Questo libro racconta il nostro mondo quale appare se osservato da uno sguardo di rapinosa, disperata lucidità, e lo fissa in brevi blocchi di prosa dal nitore classico, dove le frasi si allineano con naturalezza, simili alle pietre dei muri antichi. C’è in Caraco una violenza compressa, una furia che fa pensare a Céline e Cioran – e insieme la capacità di dare una forma perentoria, martellante, ultimativa alle visioni più azzardate, come già sa la tribù dei lettori di quel cupo gioiello che è Post mortem. Rare volte la peculiare convergenza di orrori e parodia che contraddistingue quanto ci sta intorno ha trovato un cronista altrettanto percettivo e tagliente.

BREVIARIO DEL CAOS
(parte prima)
Noi tendiamo alla morte, come la freccia al bersaglio, e mai falliamo la mira, la morte è la nostra unica certezza e sempre sappiamo di dover morire, quale che sia il luogo, il momento, o il modo. La vita eterna è un nonsenso, l’eternità non è vita, la morte è la quiete a cui aspiriamo, vita e morte sono legate, chi reclama altro pretende l’impossibile e otterrà in ricompensa solo fumo. Noi, che non ci contentiamo di parole, acconsentiamo a scomparire e siamo lieti di acconsentire, non abbiamo scelto di nascere e ci riteniamo fortunati a non sopravvivere in nessun luogo a questa vita, che ci fu imposta più che donata, vita piena di affanni e dolori, dalle gioie discutibili o mediocri. Che cosa prova mai che un uomo sia felice? La felicità è un’eccezione, mentre noi guardiamo soltanto alle leggi generali, in base a queste ragioniamo, queste meditiamo e investighiamo, disprezziamo chiunque insegua il miracolo e non siamo avidi di beatitudini, la nostra evidenza ci basta e la nostra sovrana eccellenza non è riposta in nient’altro.
Ognuno di noi muore solo e muore interamente: sono due verità che i più rifiutano, giacché i più durante tutta la loro vita sonnecchiano e quando stanno per morire temono di svegliarsi. La solitudine è una scuola di morte e l’uomo comune non la frequenterà mai, l’integrità non si ottiene altrove, essa è dunque la ricompensa della solitudine, e se si dovessero suddividere gli uomini, essi formerebbero tre razze: i sonnambuli, che sono un esercito; i ragionevoli e sensibili, che vivono su due piani e, sapendo ciò che a loro manca, si sforzano di cercare ciò che non trovano; gli spirituali nati due volte, che vanno alla morte con passo uniforme per morire soli e morire interamente, quando non si dia il caso che scelgano loro il momento, il luogo e il modo, a dimostrazione del loro disprezzo per le contingenze. I sonnambuli sono gli idolatri; i ragionevoli e sensibili i credenti; gli spirituali nati due volte adorano in cuoi loro ciò che i primi non immaginano e i secondi non concepiscono, perché sono uomini compiuti e in quanto tali non vanno a cercare, e tanto meno ad adorare, qualcosa che hanno già trovato, poiché sono essi stessi questo qualcosa.
Le città che abitiamo sono scuole di morte, perché sono disumane. Ognuna di esse è diventata il ricettacolo del frastuono e del tanfo, poiché ognuna è diventata un caos di edifici, dove ci ammassiamo a milioni, smarrendo le nostre ragioni di vita. Sventurati senza scampo, sentiamo di esserci cacciati, volenti o nolenti, nel labirinto dell’assurdo, da cui non usciremo che morti, giacché il nostro destino è di continuare a moltiplicarci, unicamente per morire innumerevoli. A ogni giro di ruota le città che abitiamo avanzano impercettibilmente una incontro all’altra, aspirando a confondersi: è una corsa al caos assoluto, nel frastuono e nel tanfo. A ogni giro di ruota il prezzo dei terreni sale, e nel labirinto che divora lo spazio libero la rendita degli investimenti erige, giorno per giorno, centinaia di muri. È necessario che il denaro frutti e le città che noi abitiamo avanzino, quindi è giusto che a ogni generazione le case raddoppino di altezza, dovesse pure venire a mancare l’acqua un giorno su due. I costruttori aspirano solo a sottrarsi al destino che ci preparano andando a vivere in campagna.
