Quando si consulta un testo di diritto amministrativo, alla voce Enti Pubblici si trova una spiegazione della natura giuridica di questi enti quali strumenti dello Stato per realizzare l’interesse generale che la costituzione attribuisce allo stato stesso ma che esso non può perseguire solo servendosi solo dei suoi apparati.

Un ente previdenziale, perciò, è quell’organismo pubblico che ha quale scopo costituzionale quello di perseguire l’interesse generale di tutelare le fasce più fragili della popolazione o perché diventate anziane (pensioni) o perché temporaneamente non nelle condizioni di sostentarsi (disoccupazione e malattia).

Certo, nella storia della Repubblica troppo spesso il ruolo di strumento dello Stato è stato confuso con quello di strumento dei gruppi politici al potere, che l’hanno troppe volte utilizzato come serbatoio di voti grazie ad assunzioni pilotate e a favori a gruppi economici forti, ma era sempre la politica a gestire questi enti e, perciò, se voleva mantenere il consenso non poteva snaturare il ruolo sociale che tali enti erano chiamati a svolgere. Infatti, almeno in teoria, i politici, essendo eletti, potevano perdere la fiducia del proprio elettorato e non essere riconfermati nella tornata successiva.

Negli ultimi vent’anni l’azione pervasiva del potere finanziario non poteva non coinvolgere anche gli enti previdenziali, trascinandoli in una logica aziendalistica che dall’attività delle prestazioni sociali ha condotto all’attività di produzione di servizi.

La gestione di Mastrapasqua ha dato un’accelerazione al processo sopradescritto e sicuramente questo era il suo mandato quando i burattini della politica lo hanno posto a capo dell’INPS.

Negli ultimi anni sono avvenuti passaggi fondamentali: il collegamento diretto tra INPS ed Equitalia (il presidente dell’INPS è di diritto vicepresidente di Equitalia) e l’esternalizzazione massiccia di pezzi di attività istituzionale che è stata un vero colpo da maestri perché ha centrato più di un obiettivo che risulta strategico per il sistema.

Ci riferiamo alla costituzione degli enti bilaterali, frutto di un accordo tra Governo e parte del sindacato (precisamente tra Brunetta e CISL e UIL che si sono trovati la strada spianata dalla svolta veltroniana dei DS). I più non conoscono l’argomento e, perciò, non riescono ad afferrarne la portata. Cercheremo di spiegarlo.

I sindacati, attraverso i loro patronati, in base a questo accordo si trasformano in “società” di servizi: tutte le pratiche previdenziali e assistenziali che un cittadino deve fare è praticamente obbligato a farle attraverso i patronati. L’INPS stipula convenzioni con gli enti bilaterali che, naturalmente, non svolgono tale attività gratuitamente ma vengono pagati per ogni pratica. Apparentemente il cittadino usufruisce gratuitamente del patrocinio mentre in realtà lo paga attraverso la fiscalità generale o altri meccanismi.

La CGIL si oppose all’accordo e il risultato è stata la rottura dell’unità confederale che è durata per qualche anno e l’attacco da parte degli altri due sindacati maggiori che l’hanno progressivamente isolata e hanno continuato a fare accordi separati. Purtroppo, quella di oggi non è la CGIL di Di Vittorio: è un sindacato che si è progressivamente trasformato in apparato di organismi e persone cooptati e autoreferenziali il cui scopo principale è il perpetuarsi della propria esistenza. Per questo motivo non è riuscita ad uscire dall’angolo e, con la Camusso, ha fatto retromarcia su una questione così fondamentale.

Questo tipo di esternalizzazione(altro modo per dire privatizzazione) si è esteso ai consulenti del lavoro e ad altre categorie con l’effetto di incrementare, nella sostanza, il costo di ogni pratica.

Facendo i conti della serva, semplici ma efficaci, per una pratica che un impiegato INPS sbrigherebbe in dieci minuti al costo massimo oscillante tra i 3,50 e 5 euro lordi, la pratica inoltrata dall’intermediario costa almeno il doppio, senza considerare che il costo dell’impiegato INPS rimane in quanto, comunque, la procedura va completata e validata dall’Istituto.

Questo è uno dei tanti esempi che dimostrano come le privatizzazioni, chieste a gran voce dall’Europa, non solo depauperano il patrimonio pubblico, ma, soprattutto, come i relativi costi vengano pagati dai cittadini mentre i privati che ci mettono le mani traggono i loro vantaggi a spese di tutti, con buona pace di un altro principio fondamentale del diritto amministrativo, che deriva dalla Costituzione, che è quello per il quale la Pubblica Amministrazione ha la missione del perseguimento e della tutela dell’interesse generale, da non confondersi con la somma degli interessi particolari.

In questo processo, una volta sbarazzatisi di Mastrapasqua, ormai diventato inutile, un banchiere è stato installato a capo di un Istituto con un bilancio vertiginoso, secondo solo a quello dello Stato. Non che si possa sentirne la mancanza, ma sembra di essere caduti dalla padella nella brace in quanto Mastrapasqua era comunque espressione della politica, per quanto corrotta e debole, mentre Conti appare come il braccio secolare della finanza. Tutti i segnali che si sono verificati negli ultimi anni, compresi quelli descritti, rivelano un sistematico smantellamento dell’INPS e ci si chiede se la nomina di Conti, che potrebbe senza difficoltà passare dal ruolo di commissario a quello di presidente, non sia la campana a morto di un Istituto che è rimasto l’ultimo baluardo, seppure depotenziato ed impoverito, del welfare pubblico.

Infatti, quello che ci si può attendere da Conti è un ulteriore accelerazione della privatizzazione delle attività istituzionali dell’INPS contrabbandata come maggiore efficienza economica. Per la finanza privata la gestione di prestazioni previdenziali e assistenziali è un succulento boccone che promette enormi affari perché, come l’acqua, la gente non può fare a meno di queste cose. Basti pensare alla montagna di denaro che attualmente l’INPS gestisce senza fini di lucro ma che in mani private (leggi banche e istituti finanziari) frutterebbe ai loro possessori enormi guadagni sulla pelle del popolo.

Non ci resta che vedere quelle che saranno le prime mosse del commissario.

 

Di Ida Lorusso

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