Andando per strada e incontrando gente impari molte più cose che stando a casa a leggere libri o scrivere articoli. Questa è una verità che difficilmente potrà essere smentita e non è un caso che il saggio Molière ci ricordava spesso che “tutti i libri del mondo non valgono un caffè con un amico”. Ed io di amici ne ho incontrati tanti durante questo lungo giro per l’Italia, ognuno con la propria storia da raccontare e le proprie esperienze da condividere. Con un unico filo conduttore: la speranza. La speranza che le cose possono e devono cambiare, la speranza che la coscienza umana non ha prezzo e non può essere acquistata, la speranza che quando si uniscono le forze e si fa rete non esiste ostacolo o avversario che non possa essere abbattuto, piegato, contrastato. La speranza che l’Italia è ancora un grande paese e non merita la sorte a cui sembra essersi già rassegnata, fra la delirante austerità della gabbia europeista e i continui attacchi alle istituzioni democratiche e al tessuto produttivo sferrati dalla finanza internazionale. Questa speranza non deve morire, deve essere nutrita, deve unire al di là delle differenze, ed è il vero bene scarso che siamo obbligati a tramandare ai posteri, come segno tangibile della nostra esistenza.
Parafrasando una canzone di Vasco Rossi, posso dire con certezza perché ne ho le prove che in Italia c’è ancora “chi dice no!”. E lo fa mettendo a rischio la propria sicurezza personale, la stabilità emotiva, il proprio tornaconto economico, la serenità della propria famiglia, facendo scelte drastiche e coraggiose che meritano innanzitutto il rispetto di tutti noi e in secondo luogo il diritto di essere ascoltate. Quando uomini e donne, da soli o in gruppo, a mani nude o con equipaggiamenti leggeri, si mettono contro un intero esercito agguerrito, implacabile, compatto, ramificato in tutto il mondo, costituito oggi dai poteri forti finanziari e bancari, di cui la classe politica attuale rappresenta soltanto l’ultima propaggine, significa che la guerra fra democrazia e finanza di cui tante volte abbiamo parlato non è ancora persa e va combattuta fino in fondo. Se sul piano politico il processo di creazione di un nuovo movimento unitario contro la dittatura della finanza, la follia dell’euro, per il recupero della sovranità monetaria, economica, democratica va ancora a rilento perché spesso prevalgono gli egoismi, i personalismi, le ambizioni individuali, i dibattiti sterili rispetto alla necessità di fare fronte comune, a livello pratico posso invece constatare con estrema soddisfazione che stanno nascendo sul territorio realtà insieme politiche ed economiche che giorno per giorno lottano concretamente per arginare e contrastare efficacemente lo strapotere finanziario dei grandi colossi bancari, che rischia di mettere in ginocchio (e in molti casi purtroppo lo ha già fatto) le nostre piccole e medie imprese. Il cuore pulsante dell’economia nazionale.
In questo senso mi ha fatto molto piacere partecipare al workshop organizzato dalla società SDL Centrostudi di Brescia, che nel giro di pochi anni è riuscita a creare una struttura di professionisti, avvocati, ingegneri, esperti in economia capace di fornire una valida e competente assistenza legale e finanziaria a tutti quei piccoli e medi imprenditori che vengono continuamente vessati dalle truffe sistematiche e dalle richieste spesso assurde del settore bancario. Da almeno tre anni, in seguito allo scoppio della crisi finanziaria globale, la guerra fra banche e piccole e medie imprese italiane viene combattuta al grido di mors tua vita mea e in assenza di un adeguato supporto queste ultime sono destinate a soccombere. La causa principale dell’ineguale disparità di forze messe in campo, a parte la maggiore disponibilità finanziaria delle banche derivante dal loro controllo monopolistico sulla creazione e l’emissione della moneta circolante, èl’asimmetria informativa, che nella maggioranza dei casi impedisce agli imprenditori di capire come difendersi dagli attacchi delle banche: soltanto lo 0,7% dei conti correnti affidati viene regolarmente controllato dalle imprese e spesso si riscontra negli imprenditori una totale incapacità a leggere ed interpretare correttamente le voci del semplice prospetto riepilogativo scalare del conto corrente in cui vengono riassunti a cadenza trimestrale gli addebiti per interessi passivi, le commissioni, le spese.
