BREVIARIO DEL CAOS
(parte quarta)

Ci cacciano dentro un labirinto, parlandoci della comunicazione, e ci costringono a regredire per amore del superamento futuro e dell’espansione finale. I nostri maestri non escono più dalla logomachia, e dopo aver sostituito tre dozzine di parole, che capiamo, con tre dozzine di parole sconosciute, mediante le quali creeranno un codice a loro uso e consumo, ci informano di aver gettato nuove basi e ci invitano a tributar loro ammirazione. Mai spiegazioni del mondo furono cosi miserevoli, poiché i pesi e le misure sono falsi, i punti di riferimento tutti discutibili, per non parlare poi dell’adozione di certi termini, stiamo entrando nel caos delle idee e vi siamo condotti dalla prostituzione delle parole. Nessuno è più quel che è e ognuno vuol essere diverso, rifiutando però di diventare quel che si studia di apparire, di qui i mille imbrogli inconcepibili, gli autori dei quali perdono la bussola in mezzo ai loro stessi illusionismi. Conseguenza, di ciò è uno stupore universale, e se si ascoltasse la lezione della Storia, si saprebbe che dallo stupore alla stupidità il passo è quanto mai breve.
Stiamo facendo a chi diventa più stupido, in qualsiasi campo, e le nostre invenzioni non rimediano al paradosso. Sempre più stupidi tra i nostri mezzi sempre più intelligenti, subiremo la legge di tali mezzi ed essi disporranno di noi, con nostra grande delusione, i nostri capi di Stato saranno i loro primi servitori e ci faranno cadere in una schiavitù senza fine. I nostri mezzi ci superano, ed ecco che razza di superamento ci promettono i nostri àuguri; già constatiamo che i nostri mezzi crescono, ed ecco che tazza di crescita ci dipingono gli àuguri; tra i nostri mezzi e noi non c’è più comunanza di linguaggio, e appunto per questo la parola comunicazione è di moda; i nostri mezzi ci trascinano, non sappiamo dove, in quanto il caos acquista grazie a loro una dimensione nuova, così come la necessità, entrambi a scapito della libertà, la quale stinge in libertà di incertezza… e alla fine, eccoci più sprovveduti dei nostri antenati e sul punto di allogare in un mare di controsensi. Sono bastate poche generazioni per colare a picco le navi più solide, e siamo stati noi a incaricarcene, soltanto noi, non già le tempeste della Storia.
Lo spirito di dissoluzione pervade ogni cosa, noi soccombiamo con voluttà all’orrore e, colti da provvidenziale follia, riformiamo in continuazione i programmi di studio, sopprimendo, uno dopo l’altro, gli elementi che furono i gradini della chiaroveggenza. In cambio offriamo un caos di frantumi alla generazione nascente e, rifiutando le lezioni della Storia, ci affanniamo a innovale, per essere alla moda. Sicché rinunciamo alla dialettica del mutevole e del persistente, immoliamo il secondo al primo e poi ci stupiamo di non aver più alcun punto di riferimento e di ritrovarci in mezzo ai barbari. Giacché sappiamo solo imbarbarire coloro che pretendiamo di istruire, e li rendiamo inermi di fronte alla vita fingendo di prepararveli. Nel pieno del cambiamento perpetuo, bisognava più che mai attaccarsi al persistente, bisognava più che mai coltivare il nostro Umanesimo e più che mai meditare la Filologia e la Storia, bisognava più che mai fornirci di punti di riferimento e più che mai di campioni di pesi e misure. Abbiamo capitolato in anticipo di fronte a ciò che domani ci inghiottirà, colpevoli.
