In pochi giorni, nella vicenda della presunta uccisione di Bin Laden, si è passati dalle dichiarazioni del segretario di Stato USA Hillary Clinton di apprezzamento per il ruolo che i servizi segreti pakistani avrebbero svolto nella individuazione del bersaglio, alle aperte accuse del Presidente Obama contro il governo del Pakistan, sospettato addirittura di aver fornito una rete di appoggio al terrorismo.
Le dichiarazioni di Obama contro il Pakistan non costituiscono una novità, anzi rappresentano l’unica promessa elettorale mantenuta dall’attuale presidente USA. Nel 2007, quando era ancora un semplice candidato alla presidenza, Obama non solo lanciò contro il Pakistan accuse analoghe a quelle attuali, ma arrivò persino a prospettare azioni di anti-terrorismo sul territorio pakistano, senza chiedere il permesso del governo del Pakistan e neppure informarlo. (1)
Lo status di “alleato” degli USA non è quindi servito al Pakistan per sfuggire alle provocazioni ed alle minacce di aggressione. Per un Paese come il Pakistan, che costituisce un coacervo etnico, il fatto che il principale alleato delegittimi così pesantemente il governo, diventa obiettivamente una spinta alle ribellioni interne. In pratica è come se Obama avesse lanciato un appello ai vari capi tribali, incoraggiandoli a proclamare le loro secessioni.

Ciò rende un palese nonsenso la formula cara agli “antimperialisti, ma non troppo”, alla Ingrao o alla Rossanda, secondo i quali non basta essere nemico degli Stati Uniti per essere amico nostro. In realtà il colonialismo non si basa sulla alternativa amico/nemico, ma da sempre pratica l’aggressione in primis nei confronti degli “alleati”. Nel lontano 1704 la Gran Bretagna si impadronì della Rocca di Gibilterra sottraendola con un colpo di mano alla Spagna, che era in quel momento un alleato della stessa Gran Bretagna in una delle tante guerre di Successione dell’epoca.
Il Pakistan è stato davvero un alleato determinante degli Stati Uniti, anzi esso può essere considerato l’attore decisivo nella sconfitta e nel declino dell’Unione Sovietica. Dopo l’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979, il Pakistan costituì non solo la base di appoggio logistico della guerriglia, ma anche il serbatoio di reclutamento tra le tribù di confine, tanto che quella guerra può essere annoverata a tutti gli effetti come un conflitto sovietico-pakistano.
Senza la rovinosa sconfitta e la distruzione del prestigio dell’Armata Rossa in Afghanistan, le cosche affaristiche russe del KGB non avrebbero potuto liquidare il cosiddetto “socialismo reale”, in effetti un socialismo militare di stampo brezneviano. Se non ci fosse stato l’impegno del Pakistan gli Stati Uniti non avrebbero vinto la Guerra Fredda, e Woytila neppure avrebbe potuto usurpare il merito della vittoria sul comunismo ed essere così beatificato; e magari la sua elezione al Soglio Pontificio sarebbe stata classificata solo come una curiosa anomalia, una tra le tante “trovate” di Zbigniew Brzezinski, consulente di politica estera del presidente Carter e, dal 2007, anche eminenza grigia di Barack Obama. (2)
In questi ultimi trenta anni il Pakistan è diventato una colonia della CIA e, ovviamente, anche delle multinazionali più legate ai servizi di intelligence statunitensi, come la onnipresente Philip Morris, divenuta padrona e monopolista del business del tabacco in Pakistan. (3)
Il livello di potenza della Philip Morris costituisce infatti un indicatore oggettivo del grado di presenza della CIA in un determinato Paese, perciò potrebbe risultare istruttivo sapere che la stessa Philip Morris monopolizza il settore del tabacco, e le relative risorse agricole, anche in Italia. (4)
La gratitudine non è mai stata una virtù del colonialismo, perciò oggi il Pakistan si trova inevitabilmente nel mirino statunitense, poiché la dissoluzione etnica di un Paese di oltre centottanta milioni di abitanti potrebbe costituire la base di partenza per una destabilizzazione/balcanizzazione di tutta l’Asia; secondo lo schema coloniale che vede nei grandi Stati, per quanto sottomessi possano essere, un oggettivo ostacolo al procedere della colonizzazione. Le etnie spesso attraversano i confini degli Stati, costituendo perciò un potenziale fattore di destabilizzazione a catena.
Se le etnie non esistono, allora si inventano, come la Padania. A Napoli le agenzie di psywar della NATO sono persino riuscite ad inventarsi una sorta di sotto-etnia che vivrebbe nei cosiddetti “Quartieri Spagnoli”, una locuzione puramente giornalistica che ha soppiantato il termine tradizionale, che individuava quell’area urbana semplicemente come i “Quartieri”.
L’uso equivoco che fa la propaganda ufficiale di termini come “impero”-“imperiale”-“imperialismo” fa spesso passare l’idea dell’esistenza di un “ordine mondiale”, magari turbato dalle follie del dittatore o del terrorista di turno, da rimettere ogni volta al suo posto. Al termine “impero” è legata anche una serie di suggestioni ideologiche circa una sorta di inesauribile creatività del potere, che andrebbe ogni volta inseguito nelle sue innumerevoli metamorfosi.
In realtà il colonialismo si fonda sulla destabilizzazione permanente, ed anche su schemi piuttosto elementari, ripetitivi e facilmente riconoscibili, in Jugoslavia, in Libia, ed ora anche in Siria ed in Pakistan. Il passaggio dalla consulenza ideologica dei “neocon” a quella di un Brzezinsky non comporta infatti un mutamento di questi schemi, ma solo un parziale adattamento negli slogan e nella priorità dei bersagli.

(1) http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.cbsnews.com/stories/2007/08/03/politics/main3130600
(2) http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.economist.com/blogs/democracyinamerica/2007/03/
(3)http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.reuters.com/article/2007/03/09/businesspro-pakistan-morris-dc-idUSISL13794220070309
(4) http://webcache.googleusercontent.com/search?q=cache:F2uEk2NSFMEJ:www.politicheagricole.it

Pubblicato daAlba Kan
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