Il mondo si è chiuso, come lo era prima delle Grandi Scoperte, il 1914 segna l’avvento del secondo Medioevo, e noi ci ritroviamo in quella che gli gnostici chiamavano prigione della specie, nell’universo finito, da cui non usciremo più. E ormai sparito l’ottimismo che per quattro secoli fu il retaggio di tanti europei, la Fatalità ritorna nella Storia, e ad un tratto noi ci chiediamo dove siamo diretti, ci interroghiamo sul perché di quello che ci accade, la bella fiducia dei nostri padri in un progresso illimitato, congiuntamente a una vita sempre più umana, è dunque svanita: noi giriamo in tondo e non riusciamo più nemmeno a capire le nostre opere. Il che significa che le nostre opere ci superano e che il mondo, trasformato dall’uomo, sfugge un’altra volta alla sua intelligenza, più che mai noi edifichiamo nell’ombra della morte, la morte sarà la legataria dei nostri fasti, e si avvicina l’ora del denudamento, in cui le nostre tradizioni cadranno, una dopo l’altra, come indumenti, lasciandoci nudi, esposti al giudizio, nudi fuori e vuoti dentro, con l’abisso sotto i piedi, il caos sopra la testa.
Gli uomini sono al tempo stesso liberi e legati, più liberi di quanto non desiderino, più legati di quanto non avvertano, giacché la massa dei mortali è fatta di sonnambuli, e all’ordine non conviene mai che escano dal sonno, perché diventerebbero ingovernabili. L’ordine non è amico degli uomini, esso si limita a tiranneggiarli, di rado a incivilirli, ancor più di rado a umanizzarli. Poiché l’ordine non è infallibile, spetta alla guerra riparare un giorno ai suoi errori, e poiché l’ordine continua a moltiplicarli, noi andiamo verso la guerra, la guerra e il futuro sembrano inscindibili. Questa è l’unica certezza: la morte è, in definitiva, il senso di ogni cosa, e l’uomo é una cosa di fronte alla morte, i popoli lo saranno anch’essi, la Storia è una passione e le sue vittime una moltitudine, il mondo che abitiamo è l’Inferno temperato dal nulla, dove l’uomo, che rifiuta di conoscere se stesso, preferisce immolarsi, immolarsi come le specie animali troppo numerose, immolarsi come gli sciami di cavallette e gli eserciti di ratti, pensando che sia più sublime perire, perire innumerevoli, piuttosto che ripensare finalmente il mondo che egli abita.
La nostra gioventù si sente condannata e perciò le università sono in fermento, essa ha ragione, noi abbiamo torto e stiamo preparandole un’altra guerra. L’ordine e la guerra sono legati, la nostra morale non lo ignora affatto, basta riandare all’insegnamento dei grandi moralisti: questa è l’unica certezza, e noi non possiamo immaginare lo stato di pace perpetua, l’ordine non vi resisterebbe. La nostra gioventù ha colto questa convenienza, ha compreso il nesso fra i nostri valori e le sue sventure, è una scoperta ormai irreversibile. Il paradosso è che, avendo ragione, la nostra gioventù ha torto, perché in quest’universo minaccialo dall’uniformità i popoli non sono contemporanei gli uni degli altri, vi sono ancora non poche nazioni in cui la gioventù è pronta a immolarsi. I nostri giovani credono forse che quaggiù basti dichiarare pace al mondo perché il mondo dia retta? Noi siamo all’Infèrno, e la sola scelta che abbiamo è tra essere i dannati che vengono tormentati o i diavoli addetti al loro supplizio.
Il secolo è in punto di morte e la morte incombe su di noi, abbiamo mezzi sufficienti perché ogni uomo sia ucciso quaranta volte, già non sappiamo che cosa fare delle nostre armi, gli edifici non ci bastano più, già scaviamo le montagne ed è nelle viscere della terra che si accumulano gli strumenti di morte. La nostra ecumene sembra un arsenale e sono decine di milioni gli esseri umani che sgobbano per la guerra, noi non pensiamo più di rompere raccomodamento in cui la morale e l’interesse hanno stretto alleanza, la nostra gioventù pagherà domani il prezzo del paradosso, se ne rende conto, insorge e noi non possiamo prometterle il miracolo, non osiamo più nemmeno farle la paternale, sentiamo che è già condannata e che le rivoluzioni non muteranno la sua sorte. E’ troppo tardi, la Storia non si arresta più, ne siamo travolti e l’inclinazione dei suoi piani ci vieta di sperare in un qualsiasi rallentamento, stiamo andando verso la catastrofe planetaria, e l’universo è pieno di gente che la desidera e la desidererà sempre di più, per sfuggire all’ordine, un ordine sempre più assurdo, che si mantiene soltanto a scapito della coerenza e, quindi, dell’umanità dell’uomo.
