da Capire davvero la crisi

TTIP: tutti ne sentono parlare, pochi ne parlano, ancor meno provano a capirci qualcosa. La domanda è quindi d’obbligo: cosa si cela dietro a questa sigla che ormai da mesi si annida tra le pagine economiche di tutti i quotidiani del mondo? Vi abbiamo già dimostrato come il fisco italiano si accanisca contro piccole e medie imprese. Ora vedremo come, con il TTIP, le Pmi rischino di finire sotto scacco definitivamente

COS’È

TTIP è un acronimo per Trans-Atlantic Trade and Investment Partnership, l’accordo transatlantico di libero scambio commerciale allo studio di Stati Uniti ed Unione Europea.

Esso si configura come il tentativo di integrare i due sistemi economici, abbattendo i dazi doganali e riducendo le barriere non tariffarie; armonizzando gli standard per la produzione dei beni e l’erogazione dei servizi; omologando i regolamenti tecnici, gli standard dei prodotti commerciali, i rapporti di lavori e le linee guida sugli investimenti esteri. È in corso di negoziato dal febbraio 2013: sino ad ora si sono svolti già dieci incontri. Il 5 ottobre scorso, intanto, è stato sottoscritto il Trattato di libero scambio trans-Pacifico, che coinvolge 12 Paesi della regione e giunge al termine di tredici anni di trattative.

Si tratta di un accordo che interessa un’area che produce il 40% del Pil mondiale e dove si realizza un terzo degli scambi commerciali del pianeta: nonostante debba ancora essere ratificato dai governi dei 12 Paesi, molti osservatori già considerano il TTP come uno dei maggiori successi in politica estera della seconda amministrazione Obama. La Commissione Europea avrebbe in apparenza tutto l’interesse a chiudere a propria volta un analogo trattato con gli Usa, e a farlo il prima possibile, innanzitutto per evitare che il baricentro degli interessi statunitensi si sbilanci eccessivamente verso la costa ovest.

I PRO

È evidente che si tratterebbe di un accordo di portata storica. In un documento del settembre 2013, la Commissione Europea stimava che la sua realizzazione avrebbe accresciuto il reddito medio delle famiglie europee di 545 euro e aumentato il Pil della Ue dello 0,5%. L’export verso gli Usa, sostengono le stime di Bruxelles, crescerebbero del 28%.In un’intervista al Sole 24 Ore, il viceministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda ha inoltre puntualizzato che la creazione di due aree di libero mercato, atlantica e pacifica, ridurrebbe il margine di manovra dei Brics che oggi, in alcuni casi, adottano politiche protezionistiche.

I CONTRO

Tuttavia, molti, soprattutto in Europa, esprimono preoccupazione per le modalità con cui il trattato potrebbe venire sottoscritto. A indebolire, soprattutto in materia ambientale, la posizione della Ue c’è innanzitutto lo scandalo Volkswagen come ha anche lasciato intendere, in una recente intervista a Der Spiegel , lo stesso commissario europeo al Commercio Cecilia Malstrom.

C’è poi il rischio, come ricordava la settimana scorsa anche Mario Platero sul Sole 24 Oredi una riduzione nei posti di lavoro per i settori produttivi ad alta intensità di manodopera e più in generale del pericolo di una penalizzazione delle imprese medie e piccole a vantaggio dei colossi multinazionali.

Un pericolo – avvertono i detrattori del TTIP – dalla cosiddetta “Investor-State Dispute Settlement” (Isds): una clausola fortemente voluta dagli Usa che affiderebbe la risoluzioni delle controversie tra Stati e investitori a un arbitrato. Si tratta di una soluzione fortemente osteggiata dalla Ue, che preferirebbe invece affidare a un sistema giudiziale questo genere di dispute. Il rischio ravvisato è quello di potentissime multinazionali che continuino a minacciare gli Stati sovrani, specie se piccoli, con la spada di Damocle di cause multimiliardarie. L’introduzione del provvedimento sancirebbe quindi l’istituzionalizzazione dello strapotere delle grandi corporations sulle istituzioni pubbliche e sulle imprese medio-piccole, che, insieme agli Stati, potrebbero essere trascinati in tribunale in qualsiasi momento. Interessante, a questo proposito è il caso della causa per cui l’Australia è stata trascinata davanti a una corte arbitrale dalla Philip Morris, dopo che le autorità federali, nel 2011, passarono una legge che imponeva la vendita di sigarette solo in confezioni anonime. La multinazionale del tabacco prima ha presentato ricorso secondo le leggi australiane, ma è stata sconfitta in giudizio. Quindi, proprio grazie a un accordo Isds, ha potuto presentare istanza di arbitrato.

Se passasse la linea sostenuta dagli Usa le controversie sarebbero affidati al giudizio di privati cittadini: a soccombere sarebbero il libero mercato, con il depotenziamento di ogni vera concorrenza, e la democrazia stessa, con la perdita di potere delle decisioni popolari – che verrebbero di fatto scavalcate dall’egemonia dei grandi concentramenti finanziari ed industriali. Molte proteste – soprattutto da parte delle associazioni dei consumatori – sono state indirizzate poi contro l’omologazione in materia di standard commerciali: un’omologazione che appiattirebbe la legislazione europea su quella statunitense, assai meno avanzata in materia di diritto della salute, standard dei servizi e tutela del consumatore e dell’ambiente.