Con queste premesse, la partita viene facilmente vinta già in partenza dalle banche, che puntando appunto sui vantaggi dell’asimmetria informativa, possono continuare ad utilizzare impunemente stratagemmi finanziari per estorcere illegalmente denaro ai piccoli e medi imprenditori: oltre il 90% dei conti correnti analizzati gratuitamente dalla società SDL dal 2010 ad oggi presenta irregolarità ed anomalie finanziarie, quasi tutte riconducibili ai reati di anatocismo ed usura. L’anatocismo (dal greco anà, di nuovo, e tokòs, interesse) è la capitalizzazione degli interessi su un capitale, che diventano a loro volta produttivi di altri interessi: in pratica si tratta del calcolo degli interessi sugli interessi. In particolare la banca applica tecnicamente il metodo di capitalizzazione dell’interesse composto, vietato per legge, al posto dell’interesse semplice, che è l’unico previsto dal Codice Civile italiano (articolo 1283). Per far questo, le banche si avvalgono di una direttiva interna di Banca d’Italia e di una circolare interpretativa del CICR (Comitato Interministeriale per il Credito e il Risparmio, organismo facente capo al Ministero dell’Economia e delle Finanze, a cui vengono attribuiti compiti di vigilanza sul credito bancario e tutela sul risparmio), che adotta il principio di reciprocità: se il calcolo dell’interesse composto viene applicato anche agli interessi attivi del conto corrente allora la banca non commette illecito.
Ora, chi ha un minimo di conoscenza della rotazione del flusso di cassa di un’azienda, che produce saldi attivi solo in particolari periodi dell’anno (quando i prodotti vengono venduti e si passa all’incasso), e l’irrisoria rilevanza degli interessi attivi su quelli passivi, potrà rendersi conto da solo in quale stato di sudditanza e subalternità vive oggi il potere politico rispetto allo strapotere bancario, che cerca in ogni modo di tenere sotto scacco le istituzioni statali e di dettare legge al posto loro. Tuttavia siccome per nostra fortuna il Codice Civile ha maggiore autorità giuridica rispetto a Banca d’Italia o al CICR, che sono organi che non possono legiferare, ecco che SDL Centrostudi appellandosi semplicemente alla legge italiana può vantare un successo pressoché completo su tutte le cause di anatocismo intraprese, che nella maggior parte dei casi si chiudono nella fase di mediazione, con il recupero parziale ed immediato dei soldi estorti dalla banca all’azienda durante il periodo di mantenimento del conto corrente affidato, prima ancora di arrivare in giudizio.
Curioso anche il modo in cui i governi che si sono succeduti negli ultimi anni in Italia, compreso l’ultimo guidato da Mario Monti, hanno cercato di variare i termini della prescrizione per i reati di anatocismo, utilizzando lo strumento del decreto Milleproroghe. L’obiettivo era quello di portare il limite attuale di 10 anni dalla data di chiusura del conto indietro nel tempo fino all’ultima operazione attiva sul conto, che avrebbe di fatto annullato di colpo molte cause di anatocismo già in corso o ancora da istruire. Ad ogni modo, i ricorsi presso la Corte Costituzionale delle associazioni di categoria a difesa dei consumatori e l’ostilità dell’opinione pubblica nei confronti dei continui decreti salva-banche hanno impedito ad ogni passaggio che venisse approvato l’ennesimocolpo di spugna a favore del settore bancario. Inutile ribadire però che l’attenzione intorno a questi argomenti deve essere sempre mantenuta molto alta perché non è escluso che nei prossimi anni, per non dire mesi, i politici collusi e corrotti dell’ancien régime riproveranno a ripartire all’assalto per difendere gli interessi dei loro committenti bancari.
