Pietro Longo per Eurasia-Rivista

Votazioni ONU per il riconoscimento della Palestina. Il fallimento del processo di pace e l’isolamento israeliano

Le votazioni del Consiglio di Sicurezza ONU per il riconoscimento dello stato palestinese previste per la fine di settembre 2011 costituiscono una svolta per la politica dell’Autorità Nazionale Palestinese che sfida l’autorità USA e quella di tutto il Quartetto per azzardare il supporto dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Da questo azzardo si annunciano una serie di scenari preoccupanti per Israele e per le mire USA nel MENA, ma anche una reale prospettiva per il popolo palestinese di un primo passo per vedersi finalmente riconoscere in modo concreto il diritto di autodeterminazione.

Fase I: votazioni al Consiglio di Sicurezza

Sono previste per la fine di settembre 2011 le votazioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per il riconoscimento di uno stato palestinese indipendente e sovrano basato sui confini del 4 Giugno 1967 e con capitale Gerusalemme Est. La richiesta presentata al Consiglio di Sicurezza e all’Assemblea Generale dal presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) Mahmud Abbas costituisce un’importante variazione della posizione dell’ANP rispetto al processo di pace con Israele; la richiesta infatti aggirerebbe la fase di negoziato per la soluzione dei due stati, che fino ad oggi non ha portato ad alcun risultato concreto, cercando il riconoscimento della Dichiarazione di Indipendenza dello Stato Palestinese (Algeri 1988) direttamente dalle Nazioni Unite.

La sessione del mese di Settembre del Consiglio di Sicurezza sarà presieduta dal Libano, sul cui supporto l’ANP fa molto affidamento. Ad oggi, tra i membri permanenti ONU, Cina e Russia hanno espresso il loro appoggio all’Autorità Nazionale Palestinese, Francia e Regno Unito non si sono ancora espressi ufficialmente, mentre gli Stati Uniti hanno già annunciato il loro veto, il ché determinerà a priori la bocciatura della richiesta in sede di votazione. A partecipare come membri non permanenti del 2011 troviamo: Colombia, Sud Africa, Portogallo, Germania, India, Libano, Nigeria, Bosnia Erzegovina, Gabon e Brasile. E tra i dieci membri, proprio quest’ultimo è quello che forse si è mostrato più solidale alla causa palestinese. Nell’annunciare il proprio appoggio all’ANP il Brasile definisce il riconoscimento della sovranità palestinese come il completamento di 64 anni di vecchie promesse (mai mantenute), sottolineando l’importanza di questa votazione per sbloccare l’empasse nel quale il Quartetto (USA, UE, Russia e ONU) ha lasciato irresponsabilmente il processo di pace. Nelle dichiarazioni dell’ambasciatore brasiliano presso l’ONU Maria Luiza Ribeiro Viotti è chiara la condanna di Israele e degli USA per il fallimento del processo pace, fallimento che oggi più che mai rischierebbe di mettere in serio pericolo la sicurezza e la pace in Medio Oriente.

Fase II: votazioni all’Assemblea Generale

Parallelamente, l’Autorità Nazionale Palestinese presenterà formale richiesta all’Assemblea Generale il 20 settembre per ottenere il riconoscimento sia dello status di osservatore indipendente sia di quello di stato sovrano che, se riconosciuto, avrà validità solo per singoli paesi che avranno eventualmente votato a favore. A garantirne l’approvazione serviranno due terzi della maggioranza, 129 paesi su 193 dovranno quindi votare a favore. Diversi stati membri dell’Unione Europea si sono già espressi contrari, Germania, Italia, Repubblica Ceca, Paesi Bassi, mentre Francia, Portogallo e Regno Unito non si sono ancora sbilanciati; le trattative sono ancora in corso e la posizione dell’Unione Europea non è affatto unanime.

