di: Ferdinando Calda
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Gli Stati Uniti e il governo afgano stanno portando avanti delle trattative segrete per garantire la permanenza in Afghanistan di truppe, agenti segreti e basi aeree statunitensi per i prossimi decenni.
Lo riferisce il Guardian, secondo cui i negoziati si starebbero svolgendo da oltre un mese, nonostante i continui dibattiti a Washington e negli altri Paesi della coalizione sull’entità e velocità del ritiro, che dovrebbe portare tutte le truppe straniere fuori dall’Afghanistan entro il 2014.
“Ci sono almeno cinque basi in Afghanistan che sono probabili candidate ad ospitare grandi contingenti di Forze speciali, agenti dell’intelligence, apparecchiature di sorveglianza e attrezzature militari”, scrive il Guardian, sottolineando l’importanza strategica di queste basi, poste nel cuore di una delle regioni più instabili del mondo, vicino al confine con Pakistan, Iran e Cina, così come al resto del’Asia centrale e del Golfo Persico. Recentemente anche il Washington Post faceva notare come il fatto che i lavori di ampliamento di varie basi Usa in Afghanistan non si fossero fermati facesse pensare a una permanenza di lungo periodo.
Non stupisce quindi l’apprensione con cui le potenze della regione – in primis Russia e Cina, ma anche India e Pakistan – guardano a un possibile accordo tra Washington e Kabul su una presenza statunitense a lungo termine in Afghanistan. A questo proposito, sembra che, durante una recente visita, alti ufficiali pachistani abbiano cercato di convincere il governo afgano a guardare alla Cina, e non agli Usa, come partner strategico.
E non rassicurano neanche le smentite della Casa Bianca sulla volontà di mantenere una presenza militare nel Paese anche dopo il 2014. Anche le recenti rassicurazioni del segretario di Stato Usa, Hillary Clinton – che ha dichiarato che gli Stati Uniti non hanno intenzione di mantenere basi “permanenti” in Afghanistan – rappresenterebbero solo uno specchio per le allodole. Le parole della Clinton, ha fatto notare un ufficiale statunitense, lasciano spazio a “diverse interpretazioni”. “Ci sono truppe statunitensi in diversi Paesi da molto tempo, che però non sono considerate truppe permanenti”, ha spiegato l’ufficiale al Guardian.
A questo si aggiunge un altro “espediente” linguistico per nascondere la vera entità del “ritiro”. Si è detto che i militari che rimarranno dopo il 2014 (ad esempio quelli britannici) avranno unicamente compiti di addestramento. Ma il fatto che non saranno propriamente “combat troops” non vuol dire che non prenderanno parte ai combattimenti. Gli addestratori, ad esempio, combattono regolarmente a fianco delle truppe afgane, fa notare il Guardian. E certo, aggiunge un alto ufficiale della Nato, le attività degli insorti continueranno dopo il 2014.
Ad ogni modo, sostengono le fonti del quotidiano britannico, l’accordo tra Washington e Kabul è tutt’altro che concluso e restano ancora diversi punti da chiarire. Gli afgani, infatti, avrebbero respinto la prima proposta statunitense di un accordo di partnership strategica completa, preferendo mettere dei paletti, consapevoli probabilmente che gli interessi degli Usa non coincidono necessariamente con quelli dell’Afghanistan. “Un Afghanistan prospero – ha spiegato Ashraf Ghani, ex candidato presidenziale e uno dei negoziatori – è il nostro obiettivo, non necessariamente il loro”.
Tra i temi che dovranno essere discussi nelle prossime settimane, vi è la possibilità per le truppe Usa di lanciare operazioni militari nei Paesi vicini (come Iran o Pakistan) dalle base in Afghanistan. Ipotesi che non piace a Kabul, preoccupata a non mettersi contro nessuno dei potenti vicini.
Un’altra questione riguarda l’autorità giuridica a cui dovrebbero sottostare le truppe rimaste nel Paese. Gli afgani, infatti, premono affinché tutti i militari stranieri nel Paese siano soggetti alle loro leggi.
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