Paese (mediorientale) che vai, stesso atteggiamento saudita che trovi. Esiste una guerra, che va avanti da diciotto mesi, che non trova spazio tra telegiornali e media ma che nel mondo arabo ha la stessa importanza di quella (più raccontata, anche se non sempre in modo veritiero) siriana: è la guerra nello Yemen, un paese che è culla della civiltà della penisola arabica ma che risulta essere devastato e diviso da un conflitto che non ha tregua.

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La differenza fondamentale tra questa guerra e quella in corso in Siria, è che qui l’Arabia Saudita è intervenuta direttamente: Riyadh ad inizio 2015 ha formato una coalizione di stati arabo sunniti ed ha iniziato una rappresaglia a sostegno dell’ex presidente Hadi e delle milizie a lui fedeli, il tutto per cercare di fermare l’avanzata degli sciiti Houti. La situazione nello Yemen precipita con, manco a dirlo, la primavera araba che in questo paese prende le sembianze di una ribellione contro il presidente Saleh, al potere dal 1978; fino al 1990, vi erano uno Yemen del Nord ed uno Yemen del Sud, a maggioranza sciita il primo ed a maggioranza sunnita il secondo: con l’unificazione del paese, il timore che queste due comunità venissero a contatto è sempre stato molto alto, ma il tutto è degenerato con la caduta di Saleh e l’inizio dell’era Hadi, il quale però mai è stato in grado di riportare lo Yemen ad una certa stabilità.

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In questo clima di confusione, complice anche il timore dell’avanzata di Al Qaeda, a prendere il sopravvento sono stati proprio gli Houti, movimento sciita che ad inizio 2015 sono riusciti a prendere anche la capitale Sana’a; da quel momento in poi, sia per la paura di ritrovarsi il proprio ‘giardino di casa’ governato dagli sciiti e sia per mostrare i muscoli mentre gli equilibri del medio oriente erano in divenire, l’Arabia Saudita ha deciso l’uso della forza assieme a molti stati sunniti al fine, tra le altre cose, di isolare anche l’Iran ed evitare che l’asse sciita da Teheran arrivi anche a Sana’a.

A distanza di più di un anno dall’inizio dei bombardamenti voluti dai Saud, si può ben dire che sostanzialmente l’Arabia Saudita ha perso la guerra o comunque non è in grado di raggiungere i primari obiettivi; gli Houti sono ancora a Sana’a, complice anche l’appoggio delle forze fedeli all’ex presidente Saleh i membri del movimento sciita hanno riguadagnato molto terreno perduto nei primi mesi di conflitto, dal canto suo poi Riyadh ha anche perso numerosi uomini, centinaia di mezzi e vede violati anche i propri confini meridionali visto che molti miliziani minacciano la periferia di Najran, importante città saudita che da mesi convive con il timore di essere coinvolta nei combattimenti e costretta già a vedere chiuso il proprio aeroporto. I Saud non lo ammettono, ma la loro prova di forza si è trasformata in una sonora sconfitta militare e diplomatica; purtroppo però, ed ecco la caratteristica in comune con quanto si vede in questi giorni ad Aleppo e nel resto della Siria, l’Arabia Saudita prima di lasciare definitivamente il campo preferisce prolungare la guerra e, con essa, la rovinosa agonia del popolo coinvolto.

Se in Siria i Saud agiscono con il tramite dei gruppi terroristici da loro armati, oramai impossibilitati nel vincere la guerra ma al tempo stesso incentivati a continuare nella loro azione, nello Yemen come detto i mezzi sauditi sono intervenuti direttamente; anche qui però, nonostante non si è in grado di capovolgere le sorti del conflitto, si preferisce continuare e lo Yemen, come la Siria, piomba sempre più nel caos.

Forse qui la situazione è ancora più complicata rispetto a quella siriana; a Damasco esiste un governo, esistono istituzioni funzionanti che aspirano a riprendere il controllo di tutto il paese, nello Yemen invece la confusione è totale: parte del territorio è in mano agli Houti, un’altra parte alle milizie filo saudite e filo Hadi, un’altra ancora agli uomini di Al Qaeda con l’ISIS che aspira a mettere, in questo contesto, le proprie bandiere anche da queste parti. Finché però i sauditi non cessano i bombardamenti e le incursioni, che continuano nonostante esse non sortiscono alcun effetto, non si può assolutamente parlare di processi di pace e di riunificazione.

Nel frattempo il popolo yemenita è allo stremo: senza governo, con un’economia inesistente e già povera prima del conflitto, con poche possibilità di passaggio degli aiuti umanitari, con una capitale privata di molte delle sue bellezze patrimonio UNESCO (distrutte dai raid sauditi), la società di questo affascinante e profondo paese arabo è quasi rassegnata a vivere nella precarietà e nella sussistenza ancora per diverso tempo.

Nel frattempo, la fantomatica comunità internazionale sembra immobile e sta consentendo ogni tipo di razzia; il solo prolungamento di un solo giorno di una guerra inutile ed oramai persa, è uno strazio enorme per gli yemeniti ed un pugno sferrato in faccia al buon senso ed il silenzio nell’animo più profondo dello Yemen fa ancora più rumore delle bombe sganciate dai Saud.

Come la Libia, Sana’a e le sue istituzioni sembrano frantumarsi e dividersi e l’implosione definitiva dello stato yemenita potrebbe rappresentare un’altra grave minaccia per l’equilibrio del medio oriente soprattutto nell’ottica della lotta al terrorismo, che nello Yemen ha radici molto profonde e che da queste parti potrebbe nuovamente piazzare alcuni dei suoi più importanti campi di addestramento. Un’Arabia Saudita in panne, che ha perso su tutti i fronti, tiene in ostaggio l’intero paese mentre l’occidente sembra essersi dimenticato di una guerra evidentemente troppo lontana per essere considerata degna di una pur minima umana considerazione.

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