a seconda del caso particolare.

mata atlantica
Il problema principale per la tutela delle foreste è quello dei diritti di proprietà

Nel caso delle foreste, è comune pensare che esse siano di esclusiva proprietà dello Stato. Non è così facile, ne così scontato perché la maggior parte della superficie delle foreste tropicali è, letteralmente, ‘terra di nessuno’,un vero e proprio coacervo di diritti dove ogni cosa è possibile, incluso lo sfruttamento distruttivo. Questa matassa intricata, dunque, impone come prima azione necessaria quella di chiarire, a livello statale e internazionale, quali siano le norme legislative da applicare alle foreste e quali siano gli effettivi diritti di proprietà; definire confini e regole anche solo per fare emergere gli accordi ‘sottobanco’ che Stati corrotti e altri insospettabili raggiungono con multinazionali senza scrupoli allo scopo di un uso indiscriminato.

Intanto Unimondo ha esordito con una curiosa iniziativa che passa per il social network più popolare del mondo: Facebook. L’iniziativa, battezzata “un fan un albero“, punta a sostenere un progetto di riforestazione in Kenya in quattro mosse: si entra su Facebook; si cerca Unimondo face2facebook; si diventa fan; si suggerisce ai propri contatti di diventare fan di Unimondo. Il numero di alberi che sarà piantato in Kenya dipenderà dal numero di amici che diventeranno fan di Unimondo sul social network. La riforestazione è curata da Tree is Life, un gruppo di giovani agroforestali già rodati in questo settore, che Unimondo segue da otto anni. Unimondo pubblicherà periodicamente sul suo portale e su Facebook lo stato di avanzamento del progetto; il lettore di Unimondo, poi, potrà scrivere direttamente al coordinatore di Tree is Life in Kenya per avere un aggiornamento del progetto.

Il Cambiamento.it

Commenta su Facebook