Parlando alla Camera dei Deputati nel settembre dello scorso anno, il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz ha esortato l’Italia e gli altri Paesi Ue a non sottoscrivere il trattato, sostenendo che il suo vero scopo non stia nell’abbattimento di dazi doganali e barriere non tariffarie, già piuttosto bassi, ma nell’abbassamento degli standard europei in tema di tutele ambientali, di sicurezza e di diritti dei lavoratori. Non giova a rassicurare opinione pubblica e addetti ai lavori, inoltre, la segretezza in cui vengono condotti i lavori preparatori per la stesura del trattato.

Quella di Stiglitz, però, non è un’opinione isolata: un altro Nobel per l’economia, Paul Krugman, ribadiva a gennaio sul proprio blog ospitato dal New York Times che i magnificati effetti del TTIP potrebbero rivelarsi ben poca cosa considerando che l’impatto delle liberalizzazioni dei commerci è tanto maggiore quanto più pronunciato era il protezionismo precedente (che ora, invece, non è così accentuato). Krugman aggiunge inoltre che, se anche il TTIP dovesse aumentare le esportazioni, “ogni Paese finirebbe per spendere di più in prodotti esteri e meno per i beni nazionali”, senza aumentare la domanda totale e senza sventare la minaccia della deflazione.

 I COMPARTI A RISCHIO

A rischio sarebbero soprattutto le micro e piccole imprese, le produzioni artigianali legate al territorio e gli standard agroalimentari. Tra i comparti che più soffrirebbero c’è proprio quello agroalimentare, tanto che da più parti ne è stato chiesto lo stralcio dal negoziato. Secondo un rapporto commissionato dalla Camera all’Istituto di Coopreazione Economica Internazionale, ” interi comparti produttivi dell’agroalimentare, oggi tutelati nelle loro scelte qualitative, domani potrebbero trovare più conveniente ridurre la produzione o uscire addirittura dai consorzi di tutela per avere carte da giocare (sul piano dei prezzi soprattutto) sul mercato unificato”.

Non solo: le regole dell’Unione, ad esempio, sui pesticidi e sugli Ogm in campo agricolo e alimentare potrebbero venire messe al bando come intralcio al libero commercio. Il trattato aprirebbe i mercati europei ai prodotti alimentari statunitensi a basso costo, facilmente collocabili “nelle fasce di popolazione a minor reddito, oppure nei Paesi UE con minor tradizione agroalimentare.” Preoccupazioni sono state espresse anche da quei settori industriali che più hanno bisogno di energia e che sarebbero penalizzati dal basso costo dell’energia prodotta negli Usa – anche grazie allo shale oil.

Un rapporto commissionato dal ministero dello Sviluppo Economico alla società di analisi Prometeia Spa evidenzia come, proprio a causa del basso costo delle merci statunitensi, i settori più colpiti sarebbero quelli della filiera chimica, della carta e del legno e, ancora una volta, quello agricolo.

LE PROTESTE CONTRO IL TTIP

In Europa e soprattutto in Germania si è sviluppato un forte movimento di opposizione all’adozione del TTIP, nonostante il suo carattere non ancora del tutto definito – e in una certa misura anche proprio per questo. Sabato 10 ottobre a Berlino sono scese in piazza oltre 250mila persone e quasi due milioni di firme sono state raccolte in tutto il continente. In Germania si oppongono al TTIP la sinistra e la galassia no global, gli ambientalisti e parte dei sindacati, mentre in Italia – nell’indifferenza generalizzata – sono Beppe Grillo e il suo Movimento che da anni lottano contro quella che ama chiamare la “Nato economica”.

Non sarà facile, per la Ue, far digerire ai propri cittadini un provvedimento presentato, a torto o a ragione, come calato dall’alto. Ancor più difficile sarà costruire una linea comune al di sopra degli interessi nazionali, con la partita delle sanzioni alla Russia ancora aperta.

C’è, a questo proposito, un’osservazione interessante che si può trarre da un’intervistaconcessa da Mario Monti a Strade qualche giorno fa a Strade Magazine. Parlando dei populismi del nostro tempo, l’ex presidente del Consiglio ricorda che “Oggi la globalizzazione e l’integrazione vanno avanti per quanto dipende dalla tecnologia e dai mercati, ma laddove richiedono atti di decisione politica, e soprattutto decisioni coordinate tra i diversi stati (che in Europa dovrebbero essere particolarmente sviluppate) si arrestano o retrocedono. Ci si può addirittura chiedere se la democrazia come noi la conosciamo e l’integrazione internazionale siano ancora compatibili.”

Quello che ci chiediamo invece noi è da quale parte si schiererebbe Monti, se per l’integrazione internazionale o per la democrazia “come la conosciamo”.

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