Volendo incivilire la massa di perdizione, abbiamo fatto vacillare i nostri stessi fondamenti, volendo comunicare tutto a tutti, abbiamo rimesso in discussione centinaia di soluzioni ormai acquisite, e c’è bisogno di chiedersi quale sarà la nostra ricompensa? La partita è persa, la massa di perdizione riduce al suo livello ciò che potrebbe elevarla, gravita trascinando con sé gli strumenti che la nostra presunzione ha offerto alla sua indegnità, trascinando a volte anche noi al loro seguito. Diventa difficile mantenere ciò che resta dei nostri privilegi né possiamo più riconquistarli, ormai, nel baratro in cui a torto cerchiamo la legittimità futura. Dall’abisso non può salire alcuna legittimità, abbiamo fatta nostra l’illusione degli utopisti, ma la sentina sociale non redimerà l’universo, e quanto ai santi che hanno intenzione di gettarvisi, vi rimarranno senza speranza di uscirne. La salvezza della specie sì compirà a scapito della massa, la massa è il caos che ha assunto un volto umano e che noi ricacceremo nell’abisso delle sue opere future; ci saranno soltanto uomini, le folle saranno sparite portandosi via il male.
Pochi uomini sopravviveranno alla catastrofe definitiva, in cui perirà la massa di perdizione, generata dal male e dedita al male, cui è consustanziale. Domani l’umanità sarà il resto prezioso che vorrà sempre rimanere resto, allora la superstizione del numero scomparirà fino alla consumazione dei secoli, e la lezione della Storia che fra tutte si preferirà ricordare sarà questa: «Non crescete e non moltiplicatevi mai, la fonte della sventura è la fecondità, abbiate il timore di esaurire le risorse della feria e di lordare la sua candida veste, rifiutate la sorte di insetti e ricordatevi di quegli esseri abortiti, arsi dal fuoco a miliardi, che campavano in mezzo ai rifiuti e bevevano le loro deiezioni, in cinque o sei dentro a una stanza, in una caterva di città mostruose invasi dal frastuono e dal tanfo, nelle quali non spuntava albero. Questi furono i vostri padri, rammentatevi la loro abiezione e non ispiratevi al loro esempio, disprezzate la loro morale e ripudiate la loro fede, egualmente immonde, essi furono puniti per essere rimasti fanciulli e per aver cercato un Padre in Cielo. Il Cielo è vuoto, e voi sarete orfani, per vivere e per morire da uomini liberi».
E ora stiamo entrando nella Grande Notte, con le armi in pugno, vittime e vittimari ad un tempo, alienati e posseduti, figli del caos, accoliti della morte. Giacché moriremo prima a milioni e poi a miliardi, e continueremo a morire fino a che la massa di perdizione non sia estinta e l’universo guarito da questa lebbra, la lebbra degli esseri umani che Io divorano in soprannumero. Solo a questo prezzo l’universo cambierà, solo a questo prezzo la Salvezza, di cui ci parlano da duemila anni, cesserà di essere un’ipotesi, e solo sulla tomba delle nazioni, annientate insieme con i loro monumenti, potremo rigenerare ciò che merita di sopravvivere: il resto degli esseri umani, disillusi delle nostre idee oscure e confuse. In verità, niente si risolverà per meno, e qui le nostre tradizioni e le nostre opere ormai convergono, poiché sia le une sia le altre vanno a finire sempre nel medesimo precipizio, le nostre tradizioni legittimando l’effetto delle nostre opere, le nostre opere confermando la dismisura propria delle nostre tradizioni. Abbiamo torto a lamentare che ci manchino le sintesi, e noi serviremo a dimostrare la loro evidenza.