La Palestina è l’unico caso di “ente osservatore” delle Nazioni Unite, qualifica che con il supporto dell’Assemblea Generale verrebbe modificata in “stato osservatore”, riconoscendogli implicitamente la qualifica di stato sovrano e determinandone la presenza in diverse agenzie ONU come l’UNESCO, l’UNICEF e il WHO. Sul piano politico, il riconoscimento dell’Assemblea Generale di uno stato palestinese entro i confini del ’67, ne riconoscerebbe automaticamente i confini, appunto, e vice versa riconoscerebbe la condizione illegale in cui si verrebbero a trovare gli oltre 120 insediamenti e 90 posti di blocco israeliani in Cisgiordania, determinando un forte indebolimento israeliano in eventuali trattative per la determinazione dei confini stessi del futuro stato palestinese.

La posizione USA nel “processo di pace”

Nello scambio epistolare tra Ariel Sharon ed il presidente USA G. W. Bush del 14 aprile 2004 che accompagnò il piano di disimpegno da Gaza, il primo ministro israeliano informava il presidente americano del piano unilaterale di “ricollocazione” degli insediamenti e delle installazioni militari dalla Striscia alla Giudea e alla Samaria, cedendo a sud per prendere ad ovest. Il presidente Bush rispose molto amichevolmente tranquillizzando Sharon su diversi punti:

Gli Stati Uniti ribadiscono il loro costante impegno per la sicurezza di Israele, inclusi confini sicuri e difendibili (…). Sembra evidente che un accordo giusto ed equo in un quadro realistico per la soluzione della questione dei rifugiati palestinesi come parte di un qualsiasi accordo sullo status finale dovrà essere trovato attraverso la creazione di uno stato palestinese dove trasferire i rifugiati palestinesi, invece che in Israele. (…) Alla luce delle nuove realtà sul campo, tra cui la presenza di grandi centri abitati israeliani, è irrealistico aspettarsi che l’esito delle negoziazioni sulla status finale consisterà in un pieno e completo ritorno alla linea di armistizio del 1949, e tutti i precedenti sforzi di negoziato per la soluzione dei due stati sono arrivati alla stessa conclusione.

L’eventuale creazione di uno stato palestinese farebbe emergere una serie di problemi, come la questione dei confini, quella dei rifugiati e dello status dei cittadini palestinesi in Israele, che attualmente l’amministrazione Obama preferisce chiaramente evitare. E’ irrealistico aspettarsi il completo ritorno ai confini del 1967, afferma tra le righe Bush. Quindi? Israele proprio dal processo di pace di Oslo (1993) in poi ha incessantemente continuato le sue operazioni di colonizzazione della West Bank, con un incremento di oltre il 50% dell’attività di espropriazione ed occupazione della proprietà privata e pubblica palestinese. E nel 2004, nella prospettiva della soluzione dei due stati, Sharon ottiene dal presidente USA la garanzia per l’annessione della maggior parte degli insediamenti nella West Bank ed il consenso sul riconoscimento sul diritto al ritorno palestinese come applicabile soltanto al futuro stato palestinese, e non a quello israeliano.

Nonostante il presidente Obama abbia diverse volte annunciato una politica di supporto alla “democratizzazione del Medio Oriente”, la sua posizione rispetto alle richieste palestinesi contraddirebbe le sue numerose dichiarazioni a supporto della “primavera araba”, oltre ché le dichiarazioni di biasimo del Febbraio 2011 per la politica di espansione territoriale israeliana. I palestinesi erano stati infatti avvisati che nel presentare la risoluzione al Consiglio di Sicurezza avrebbero provocato la sospensione degli aiuti economici americani all’Autorità Nazionale Palestinese. Il 29 Giugno il Senato americano ha presentato una risoluzione per chiedere al presidente di porre il veto alle future votazioni del Consiglio di Sicurezza e di sospendere l’assistenza economica all’ANP. Parallelamente l’ambasciatore americano presso le Nazioni Unite ha minacciato la sospensione dei finanziamenti all’organizzazione internazionale nel caso in cui questa riconoscesse lo stato palestinese, mostrando così un tentativo disperato di riprendere in mano le redini del processo di pace in Medio Oriente. In questo contesto quello che oggi sta facendo Mahmud Abbas è forse un azzardo: rischiare l’appoggio politico ed economico statunitense per un voto incerto dell’Assemblea Generale; ma è certo che qualsiasi sia il risultato di questo azzardo, Abbas ne uscirà rafforzato sia nella sua leadership interna e che nei suoi rapporti con Hamas e gli altri attori politici palestinesi.