E per la morte che noi viviamo, è per la morte che amiamo ed è per lei che procreiamo e sgobbiamo, le nostre fatiche e i nostri giorni si susseguono ormai all’ombra della morte, la disciplina che osserviamo, i valori che salvaguardiamo e i progetti che facciamo portano tutti a un solo esito: la morte. La morte ci mieterà maturi, noi maturiamo per lei, e i nostri discendenti, che saranno ridotti a non più di un pugno di uomini sulla superficie dell’ecumene in cenere, non smetteranno di maledirci, finendo di bruciare tutto ciò che adoriamo. Noi adoriamo la morte sotto mentite spoglie e non sappiamo che è lei, le nostre guerre sono sacrifìci in lode alla morte, per la quale ci immoliamo, la nostra morale è una scuola di morte, e le virtù che pregiamo sono sempre soltanto virtù di morte. Di qui non si esce, non possiamo mutare l’ordine del mondo, siamo condannati a portare ciò che ci schiaccia, sostenendo ciò che ci disgrega, non ci resta che perire o uccidere, prima di morire noi stessi – fosse pure per ultimi -, una terza via, Io dico apertamente, è impossibile.
L’Inferno che portiamo in noi corrisponde all’Inferno delle nostre città, le nostre città sono commisurate ai nostri contenuti mentali, la volontà di morte informa la smania di vivere e noi non riusciamo a discernere quale ci ispiri, ci gettiamo in lavori sempre nuovi e ci illudiamo di attingere le vette, siamo posseduti dalla dismisura e, incapaci di capire noi stessi, continuiamo a edificare. Presto il mondo non sarà che un cantiere dove, alla stregua di termiti, miliardi di ciechi sgobberanno a perdifiato nel frastuono e nel tanfo, come automi, finché un giorno si sveglieranno in preda alla demenza e cominceranno a scannarsi indefessamente l’un l’altro. Nell’universo in cui stiamo affondando la demenza è la forma che assumerà la spontaneità dell’uomo alienato, dell’uomo posseduto, dell’uomo superato dai suoi stessi mezzi e divenuto schiavo delle sue opere. La follia sta ormai covando sotto i nostri stabili di cinquanta piani e, malgrado i nostri sforzi per estirparla, non riusciremo a contenerla, essa è il dio nuovo, che non placheremo più neanche tributandogli una sorta di culto: è la nostra morte totale che essa esige al più presto.
Quando si vorrà sapere quali furono i nostri veri dèi, bisognerà giudicarci in base alle nostre opere e mai in base ai nostri principi. Allora non si avrà difficoltà a rispondere, e si dirà ciò che noi ci vietiamo di dire e finanche di pensare: «Adoravano la follia e la morte». In verità, noi non adoriamo più nient’altro, ma non possiamo ancora ammetterlo, perché la follia e la morte sono l’ultimo compimento delle religioni rivelate, e queste religioni le contenevano in potenza, la fede cristiana in primo luogo. Abbiamo messo la follia e la morte sugli altari, professiamo tanto la demenza quanto l’agonia della Divinità suprema, che cosa rimane dopo questo, domando io? Rimane da pagare lo scotto del paradosso e prevedo che sarà pagato, è adesso che le idee con le quali si era giocato si mettono a giocare con gli uomini e gli uomini ne esauriranno la dismisura. Non sfuggiremo più a nulla e nulla ci risparmierà più, l’ordine che perpetuiamo non sarà mai riformato, la follia e la morte restano i suoi fondamenti, esso è solidale con loro, e non potendo cambiare basi morirà di ciò che lo sostiene nostro malgrado.
Le idee sono più vive degli uomini, è grazie alle idee che gli uomini vivono ed è per esse che moriranno senza fiatare. Ora, tutte le nostre idee sono micidiali, non ce n’è una che obbedisca alle leggi dell’obiettività, della misura e della coerenza, e noi, che perpetuiamo tali idee, marciamo verso la morte come automi. I nostri giovani saranno i primi a perire, sanno di essere vittime rituali, giudicano l’universo destituito di senso e noi non possiamo biasimarli, la nostra malafede aumenta di continuo e ci fa vacillare nelle risposte. Che cosa diremo loro ormai? Il dialogo è impossibile, perché hanno ragione e saranno coinvolti insieme ai pazzi, agli stupidi e ai bugiardi in uno stesso destino. Per quanto una Rivelazione nuova ci sembri più che necessaria, bisogna che prima scoppi lo scandalo e le nostre idee micidiali esauriscano la loro demenza dando sfogo alla loro perniciosità, non eluderemo la catastrofe, é insita nell’ordine delle cose e noi siamo suoi complici, preferiamo la catastrofe alla riforma, preferiamo immolarci piuttosto che ripensare il mondo, e lo ripenseremo soltanto in mezzo alle macerie.