Siamo colti da follia e da stupidità in mezzo alle nostre opere, non sempre abbiamo l’ingegno dei mezzi che impieghiamo, viviamo su piani che non combaciano Ira loro e non siamo nemmeno contemporanei gli uni degli altri. La dismisura è il nostro denominatore comune e non usciamo mai dall’incoerenza, rifiutiamo l’obiettività dietro i pretesti più fantastici e ci sottraiamo alla verità ricorrendo alla dialettica, possediamo l’arte di moltiplicate a piacere i punti di riferimento e di cambiarli secondo le nostre necessità, finiamo col girare in un labirinto e giustifichiamo il nostro impaccio dichiarando impossibile la sintesi, per via del movimento che ci travolge. Dopodiché tutto diventa lecito e nessuno è responsabile, ora noi siamo automi liberamente complici della fatalità, che divinizziamo perché eviti di farci sentire uomini, godiamo nell’abbandonarci, ci crogioliamo nel nostro accasciamento, corriamo incontro alla nostra rovina rifiutandoci di troncare con quello che ci trascina, siamo affascinati, siamo consenzienti…
Sicché l’abisso invocherà l’abisso, e noi portiamo dentro di noi la volontà di morte, che non possiamo padroneggiare, crediamo che la smania di vivere ci animi, ma questa smania è l’opposto della vita, e la nostra frenesia ci vota al precipizio. L’ordine è più folle di quanto non creda, l’ordine è pili stupirlo di quanto non immagini, e noi che lo sosteniamo sentiamo che ci assomiglia, esso non conosce se stesso così come non ci conosciamo noi, è il cieco che conduce quei ciechi che siamo. Nulla è più spaventoso di questo quadro, ma solo il futuro lo contemplerà, noi ne resteremo sempre all’osculo, noi adempiamo al nostro dovere e ne godiamo, noi militiamo e dormiamo, i nostri anarchici sono i soli a stupirsi di questo accordo e a rifiutarsi di approvare raccomodamento che noi accetteremo senza fiatare, hanno ragione gii anarchici, non gii uomini d’ordine. Eppure gli uomini d’ordine non possono cambiare sistema, e quand’anche il sistema dovesse portarli al caos, preferiscono rimanerne vittime piuttosto che ammettere il loro torto. D’altronde, a che gioverebbe ammetterlo, visto che i loro avversari non hanno niente da proporre?
Nel momento in cui ognuno ha ragione, tutto è perduto, poiché tutto diventa sia lecito sia possibile, è il momento tragico per eccellenza ed è quello in cui ci troviamo. Siamo in mezzo a uomini in buona fede che moriranno per la loro causa fieri di immolarsi, noi sappiamo che nella maggioranza dei casi la loro causa è un malinteso, ma non serve a nulla informarli, si rifiuteranno di darci ascolto, e tanto più in quanto essa racchiude le loro ragioni di vita. L’ideale è quasi sempre un tessuto di equivoci, e se sopprimiamo il controsenso votiamo la maggior parte degli uomini al nonsenso, visto che la verità non è mai alla loro portata. Ora, a ogni giro di ruota i nostri mezzi fortificano la verità, e noi ci sentiamo sempre più spaesati nell’universo, quest’universo che ci ostiniamo a umanizzare sempre di più: tale paradosso non è meno tragico del precedente e non si vede come risolverlo. Quanto tempo dureremo in preda al disordine? Il disordine non può andare avanti in eterno, perché lo spirito umano non lo sopporta senza esplodete. Allora la catastrofe appare preferibile, e l’uomo non esita a correrle incontro, nella speranza di forzare la mano all’avvenire.
Io sono uno dei profeti del nostro tempo e il silenzio mi avvolge, hanno intuito che avevo qualcosa da dire, qualcosa che non volevano sapere, si sono difesi secondo i procedimenti oggi in voga, cercano di seppellirmi vivo e non riusciranno che a rendere più fanatici, un giorno, i miei sostenitori. Persevero nella strada che mi traccio, essa è ormai aperta, non vi starò per molto da solo a camminare solitario, le mie idee mancavano al mondo, e coloro che le adotteranno daranno vita a un nuovo popolo, fra gli uomini d’ordine e gli anarchici. Io non sono anarchico più di quanto non sia uomo d’ordine, le due categorie mi fanno egualmente orrore e mi pongo al di sopra della loro disputa, metto fine all’alternativa assegnando un nuovo asse alla legalità, voglio che il principio femminile presieda alla fondazione della Città futura e sposto tutti i segni, ciò che fu negativo non deve esserlo più e ciò che non lo è ancora lo diventerà di certo, la mia rivoluzione è tutta qui, si mette in moto sotto i nostri occhi e le mie idee la riflettono. Quello che affermo non è un’utopia, è una verità che intravedo.