In un quadro in cui la totale assenza di confini precisi tra Israele e territorio palestinese (se non quelli del ’67, entro i quali la risoluzione ONU 242 obbligherebbe Israele a ritirarsi) caratterizza tutto il processo di pace, è stato di fatto permesso ad Israele di espandersi attraverso l’uso della forza senza alcuna garanzia per il rispetto dei fondamentali diritti del popolo palestinese. E l’annuncio israeliano dell’inizio di Agosto 2011 della creazione di quasi 3.000 unità abitative per i coloni ebrei nei Territori Occupati ha ovviamente creato l’ennesimo empasse diplomatico, spingendo il presidente ANP a mettere in disparte la strada degli accordi bilaterali. Il rifiuto israeliano a ritirarsi entro i confini del 1967, come previsto dalla risoluzione ONU 242, di riconoscere la piena sovranità ed indipendenza di uno stato palestinese ed il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi sia in territorio palestinese che in territorio israeliano ha determinato il fallimento di tutti i principali tentativi di raggiungere un accordo bilaterale israelo-palestinese negli ultimi due decenni.

Israele in un vicolo cieco?

Considerando l’attuale contesto geopolitico della regione, dove Israele si ritrova quasi “accerchiato” o da potenze dichiaratamente ostili, come la Siria, o da stati potenzialmente tali, come l’Egitto e la Turchia, e considerando ovviamente i recenti sviluppi politici del Medio Oriente e Nord Africa, il conflitto israelo-palestinese rischia fortemente di ritornare alla sua originaria dimensione regionale di conflitto arabo-israeliano nel caso in cui non venissero accolte le richieste dell’ANP. D’altra parte la crisi diplomatica con la Turchia e con l’Egitto, nonché il successivo assalto all’ambasciata israeliana al Cairo del 9 settembre e una potenziale alleanza militare tra Siria e Iran, incutono il timore per Israele e i suoi sostenitori che, con un eventuale stato palestinese, i rapporti di forza che fino ad oggi sono sempre stati caratterizzati da una netta superiorità militare israeliana rispetto alle altre entità statali e non della regione, si possano modificare al punto di stravolgere gli equilibri nel MENA a sfavore di Israele e degli interessi strategici regionali USA.

Molti analisti hanno poi evidenziato il rischio, nel caso di un rifiuto dell’Assemblea Generale, di un’intifada palestinese, probabilmente incitata e incoraggiata anche da forze politiche esterne che potrebbero trarre degli interessi nello spostare i riflettori degli osservatori internazionali e concentrare l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale sul singolo conflitto israelo-palestinese. E’ difficile fare delle previsioni, non sappiamo innanzi tutto quale sarà la nuova linea politica egiziana e quindi se Israele manterrà o meno il supporto dell’alleato più importante nella regione. Non siamo ancora in grado di prevedere i futuri sviluppi della crisi siriana e se l’eventuale caduta del presidente Bashar porterà le tensioni sul Golan ad intensificarsi o meno. Ma dopo la guerra in Libia, ancora in corso, il fallimento della guerra in Afghanistan ed il disastro della guerra irachena, ci si chiede se USA e UE abbiano realmente intenzione di affrontare un ulteriore conflitto nel Vicino Oriente, e fino a che punto vogliano e possano sostenere Israele in questa eventuale crisi.

Kawkab Tawfik è laureata in Lingue e Civiltà Orientali presso la Facoltà di Studi Orientali dell’università Sapienza di Roma. I suoi studi e le sue ricerche vertono soprattutto sul diritto musulmano e sulla politica egiziana.

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