Tutti parlano di voucher lavoro, ma di cosa di tratta veramente? Cosa c’è dietro il boom di questi strumenti di pagamento, che in pochi anni sono passati dal coinvolgere poche migliaia di italiani a quasi un milione e mezzo? Dietro la volontà di semplificare la burocrazia e combattere il lavoro nero si cela una truffa legalizzata che rappresenta ormai una vera e propria piaga sociale.

Voucher: tutti ne parlano, molti li criticano, moltissimi li usano. Ma di cosa si tratta veramente?
 
Andando a leggere la pagina dedicata al tema sul sito dell’Inps, scopriamo che i voucher altro non sono che una modalità di pagamento per prestazioni lavorative “accessorie”, cioè “non riconducibili a contratti di lavoro in quanto svolte in modo saltuario.” Nella categoria rientrano pensionati, studenti in vacanza, chi percepisce prestazioni integrative del salario o sostegno al reddito, lavoratori part-time, inoccupati e titolari di indennità di disocupazione.

Il valore netto di un voucher da 10 euro è di 7,5 euro – la cifra equivalente al compenso minimo di un’ora di prestazione, sotto garanzia di copertura previdenziale/assicurativa Inps/Inail.

Non è tutto. Sul sito dell’ente previdenziale vengono anche elencati con dovizia di particolari i vantaggi dell’introduzione dei voucher: “prestazioni legali e assicurate” per il committente, che al tempo stesso “non deve stipulare alcun tipo di contratto”; “entrate occasionali esenti il cui compenso è esente da imposizione fiscale, ma compatibili con i trattamenti pensionistici” per il prestatore.

Lo strumento dei voucher venne introdotto dal governo Prodi II nel 2008 per rispondere al problema del precariato giovanile, ma è durante l’anno scorso che si è registrata una vera e propria esplosione: un voucher su tre è andato agli under 25.

Se nell’anno in cui i voucher sono stati introdotti le persone pagate con un voucher erano meno di 24.500, nel 2015, secondo i dati del ministero del Lavoro, questa cifra è arrivata a toccare il tetto record di 1.392.906.

C’è però una domanda che non può non accompagnare qualsiasi ragionamento su un’impennata così clamorosa: i voucher hanno rimpiazzato i contratti – anche quelli a termine? Contribuiscono cioè a incrementare il precariato?

Ci sono infatti dati la sezione “vantaggi” del sito dell’Inps non riporta. Ad esempio non viene detto che solo lo 0,4% di chi percepisce i voucher guadagna più di 5000 euro all’anno (il tetto massimo è 7000). E non viene nemmeno detto che appena il 10% del totale ha avuto un rapporto di lavoro autonomo o subordinato con l’azienda che lo ha poi  pagato in voucher. Percentuale che scende al 7,9% se si considerano i lavoratori che avevano avuto rapporti professionali con il medesimo datore di lavoro nei tre mesi precedenti.

Come scrive Marta Fana su Econopoly de il Sole 24Ore , chi viene pagato esclusivamente in voucher si trova ad essere “povero oggi e povero domani”, grazie a una contribuzione previdenziale fra le più basse: appena il 13%, il minimo possibile.

Il che significa che stiamo parlando di prestazioni iper-occasionali, che rientrano appieno nella categoria dell’iper-precariato.

Se l’obiettivo dell’introduzione dei voucher era quello di fare uscir dal sommerso alcuni specifici settori del mondo del lavoro (si pensi alle collaboratrici domestiche, che in Francia –  Paese a cui ci siamo per l’appunto ispirati – beneficiano in larga parte dei voucher), il risultato è stato opposto: sono stati coinvolti molti più lavoratori di quanto previsto, in moltissimi settori diversi.

Non  caso, infatti, si è parlato appunto di abuso dei voucher per coprire lavori in nero o per contenere il costo di assunzioni stabili di dipendenti.

Sul tema sono intervenuti anche i sindacati, che hanno sottolineato come i voucher vengano usati per camuffare prestazioni di lavoro continuative e subordinate, invece che per regolarizzare rapporti occasionali. Con l’esito nefasto di “voucherizzare” lavori che prima erano regolari e che ora vengono pagati molto di meno dai datori, con buona pace delle statistiche governative. La Cgil ha anche chiesto l’abolizione di questo strumento tramite referendum.

Il trucco è presto svelato: il lavoratore viene pagato con voucher per due ore e in nero per le restanti sei. Se arrivano gli ispettori, il datore ha il voucher pronto nel cassetto della scrivania, sempre “buono” perché non c’è obbligo di comunicare all’Inps gli orari di lavoro.

A meno che gli ispettori non si fermino per tre ore di seguito, sarà impossibile dimostrare che i voucher non erano relativi proprio all’orario in cui l’ispezione è stata effettuata. E per chi si rifiuta, l’alternativa è presto servita: o si accettano i voucher o si va a  casa.

 

Fonte: Capire davvero la crisi

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