Mi si dirà che non sono costruttivo, mi si rimprovererà di edificare sulla catastrofe e di considerarla preliminare al riordinamento dell’universo; mi si dirà che sono asociale, mi si rimprovererà di prevedere l’immolazione delle folle e di considerarla necessaria perchè abbia finalmente luogo la restaurazione dell’uomo; mi si dirà che sono disumano, visto che non mi imporla della vita di molti miliardi di insetti e che predico lo spopolamento dell’ecumene; mi si dirà che sono immorale, visto che scuoto l’ asse dei valori e inverto i segni. Riconosco i miei torti, voglio dichiararmi colpevole e sono fiero di perseverare nei miei passi: il fatto è che credo nell’ordine del domani, quell’ordine di cui io sono uno dei profeti e in cui i nostri discendenti ritroveranno ciò che avevano professato gii uomini arcaici. Sono uno dei restauratori di ciò che fu agli inizi del mondo, l’ordine secondo le donne è più antico di quello che osserviamo noi, e io mi riavvicino a quell’ordine, sovverto i nostri fondamenti al solo scopo di portare alla luce ciò che li regge, e lì sopra costruisco una Città domani intemporale.
La Storia è l’avventura da superare, la Storia ha avuto il suo preludio cinquanta secoli or sono e noi non vogliamo morire con lei. L’ordine a venire sarà la tomba della Storia e solo a questo prezzo la nostra specie sopravviverà, dobbiamo uscire dalla Storia e ne usciremo solo per mezzo delle donne, la dominazione delle donne ci affrancherà dalla sua tutela e toglierà la sua ipoteca. Allora e soltanto allora il tempo non sarà più e – come prima che il tempo fosse – l’intemporale diventerà elemento quotidiano, allora e soltanto allora la Terra sposerà il Cielo e la Ierogamia sostituirà il Sacrificio, allora e soltanto allora la fine del mondo che abitiamo assumerà la sua ragione d’essere e non dovremo più temerla. Non possiamo sottrarci alla catastrofe, però possiamo gettare il seme a cui la rovina dell’universo non impedirà di germogliare, possiamo riporre la speranza nella rinuncia a qualsiasi progetto formulato come a qualsiasi disegno apparentemente ragionevole, giacché sappiamo che nulla prevarrà sulla logica di una situazione che ha preceduto gli elementi della sua genesi e che i tempi della nostra morte non riusciranno a risolvere.
Perché il peggio è l’unica certezza che ci limane? Per due ragioni, la prima delle quali è l’impossibilità di frenare il movimento che ci travolge, mentre la seconda sta nella natura stessa di questo movimento. Giacché, per la verità, il movimento che ci travolge ci sfugge, e noi noti siamo più nient’altro che suoi oggetti ridotti all’impotenza, questo movimento è un abisso in cui, solo a misurarlo, ci smarriamo, e che per giunta è la propria ragione d’essere, non obbedisce ad alcun disegno che l’uomo sia in grado dì comprendere e – con ogni probabilità – questo movimento è ormai assurdo. Sicché l’assurdità diventa fatale e la fatalità diventa logica, è una catena in cut tutto cospira a disgregarci e nella quale ci sentiamo non responsabili. Il peggio è assicurato e noi ne siamo complici, la nostra è una voluttà di morte che diventa ragione di vita. Così ci precipiteremo incontro all’inevitabile, come quegli animali divenuti troppo numerosi che non mirano più ad altro che a morire in massa, e non per un eccesso di spirito di sacrificio o di spiritualità, come non si mancherà di darci a intendere domani.
La massa di perdizione non ha coscienza e mai ne avrà, è proprio della coscienza isolare gli esseri, ed è per sfuggire alla loro coscienza che gli uomini si assembrano, la massa di perdizione è la loro via di fuga, è il ricettacolo delle solitudini abortite, essa è sempre colpevole e la sua dannazione sarà sempre nell’ordine delle cose, essa coinvolge nella propria rovina l’accozzaglia di aborti che la compongono. Il numero è strumento del male, il male vuole che gli uomini si moltiplichino, perché più gli uomini sovrabbondano e meno vale l’uomo, per essere umano l’uomo non sarà mai abbastanza raro. In verità, noi moriremo a causa delle masse, le masse ci trascineranno negli abissi della dismisura e dell’incoerenza, la salvezza e le masse sono agli antipodi, non possiamo essere salvali, qualunque cosa accada, siamo troppo numerosi, e quelli di noi che si isolano non muteranno più il destino dell’universo, vedranno soltanto dove sono diretti gli altri, saranno più disperati dei ciechi e dei sordi, contempleranno faccia a faccia una spirale senza volto verso la quale la marea dei sonnambuli rotola con movimento implacabile.
