I soldi dell’evasione fiscale? Finiscono in barca. Quella del presidente della Repubblica. Forse Giorgio Napolitano neppure lo sa, preso com’è da mille problemi, tante critiche, infinite polemiche.

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Eppure è proprio per lui e per i suoi successori che tra qualche giorno, e per qualche settimana, lavoreranno gli operai dei cantieri navali della Spezia. Grazie a loro, nell’Italia che annaspa nella crisi, il tricolore potrà garrire fiero dal ponte del Sanjir, uno yacht di 38 metri destinato a diventare l’imbarcazione presidenziale, dopo essere stato sequestrato al magnate russo che lo aveva commissionato senza però riuscire mai neppure a metterci piede.

La Guardia di finanza, contestandogli il mancato pagamento dell’Iva, gli ha portato via il bastimento in vetroresina progettato per solcare gli oceani: 125 piedi di lunghezza per 261 tonnellate di stazza spinte fino a 28 nodi da due motori diesel a 12 valvole, con interni da mille e una notte e attrezzature naturalmente high tech.

Che se ne farà il presidente d’un Paese dilaniato da precarietà, disoccupazione e disperazione di un mini transatlantico il cui valore è stimato attorno ai 12 milioni di euro? Lo userà per assolvere funzioni pubbliche. Perché la Repubblica italiana possa continuare a essere degnamente rappresentata anche tra le onde, la vecchia Argo, ex spy boat riconvertita in nave presidenziale e utilizzata sia da Re Giorgio II sia dal suo predecessore Carlo Azeglio Ciampi I, andrà in pensione: coi suoi 24 metri in legno, e il peso di un incendio che nel 2009 ne danneggiò la sala macchine, rischia di non riuscire più a reggere la forza dei mari.

Ecco allora il Sanjir. Che dopo il necessario adattamento sarà impiegato come «idroambulanza e mezzo di soccorso sanitario, partecipando a esercitazioni militari e fungendo inoltre da base d’appoggio galleggiante per il presidente della Repubblica nelle cerimonie di rappresentanza», si legge negli atti giudiziari che ne riscrivono il destino, simile a quello del Morning Star, lo sloop di 28 metri sequestrato nel 2012 dalla Guardia di Finanza e incorporato nel naviglio dei finanzieri col nome di Grifone III.

L’operazione andrà in porto una volta superate le ultime obiezioni sollevate davanti al tribunale di Livorno dai legali di Alexander Besputin, il milionario moscovita che nel 2006, attraverso una società con sede ai Caraibi, aveva incaricato i cantieri navali di Pisa di forgiare la regina del lusso. Il 31 luglio del 2009, nonostante qualche acciacco meccanico, la motonave era stata varata e affidata al suo equipaggio come bene destinato all’esportazione. Circostanza, quest’ultima, che sotto il profilo tributario aveva consentito al suo armatore di passare indenne sotto le forche dell’Iva e risparmiare più di 2 milioni di euro.

Ma trascorsi 18 mesi senza che mai la reginella degli abissi varcasse i limiti territoriali delle acque comunitarie era scattato il blitz delle Fiamme gialle, col sequestro dell’imbarcazione e la denuncia dei suoi proprietari per evasione fiscale.

Per tre anni il colosso immatricolato a Londra e battente bandiera britannica è rimasto all’ancora a Portovenere. Adesso, salvo intralci nella definizione del procedimento di confisca, rinascerà a nuova vita. Deluso chi si aspettava di poterne ricavare un tesoretto per salvare dalla chiusura qualche asilo o finanziare magari cooperative di giovani in cerca di lavoro: in nome della dignità patria, la Repubblica va in yacht. Per tutti gli altri c’è il Titanic.

http://www.ilgiornale.it/news/interni/altro-che-crisi-napolitano-si-fa-yacht-988220.html

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