Pakistan: il terrore viene dal cielo

Il terrore viene dal cielo in Pakistan. Non c’è una guerra nel Paese, ma il fatto che nelle zone di confine con l’Afghanistan si annidino ribelli talibani che poi agiscono nello Stato vicino ne ha fatto da tempo un territorio esposto ai bombardamenti statunitensi.
Alcuni files di Wikileaks dimostrarono qualche anno fa l’esistenza di un accordo “sotto banco” tra i due governi: le proteste ufficiali di Islamabad di fronte ai raid dei droni Usa sarebbero state solo di facciata, nulla di concreto sarebbe stato fatto per fermare le incursioni statunitensi nel Waziristan. Tuttavia negli ultimi tempi sembra che a Islamabad stia passando una linea diversa: dopo che un elicottero NATO ha ucciso 24 soldati pakistani di stanza sul confine, per settimane sono stati chiusi i due valichi che collegano il Pakistan all’Afghanistan dai quali passano i rifornimenti per i mezzi dell’Alleanza atlantica. Un gesto suggerito dall’insofferenza oramai palpabile dell’opinione pubblica pakistana e di gran parte dei partiti islamici verso i raid. Ma nonostante le ripetute proteste popolari e il pericolo di una crisi diplomatica tra il governo di Islamabad e Washington, i raid USA – come stabilito dalla “dottrina Obama” – continuano.
E fanno moltissime vittime innocenti. L’intensivo ricorso da parte degli Stati Uniti ai raid condotti da droni nel nord del Pakistan è stato duramente contestato anche in uno studio condotto da giuristi di Standford e New York University per l’associazione Reprieve, che da anni si occupa di denunciare le torture perpetrate a Guantanamo e in generale le violazioni dei diritti umani commesse dagli Stati Uniti nella “guerra contro il terrorismo”. “I droni sorvolano 24 ore su 24 i villaggi del nord ovest del Pakistan, colpendo abitazioni, veicoli e luoghi pubblici senza nessun preavviso – si legge nel rapporto basato su interviste a 130 civili che vivono nell’area, la metà dei quali sopravvissuti a raid – chi vive sotto la minaccia dei droni deve fronteggiare la costante preoccupazione di un attacco mortale in ogni momento, sapendo di non poter far nulla per proteggersi”. Le incursioni in Waziristan hanno provocato centinaia di vittime tra i civili ed hanno avuto “l’effetto controproducente di danneggiare” l’immagine degli Stati Uniti d’America, denuncia lo studio, che si intitola appunto Living under drones (Vivere sotto i droni).
La relazione è stata pubblicata ieri, e in base ai dati del Bureau of Investigative Journalism afferma che dal giugno del 2004 sono state uccise tra le 2562 e le 3225 persone, tra queste il numero dei civili oscilla tra i 474 e gli 881. Il più delle volte le dichiarazioni ufficiali rese dal comando NATO o dalle autorità USA parlano di “terroristi” o “talibani”, o “miliziani di al Qaida”. Ma sono solo termini con i quali spesso si nasconde la verità, e cioè che i raid indiscriminati hanno ucciso dei civili. Solo ieri una fonte anonima dell’intelligence di Islamabad, citata dall’agenzia d’informazione Xinhua, ha reso noto che almeno 6 miiliziani di al Qaida, tra cui il comandante Abu Kasha al Iraqi, sarebbero stati uccisi in un raid di un drone Usa sulle aree tribali del Pakistan nordoccidentale. Una tardiva smentita sulla reale identità degli uccisi non stupirebbe.
Alessia Lai

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