L’universo è un meccanismo in cui il desiderio aggrega e la morte disgrega, la massa di perdizione riflette lo stato di tale universo in quanto esso ha di più orrendo, è la sua incarnazione, e perciò non possiamo né amarla né compiangerla, essa obbedisce alle stesse leggi degli sciami di cavallette e degli eserciti di roditori, è un mostro dai milioni e milioni di teste. Basta che la massa di perdizione voglia adorare un dio perché quel dio assuma le sue fattezze e divenga, per il suo tramite, riflesso dell’universo, giacché la massa scaccia lo spirito, .ovunque esso si manifesti. In verità, mai lo spirito smuove la massa e mai le idee prenderanno consistenza in essa, la massa non può accogliere lo spirito né sopportare che le idee la travaglino, le sue profondità sono morte e pietrificate, le sue tenebre prevalgono sulla luce, la Storia scivolerà lungo la distesa di quel mate intemporale dove l’uomo è una vana parola. Chi parla di salvezza tra le ombre senza volto? Chi parla di progresso? Chi di superamento? La redenzione non ha più senso, il progresso non trova più pane per i suoi denti e il superamento morirà sul nascere.
Possiamo salvare qualcuno, ma non salveremo la massa in quanto massa, possiamo far ragionare e rendere consapevole un esiguo numero di uomini che dobbiamo prima isolare, ma l’uso stesso dei mezzi, che la nostra scienza avrà moltiplicato inutilmente, non cambierà la sorte delle folle, le folle impareranno a mentirei credendosi in buona fede, la confusione non ne sai a che più mortale, e noi ci disinganneremo troppo tardi per porvi rimedio. Impareremo a nostre spese che la salvezza, il progresso e il superamento sono idee inaccettabili quando non si mantiene la misura, e come si può parlare di misura nell’universo che molti miliardi di uomini rodono e insozzano? Il mondo perirà perché gli uomini in soprannumero muoiano, ormai sappiamo che i bambini che nascono sono colpevoli, colpevoli di esistere, il delitto non è più votarli al nulla, il delitto è metterli al mondo. La vita non è più sacra quando gli esseri viventi pullulano, quella degli uomini in soprannumero non ha più valore di quella degli insetti, né i soldati morti in guerra contano di più per coloro che ve li conducono.
Se gli uomini non sperassero in nulla, la loro sorte non sarebbe più la stessa, se gli uomini non credessero in nulla, la loro condizione forse muterebbe: così invece, la speranza e la fede non solo accrescono i loro mali, ma fanno anche la fortuna dei loro padroni, e gli spirituali, malgrado la loro santità, non possono essere altro che i loro cani da guardia. Il Giorno del Giudizio, né la speranza né la fede saranno perdonate, visti i morti che avranno fatto nascere e gii agonizzanti che esse inducono a moltiplicare il loro seme fino all’ultimo respiro. Se gli uomini non sperassero in nulla, le donne invecchierebbero sterili, se gli uomini non credessero in nulla, preferirebbero alla fecondazione i vizi, i vizi li renderebbero meno infelici del dovere, il dovere è molto peggiore dei vizi, il dovere è un radicamento nella calamità. Eccola messa a nudo, la verità, da sempre il metterla a nudo è un reato e si capisce perché, l’ordine ha bisogno della speranza ed è per l’ordine che essa si strugge, l’ordine ha bisogno, e ancor di più, della fede, solo per lui vive la fede e vivono gli uomini moltiplicando la vita…
Sicché la speranza e la fede ingannano le generazioni che passano così come inganneranno le generazioni venture, e la miseria si trasmette insieme con il peso delle idee sbagliate, poiché l’ordine vigila sul deposito dei tempi e vive della morte degli uomini, che vengono abbindolati. Ogni tanto compare nel mondo un redentore, ma il messaggio di quel redentore è sempre incompreso e l’ordine non esita ad aggiustarlo a modo suo. I pochi che capiscono ciò che leggono ritrovano l’ordine in mezzo ai discorsi ineffabili, giacché l’ordine lascia parlare i profeti, e quando essi hanno finito, l’ultima parola la pronuncia lui, metterà il suo sigillo tanto sulla speranza quanto sulla fede: è a queste condizioni che i testi sono accolti e la loro ispirazione è ritenuta infallibile, il procedimento risale a molti millenni or sono e mai muterà fino alla consumazione dei secoli. I salvatori passano al pari delle generazioni e l’ordine resta, esso sembra assecondarli, e ciò al fine dì armarsi delle loro opere, la Storia ci insegna che dopo ogni salvatore l’ordine è più forte, più folte della speranza e della fede che tutti i salvatori servono ad accreditare.
