MARTA FORTUNATO

Roma, 17 novembre 2011, Nena News – Il recente piano del Pentagono di vendere 5000 bombe a guida satellitare agli Emirati Arabi Uniti non sarebbe solo una strategia politica volta a rafforzare i legami con gli alleati del Golfo Persico in funzione anti-Iran. Ma si tratterebbe soprattutto di un’occasione per i contractors americani di trovare un ricco mercato per le loro esportazioni, dopo gli annunciati tagli al budget interno destinato alla difesa.

L’industria delle armi aveva registrato un grosso aumento dopo gli attacchi dell’11 settembre 2011: “Nel corso di un decennio il budget annuale per la difesa negli Stati Uniti è raddoppiato e ha raggiunto quasi 700 miliardi nel 2010” si leggeva in un articolo pubblicato a settembre sul Financial Times – i guadagni dell’industria della difesa americana sono quadruplicati in quel periodo”.

Un decennio, che tuttavia, è volto al termine e il futuro non è roseo.

Il Pentagono si è visto ridurre il proprio budget di 450 miliardi di dollari per i prossimi dieci anni, ma ci potrebbe essere un ulteriore taglio di 600 miliardi nel caso in cui la Commissione speciale del Congresso non riuscisse a raggiungere un accordo sulle misure per ridurre la spesa. Il segretario della difesa USA Leon Panetta, in una lettera inviata – e resa pubblica – a due senatori della difesa della Commissione ha evidenziato che “per l’esercizio finanziario 2013 la riduzione delle spese della difesa sarà del 23% e vicino al 20% nei prossimi 10 anni”. Di conseguenza, “tagli di questo genere sarebbero devastanti” perchè priverebbero il Pentagono di circa 1000 miliardi di dollari nei prossimi 10 anni.

Di fronte ai vincoli di bilancio sia negli Stati Uniti che in Europa, le compagnie di difesa americane devono quindi affrontare nuove sfide e per questo stanno rivolgendo lo sguardo verso i mercati asiatici e verso gli stati del golfo per esportare armi. Una mossa che è stata appoggiata e sostenuta dal Pentagono e dalla leadership politica per rispondere alle minacce dell’Iran.

Centinaia di miliardi di dollari sono stati spesi per l’acquisto di armi dagli stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) – Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman, Qatar e Bahrein – e nel futuro queste cifre non potranno che aumentare.

Dal 2007 questi paesi hanno diminuito l’acquisto di armi dai paesi europei come Francia ed Gran Bretagna e hanno preferito comprare principalmente dall’alleato americano. Il Rapporto del Servizio di Ricerca del Congressoelenca le quantità e i principali tipi di armi che gli USA hanno venduto agli stati del Golfo, tra cui 339 carri armati e armi a propulsione autonoma, 35 elicotteri, 71 APC ed auto blindate, 397 missili terra-aria.

Discorso di Obama davanti al Parlamento australiano

Nel 2010 l’Arabia Saudita ha realizzato un accordo senza precedenti con Boeing per l’acquisto di aerei da combattimento F-15, elicotteri, missili e navi da guerra all’avanguardia, per un valore totale di 67 miliardi di dollari. E gli altri stati del CCG hanno siglato accordi con compagnie come Raytheon, Honeywell, BAE System e Aerojet.

E gli Stati Uniti mirano ad attuare queste strategie anche nell’area del Pacifico.

“Gli Stati Uniti stanno mettendo in ordine le loro finanze pubbliche e stanno riducendo le spese. Ma ciò che questa regione [l’Asia] deve sapere è che mentre portiamo a termine le guerre attuali, ho dato ordine al mio gruppo per la sicurezza nazionale di considerare una priorità la nostra presenza e le nostre missioni nell’Asia-Pacifico” ha dichiarato questa mattina Barack Obama durante un discorso davanti al Parlamento australiano.

La volontà del Pentagono di avere una più forte presenza militare nell’Asia-Pacifico e di costruire basi militari permanenti in Australia fanno parte della medesima strategia: fornire dei mercati all’industria militare americana.

Nena News: http://nena-news.globalist.it/?p=14489

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