Più complessa è la situazione per quanto riguarda l’usura, dato che le norme in Italia rappresentano un’anomalia assoluta all’interno dell’Unione Europea. L’usura, come previsto dal nostro codice, è da sempre stata un reato penale, ma prima della Legge 108 del 7 marzo 1996 non esisteva in Italia un limite quantitativo univoco che identificasse un tasso di interesse oltre il quale un prestito poteva considerarsi usuraio. Con la Legge 108 il Parlamento ha promulgato una normativa specifica per la rilevazione oggettiva dell’usura applicata dagli operatori finanziari equiparandoli all’usuraio delinquenziale e integrando di fatto l’articolo 644 del Codice Penale. La legge prevede oggi usura quando la somma delle passività di un conto (interessi passivi, commissioni, spese) supera il Tasso Soglia, che rappresenta un limite invalicabile e si ottiene sommando al TEGM (Tasso Effettivo Globale Medio, calcolato periodicamente da Banca d’Italia) una percentuale che funge da “cuscinetto di tutela matematica”. Capite bene che sulla vaghezza di quest’ultima definizione si sono addensate tutte le pressioni del settore bancario sui nostri legislatori, che alla fine hanno dovuto capitolare stabilendo una percentuale aggiuntiva del 50% del TEGM per il raggiungimento del Tasso Soglia di usura, al contrario di ciò che accade nel resto dell’Unione Europea dove questa percentuale è decisamente più bassa e fissata intorno al 25% (per fare un semplice esempio: se il TEGM è il 10% per una specifica attività creditizia, il Tasso Soglia dell’usura in Italia è il 15% mentre in Europa è del 12,5%).
Ma c’è dell’altro. Con un decreto legge d’urgenza, convertito in legge il 12 luglio 2011, il governo italiano guidato da Berlusconi contando sulla maggioranza assoluta del Parlamento ha di nuovo cambiato la normativa sull’usura per venire incontro alle esigenze delle banche, spostando l’asticella del Tasso Soglia ancora più in alto: il limite si raggiunge oggi sommando al TEGM il 25% dello stesso, ma aggiungendo poi un ulteriore 4% netto alla percentuale così ottenuta, per ogni categoria di operazioni considerata (conto corrente, mutuo, leasing etc): riprendendo l’esempio precedente, con un TEGM del 10%, avremo oggi un Tasso Soglia superiore rispetto a prima pari al 16,5% (10%+2,5%+4%). Da notare l’eleganza dei legislatori italiani che hanno voluto adeguarsi alla normativa europea, lasciando però un buco da riempire con la solita meschina corruttela tutta italica. Unica consolazione per i nostri imprenditori vessati e raggirati, la Cassazione ha deciso con la sentenza N°46669 di rendere non retroattivo questo nuovo metodo di calcolo dell’usura, che risulta valido solo per i conteggi effettuati dopo il 1° luglio 2011, mentre fino al 30 giugno 2011 i calcoli devono essere eseguiti con il metodo più restrittivo precedente. Servono ancora altre prove per dimostrare che la nostra classe politica attuale, di destra o di sinistra che sia, tecnica o parlamentare, lavora tutta al servizio delle banche? Con modalità talmente sfacciate e grossolane da risultare spesso ridicole?
Fra l’altro, essendo l’usura un reato penale, a differenza dell’anatocismo che rientra nella casistica dei reati civili, le pene comminate sono assai più severe e arrivano fino a 6 anni di detenzione. In sede di mediazione quindi gli imprenditori che hanno subito danni dall’usura bancaria possono richiedere come risarcimento non solo la quota marginale di denaro che gli è stato estorto durante gli anni di mantenimento del conto corrente affidato, come accade con l’anatocismo, ma anche una cifra molto superiore che raggiunge in certi casi l’intero ammontare del capitale preso a prestito più gli interessi, perché trattandosi di illecito penale, l’usura comportal’annullamento del contratto stipulato con la banca e la rendicontazione di tutti i danni collaterali, compresi quelli morali o psicologici. Ovviamente tutte queste azioni legali nei confronti delle banche devono rientrare all’interno di una precisa strategia che impedisca all’impresa di rimanere priva di un supporto finanziario che ne decreterebbe la fine nel giro di poche settimane. Quindi, a seconda della strategia perseguita, per l’imprenditore sarebbe molto più conveniente in alcune occasioni trattare al ribasso i criteri per il calcolo del risarcimento in sede di mediazione, per avere altre agevolazioni in termini di allungamento e alleggerimento delle condizioni di rientro delle proprie posizioni debitorie e di annullamento di eventuali decreti ingiuntivi o istanze di fallimento inviate dai vari tribunali all’azienda su iniziativa delle banche. La guerra in corso fra le banche parassitarie e criminali e le piccole e medie imprese italiane non deve essere soltanto campale, ma anche e soprattutto tattica e strategica, perché nella situazione attuale di sproporzione di forza d’urto e assenza di tutela da parte degli enti statali preposti a farlo, le banche hanno ancora il coltello dalla parte del manico e possono usarlo in qualsiasi momento.
