Di Rivista.Indipendenza (http://www.appelloalpopolo.it/?p=5959)

La politica estera funge sempre da cerniera tra interessi e rapporti di forza tra classi (non solo dominanti) dentro e tra gli Stati e gli indirizzi complessivi di politica interna. Nell’epoca della dittatura europea, funzionale economicamente e politicamente alle strategie imperialiste USA, i diktat esterni incidono sempre più nocivamente sullo stato di salute delle basilari condizioni di libertà e dignità della nazione italiana e degli individui che la compongono.

Intenti a riaffermare globalmente il proprio dominio, gli Stati Uniti, in previsione di scontri sempre più cruenti contro i propri competitori geopolitici globali (Cina in primo luogo), rinsaldano in Europa preesistenti vincoli e stabiliscono nuove modalità della servitù. Non è un caso che le principali normative imposte o promosse in Italia (tra le ultime il famigerato ACTA sulla libertà di Internet, o l’altrettanto sospetto FACTA, per l’invio oltreoceano di informazioni bancarie e finanziarie), anche attraverso le istituzioni europee, partano tutte dagli USA, sancendo interferenze e sudditanze a tutto campo su tutti gli Stati, tra loro concorrenti nel servilismo verso l’alleato/egemone.

Un servilismo attuato anche senza contropartita, come mostra il caso italiano. Persino deprecabili interessi capitalistici italioti vengono penalizzati dall’arroganza USA. Tanto che l’ordine dei primi tre cacciabombardieri F-35 della Lockheed “coincide con la cancellazione di commesse militari di competitivi velivoli “made in Italy” da parte degli USA”. È dal 2009 che Obama cancella le commesse di Bush (a ringraziamento dei servigi in Iraq e Afghanistan) per le controllate di Finmeccanica. Dopo gli elicotteri della Agusta e gli aerei da trasporto C-27J della Alenia, oggi a rischio sono i Jet M-346 (ancora Alenia). Ma Monti non chiede garanzie, mentre sul fronte Afghanistan, Iran e Libia, domani anche Siria, a Roma si è più “realisti del Re“: dove persino l’Imperatore si disimpegna, il valvassino Italia corre all’azione. Spendendo e spandendo.

La subordinazione e dipendenza dell’Italia è tema pressoché inesistente nella discussione politica in Italia. Eppure non mancano argomenti. L’Unione Europea ce ne offre di continuo. Sulle liberalizzazioni, ad esempio, la Commissione Ue, riferisce La Repubblica, ha avvertito il Parlamento italiano: “niente retromarce“. Monti ovviamente concorda, e già da Washington affermava che le liberalizzazioni dovranno essere approvate nel giro di breve tempo dalle Camere “con modifiche minimali“. Anche la cosiddetta “democrazia parlamentare” è un lusso in tempi di dittatura europea! I provvedimenti del governo Monti sono stati valutati positivamente da Bruxelles, pur con alcuni “limiti“. Ad esempio contro categorie come benzinai, farmacisti e notai la riforma “poteva essere più ambiziosa” e occorrerà procedere ad ulteriori aperture al mercato “al più presto“. Bisogna inoltre intervenire su mercato del lavoro, fisco, innovazione e giustizia civile. Come se non bastassero i salassi e le macellerie sociali attuate anche da questo governo di veri e propri Quisling di nazi-coloniale memoria, Bruxelles intima dunque ancora sacrifici.

L’Italia resta ancora poco competitiva“, ammonisce un documento della Commissione UE (Ansa, 12 febbraio 2012), che considera il nostro Paese con Cipro, Spagna e Ungheria i Paesi “dov’è più necessario e urgente intervenire“. In una fascia mediana, cioè sotto attenta osservazione, si trovano Francia, Belgio, Gran Bretagna, Slovenia e Bulgaria. E quali provvedimenti bisognerebbe varare? In primo luogo torna il mantra del mercato del lavoro. In perfetta sintonia con un editoriale del Wall Street Journal di qualche settimana fa. Il Corriere della Sera (13 febbraio 2012) ricorda che il dossier di Bruxelles “si iscrive nella cornice del cosiddetto six pack, le nuove regole europee entrate in vigore a dicembre” con il pretesto della crisi, che il nostro presidente del Consiglio ricordava fosse necessaria per l’avanzamento dell’eurodittatura: “Non dobbiamo sorprenderci che l’Europa abbia bisogno di crisi, di gravi crisi per fare passi avanti. I passi avanti dell’Europa sono per definizione cessioni di parti della sovranità nazionale ad un livello comunitario. È chiaro che il potere politico ma anche il senso di appartenenza dei cittadini a una collettività nazionale possono esser pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico del non farle diventa superiore al costo del farle perché c’è una crisi in atto visibile e conclamata“.   

 

 

 

 

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