Elevo un canto di morte su ciò che sta morendo, e di fronte ai nostri reggenti da strapazzo, di fronte ai nostri impostori mitrati e di fronte ai nostri scienziati, i più dei quali non hanno raggiunto l’età della ragione, io, solitario e misconosciuto, profeta della mia generazione, murato vivo nel silenzio anziché essere arso sul rogo, pronuncio le ineffabili parole che domani i giovani ripeteranno in coro. La mia unica consolazione è che la prossima volta moriranno con noi, i reggenti e gli impostori e gli scienziati, non rimarrà sotterraneo in cui questi maledetti possano sottrarsi alla catastrofe, non rimarrà isola dell’oceano in grado di accoglierli né deserto capace di inghiottire loro, i loro tesori e la loro famiglia. Rotoleremo tutti insieme nelle tenebre da cui non si ritorna, e il pozzo buio ci accoglierà, noi e i nostri dèi assurdi, noi e i nostri valori criminali, noi e le nostre speranze ridicole. Allora e soltanto allora giustizia sarà fatta, e verremo ricordati come un modello da non imitare più per nessun motivo, saremo il monito delle generazioni future e si verranno a contemplare gli orridi resti delle nostre metropoli, queste figlie del caos partorite da quale ordine!
I nostri padroni sono sempre stati nostri nemici e ora più che mai, più che mai i nostri padroni sono fallibili, perché è colpa loro se siamo cosi numerosi, da secoli, da millenni vogliono che i subalterni si moltiplichino, per farli sgobbare e portarli alla morte. Anche oggi che il mondo scoppia e agli uomini manca la terra, il loro sogno è costruire case di cinquanta piani e industrializzare l’ecumene, con il pretesto di provvedere alle necessità degli altri miliardi che stanno nascendo, poiché a loro occorrono sempre più esseri viventi, sempre, nonostante ciò che affermano. Essi organizzano metodicamente l’Inferno in cui ardiamo, e per impedirci di riflettere ci propinano spettacoli insulsi, che ottundono la nostra sensibilità e finiranno con il guastarci il cervello, i nostri padroni consacreranno quei trastulli sovrintendendo alla loro mania con tutta la pompa che si conviene. Stiamo tornando al circo di Bisanzio e così ci dimentichiamo dei nostri veri problemi, senza pero che questi problemi si dimentichino di noi, domani li ritroveremo, e sappiamo già che quando saranno insolubili andremo alla guerra.
Quando ci prende la paura, nonostante lo stupore in cui viviamo, i gazzettieri si adoperano per dissipare i nostri timori, e con le loro promesse si potrebbe fare l’Antologia dell’Impostura. Un giorno berremo l’acqua dei poli, dove le banchise provvederanno alle nostre necessità; un giorno trasformeremo qualsiasi cosa in cibo succulento; un giorno i cumuli di rifiuti sprofonderanno nelle viscere della terra dopo essere stati ammassati lungo le faglie, in fondo agli oceani; un giorno non dovremo più lavorare per vivere, e passeremo il tempo a distrarci; un giorno colonizzeremo, uno dopo l’altro, tutti i pianeti. Queste scempiaggini vengono pubblicate nel momento in cui tre quarti dell’umanità vivono peggio dei nostri cani o dei nostri gatti, senz’alcuna speranza di uscire dall’abiezione, nel momento in cui l’ultimo quarto, al quale si promette l’abbondanza illimitata, ha non poche ragioni di dubitare dell’autenticità di queste meraviglie. Giacché basterebbe una guerra per diffondere la fine con la velocità del lampo, a ondate successive, sulla superficie del globo, e far languire i superstiti dell’orrore assoluto sotto il giogo dell’antica indigenza.
Se c’è un Dio, il caos e la morte figureranno nel novero dei Suoi attributi, se non c’è, non cambia nulla, poiché il caos e la morte basteranno a se stessi fino alla consumazione dei secoli. Non ha importanza quello che si incensa, si è vittime della caducità e della dissoluzione, qualsiasi cosa si adori non si eviterà nulla, i buoni e i cattivi hanno un solo destino, un unico abisso accoglie i santi e i mostri, l’idea di giusto e di ingiusto non è mai stata altro che un delirio, al quale ci appigliamo per ragioni di convenienza. In verità, l’origine delle idee religiose e morali è nell’uomo, cercarla fuori dell’uomo è un nonsenso, l’uomo è un animale metafisico, il quale vorrebbe che l’universo esistesse solo per lui, ma l’universo lo ignora, e l’uomo si consola di questa indifferenza popolando lo spazio di dèi, dèi fatti a sua immagine. Sicché riusciamo a vivere accontentandoci di princìpi vuoti, ma questi princìpi così belli e così consolanti cadono nel nulla quando ci si aprono gli occhi sulla morte e sul caos da cui viviamo avvolti, in costante pericolo. La fede non è che una vanità tra le altre e l’arte di ingannare l’uomo sulla natura del mondo.
Albert Caraco
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