Per concludere questa rapida carrellata sui servizi di assistenza legale e finanziaria offerti dalla società SDL Centrostudi di Brescia a cui faccio volentieri pubblicità perché se lo meritano, aggiungo anche che la loro opera di supporto alle aziende italiane in questo periodo di crisi e di aggressione selvaggia non si limita soltanto all’analisi gratuita dei conti correnti affidati per riscontrare eventuali tracce di anatocismo e usura, ma anche alla verifica dei contratti in derivati e swap, venduti spesso in modo truffaldino dalle banche insieme ad altri prodotti creditizi, alle anomalie finanziarie riscontrabili nelle cartelle esattoriali, alle irregolarità presenti nei mutui ipotecari che vengono quasi sempre gestiti con il classico ma illegale metodo dell’ammortamento alla francese, tramite il quale mutuatario viene costretto a sua insaputa a pagare con le prime rate quasi tutta la quota interessia dispetto di una bassa quota capitale rimborsata. La ragione di un simile comportamento delle banche è facilmente spiegabile, dato che in caso di insolvenza del mutuatario la banca perderebbe completamente il profitto derivante dagli interessi mentre sulla parte del capitale potrebbe ancora rivalersi sui beni offerti in garanzia e ipotecati.
Se quella che stiamo combattendo oggi è davvero guerra aperta, gli imprenditori italiani devono sapere che non si trovano soli al fronte e la loro condizione di disagio ed inquietudine dipende spesso da quella maledetta asimmetria informativa di cui abbiamo già parlato: conoscendo le persone e gli strumenti giusti nessuna guerra può essere dichiarata persa in partenza. Certo le armi che hanno a disposizione le banche sono molto più letali rispetto a quelle spuntate di un singolo imprenditore isolato, ma la possibilità di mettersi in rete e scambiare informazioni potrebbe rendere le azioni di questi ultimi molto più agili ed efficaci rispetto a quelle di un monolitico colosso bancario, i cui reparti spesso non comunicano fra di loro e non lavorano in sinergia. Essendo i fornitori ultimi del denaro, le banche possono cambiare in qualsiasi momento le condizioni di fornitura (interessi passivi, spese, commissioni) o richiedere agli imprenditori un rientro più rapido dai fidi concessi, ma grazie al decreto Bersani del 4 luglio 2006 le modifiche unilaterali di contratto devono essere comunicate al cliente con unpreavviso minimo di 30 giorni e il cliente ha la facoltà di recedere senza penalità entro 60 giorni dal ricevimento della comunicazione scritta. Siccome le banche hanno la scellerata abitudine di effettuare queste variazioni con data antergata (cioè precedente) rispetto all’invio della stessa lettera di notifica, gli imprenditori o i semplici clienti devono sapere che ciò è espressamente vietato per legge e quindi possono richiedere i relativi danni o la corretta posticipazione della data di decorrenza delle modifiche decise unilateralmente dalla banca.
Fin qui abbiamo parlato di come le banche stanno concretamente combattendo sul territorio per salvare i loro bilanci a scapito delle piccole e medie imprese italiane, che devono essere sacrificate sull’altare della finanza speculativa internazionale. Poi esiste la guerra che a livello più alto stanno portando avanti le istituzioni europee, le commissioni, la BCE per supportare le banche loro alleate e distruggere l’intero apparato democratico degli stati. Ma di questo parleremo più estesamente nei prossimi articoli, perché è chiaro che ciò che accade sul territorio non è disgiunto da ciò che si agita nei palazzi del potere, della politica, degli affari e fa parte di un unicopiano egemonico che possiamo così sintetizzare: “Pesce Grande mangia pesce piccolo”. Ma quando i pesci piccoli sono sempre più uniti, informati e incazzati cosa succede al Pesce Grande? Avete mai visto in azione migliaia di piranha inferociti che si avventano sulla carcassa di un enorme Squalo Bianco confuso e in preda al panico? Sapete già chi vince vero?
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