Moriremo di speranza e moriremo di fede, questa è la sorte degli uomini che vengono ingannati e si ingannano, tale sorte non muterà, soltanto la catastrofe ha il potere di liberarcene, e sappiamo che non la eviteremo più. Stiamo andando alla morte, e la speranza e la lede ci allettano, stiamo andando alla morte della speranza e della fede, moriremo con esse e per esse, il resto degli esseri umani sopravviverà loro, il resto degli esseri umani vivrà, ma vivrà dello spirito, lo spirito che si oppone alla fede, lo spirito che non ha bisogno della speranza. In verità, finché la massa di perdizione fa vacillare l’equilibrio dei mondo, lo spirito non avrà alcun potete e noi non accederemo al regno dello spirito se non dopo l’annullamento della massa. Il rimedio è crudele, ma la malattia lo è ancora di più, e non possiamo sottrarci alla scelta di guarire o scomparire, guariremo al prezzo della più sconvolgente catastrofe di cui la Storia abbia memoria, e l’ombra dell’avvenire si allunga già su di noi. Stiamo camminando nell’ombra della morte futura, la morte è la dimensione soprannumeraria della nostra esistenza, il precipizio incombe su di noi e al precipizio ci stiamo recando in fila.
Non possiamo sopravvivere al presente stato del mondo, perché il presente stato del mondo non ha più futuro, moriremo del presente e coloro che sopravviveranno – oh quanto rari! – si ritroveranno in un altro mondo, di cui quello che abitiamo non poteva essere promessa. Il futuro troncherà con la realtà subita, non sarebbe il futuro se la continuasse, tra noi e il nostro domani si allarga il precipizio in cui dobbiamo sprofondare. Sicché entreremo nel caos e nella morte seconda, carichi delle nostre opere consustanziali alla notte, per seppellirci meglio sotto di esse; il passato ci seguirà nelle tenebre, che renderemo più fitte per impedirgli di risalire. Siamo predestinati a chiudere la Storia, la Storia dovrà morire con noi, siamo giunti allo scadere della parentesi, accettiamo, e senza riserve, ciò che non possiamo evitare, e niente ci spaventa più, attendiamo il peggio, non ci attendiamo altro che il peggio, abbiamo sacrificato la speranza, abbiamo rinunciato alla fede, siamo liberi, più liberi che mai, presenti alla nostra morte, e sopravviviamo a quelle ragioni di vita che noi abbiamo ormai sostituito con la morte stessa.
Non arresteremo più la corsa verso il precipizio, il peso degli nomini in soprannumero non ci risparmierà, i secoli accumulati sulle nostre spalle ci obbligheranno a gravitare, e il caos delle idee sbagliate, che manteniamo perché ci rovinino, sconvolgerà la nostra ragione. Tutto possiamo, tranne indietreggiare, non possiamo neanche indugiare lungo il cammino, e sappiamo dove il cammino ci porterà. Una dopo l’altra, le soluzioni via via si allontanano, tagliandoci dalle nostre retrovie, a ogni giro di ruota i paradossi si diversificano e i problemi si complicano, la maggior parte di noi rinuncia a porseli, la maggior parte di noi rinuncia a capite se stessa, e i nostri più alti ingegni professano la legittimità della nostra incoerenza, i nostri scienziati più famosi rinunciano alle pretese di sintesi, insomma l’immagine del mondo è in brandelli e i nostri pensatori affermano che essa rimarrà tale e quale. Per quanto tempo? Giacché nessun disordine può perseverare nel suo disordine senza disgregarsi sempre di più, questa è una legge generale che i nostri àuguri vogliono dimenticare e di cui sperimenteremo tanto la portata quanto l’esattezza.

Albert Caraco

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