Il neoliberismo e il tipo di globalizzazione che esso ha diffuso sono interamente basati sulla competizione. Questo significa che le persone normali, anche se qualificate, hanno poca o nessuna tutela. Chiunque può essere estromesso dal sistema in qualsiasi momento, per motivi di malattia, gravidanza, età, presunto insuccesso o addirittura senza alcun motivo preciso. Potremmo chiederlo a una delle vittime di coloro che “Newsweek” un tempo chiamava “sicari aziendali”, come Mr Albert Dunlap, affettuosamente chiamato “Al Motosega”.

Questo esperto della riduzione del personale ha scritto un libro che si intitola Affari sporchi,nel quale spiega quanto paghi la mancanza di cuore. Mi ha dato grande soddisfazione, e sono sicura che ne abbia data anche a tutti gli amanti della giustizia, sapere che l’estate scorsa ad Al Motosega sia stato dato il benservito. Ma per lo meno lui è stato onesto e non ha fatto misteri su quanto la competizione sia brutale e violenta.

Per capire che cosa significhi essere un perdente potremmo anche chiedere ai senzatetto e ai disoccupati europei o a uno dei 40 milioni di americani che non hanno un’assicurazione, o forse a un qualunque messicano. Dopo la crisi finanziaria e la svalutazione del 1994-95 in Messico, 28000 piccoli e medi imprenditori sono falliti e la metà della popolazione è scesa al di sotto della soglia di povertà. Oggi il 60 per cento dei messicani è considerato povero.

Un paio di anni fa, le tigri asiatiche erano i beniamini della Banca Mondiale. Oggigiorno, in Indonesia, si è letteralmente tornati a morire di fame. Il numero dei suicidi in Corea e in Thailandia, paesi in cui i lavoratori non hanno più speranze, è in forte e costante crescita. Uccidono se stessi e le loro famiglie; in quei luoghi, tali morti sono conosciute con il nome di “suicidi FMI”. In Russia l’aspettativa di vita degli uomini è precipitata di sette anni in meno di un decennio, un fatto senza precedenti nel XX secolo. L’Africa e le sue popolazioni stanno praticamente scomparendo dalla faccia della Terra.

Sfortunatamente, nessun responsabile dell’avanzata della globalizzazione ha la minima idea di cosa fare dei perdenti. Ma è evidente che la creazione di un numero imprecisato di persone non tutelate ed emarginate ha implicazioni politiche profonde.

Per secoli la questione politica ha riguardato l’individuazione di chi dovesse comandare e chi dovesse essere comandato. Tutto ruotava intorno alla gerarchia e ognuno sapeva esattamente qual era il suo posto all’interno di tale gerarchia. Questo ordine cominciò a sgretolarsi nel XVIII secolo e da allora, in particolare dalla Seconda Guerra Mondiale, la questione centrale della politica è stata la spartizione del potere. I gruppi sono entrati in competizione fra loro, facendo pressione sui governi per aumentare più o meno pacificamente la propria quota di potere.

Ma sono sicura che la politica del XXI secolo non sarà incentrata su nessuna di queste questioni, anche se, naturalmente, conserverà aspetti sia della gerarchia sia della divisone dei poteri. La questione davvero importante e centrale sarà qualcosa di molto diverso. Se si permetterà alla globalizzazione neoliberista di continuare la sua opera, la politica dovrà occuparsi soprattutto di un problema mortalmente serio: la sopravvivenza.

Si tratta della questione estrema dei diritti umani: chi ha il diritto di vivere e chi no? Quanti non contribuiscono in alcun modo all’economia di mercato, né come produttori né come consumatori – e si può facilmente prevedere che saranno milioni – avranno il diritto di sopravvivere e di vivere in modo decente oppure no? Sto parlando di quel tipo di esclusione radicale dal sistema economico che porta come risultato alla morte degli emarginati.

di SUSAN GEORGE (sociologa e attivista)

[da AA.VV., La debolezza del più forte, a cura di M. J. Gibney, trad. it. Mondadori 2004]

Fonte: Appello al popolo

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