Di Fabrizio Lorusso
Carmilla On Line

BushObama.jpgUna risposta onesta alla domanda del titolo è: niente di nuovo sotto il sole. Infatti la gestione del presidente USA Barack Obama non sembra per ora voler cambiare l’atteggiamento ideologico e le politiche concrete nei riguardi del “cortile di casa” o “patio trasero” (in spagnolo) che è l’America Latina e, in primis, i Caraibi e il Messico. Queste sono storicamente le aree di influenza diretta in cui la potenza americana ha da sempre potuto utilizzare strumenti di hard power (potere duro, militare ed economico) invece di muoversi nell’ambito del solo soft power (potere di influenza ideologica basato sulla creazione del consenso e il convincimento). Amo pensare che i termini hard power e soft power, resi popolari dai testi di geopolitica dello statunitense Joseph Nye, possano nascondere qualche analogia o assonanza con le categorie gramsciane della coercizione e del consenso per la costruzione dell’egemonia, anche se l’ambito di applicazione esula dal tradizionale discorso sulle classi sociali, dirigenti e intellettuali del pensatore italiano per spostarsi verso le relazioni internazionali tra stati, nazioni e blocchi regionali. Credo comunque che la sostanza del discorso non cambi.

Priorità e problemi
Come prevedevano i rapporti pubblicati dalla CIA (Latin America 2020) all’inizio del nuovo millennio riguardanti il futuro dell’America Latina dal peculiare punto di vista delle priorità statunitensi, non sembra che la regione a sud del Rio Bravo, salvo alcune eccezioni che riporterò in seguito, sia diventata un’area particolarmente strategica d’interesse soprattutto se la consideriamo in rapporto all’Europa, alla Cina (o alla “Cindia”), alla Russia o al Medio Oriente. La grave crisi economica di questi ultimi due anni, generata dall’economia USA e dai mutui sub-prime ma anche dal medesimo sistema di vita americano che tanto soft power pareva aver creato nel passato, è la peggiore dopo quella del ‘29 mentre sul piano interno la riforma del sistema sanitario sta procedendo lentamente anche dopo l’approvazione in Senato e sta consumando una parte dell’enorme capitale politico e delle aspettative riposte dagli americani su Obama.
Quindi sono numerose le questioni di cui si deve occupare il nuovo governo americano e, ancora una volta l’America Latina passa in secondo piano. Ciò non toglie che gli interessi economici e commerciali tradizionali delle multinazionali (non solo americane ma anche europee, giapponesi e cinesi) legate allo sfruttamento delle risorse naturali idriche e del sottosuolo, uniti a quelli dei settori esportatori dell’industria americana in cerca di rivincite nei “suoi mercati” sempre più occupati dalla Cina, dalla Spagna o dallo stesso Brasile, ma soprattutto la corsa per la conquista della biodiversità in Centro e Sudamerica, regioni competitive in questo senso a livello mondiale, siano elementi da tener sott’occhio nel breve e medio periodo.

War games?
Inoltre le due guerre asiatiche ereditate dalla precedente e inquietante amministrazione di George W. Bush hanno spinto Obama tra le braccia di una severa realpolitik: ha dovuto tradire lo spirito di quell’attacco o provocazione di tipo “preventivo” sferrato dall’Accademia Svedese e costituito dall’assegnazione del Premio Nobel per la Pace con l’aumento delle truppe in Afganistan e la stipula del trattato con la Colombia per l’uso decennale di 7 basi dislocate nel paese sudamericano da parte della US Army. Questa decisione del presidente colombiano Alvaro Uribe e del suo omologo nordamericano ha portato negli ultimi mesi a importanti frizioni diplomatiche e ritorsioni del governo venezuelano di Hugo Chavez che si sente direttamente minacciato dall’ingerenza USA e ha recentemente denunciato anche l’Olanda di partecipare ai piani di destabilizzazione di Washington nei suoi confronti attraverso le basi situate sulle isole delle Antille olandesi, Aruba e Curacao, a pochi chilometri dal Venezuela.
Una mossa che era attesa dopo che il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, non aveva più rinnovato la concessione per la base USA di Manta e anche Panama s’era liberata negli ultimi dieci anni delle truppe americane sul suo territorio e nella zona del canale. L’affitto temporaneo o permanente di basi militari da parte delle forze armate statunitensi continua come strategia di controllo territoriale e di minaccia più che come uno strumento di cooperazione per la democrazia e la lotta al narcotraffico, le motivazioni ufficiali sempre propagandate al momento di giustificare questo tipo di accordi.GattoStarWars.jpgEcco così che l’enclave di Guantanamo a Cuba compie 103 anni ed è un avamposto inespugnabile e minaccioso di cui ben conosciamo le storie di abusi e violazioni post 11 settembre mentre in Honduras, a Palmerola, è operativa la base Soto Cano che è la sede della “Joint Task force Bravo”, una missione finalizzata alla “cooperazione regionale nelle iniziative di sicurezza e sviluppo democratico attraverso operazioni coordinate tra varie agenzie”. Stessa missione ha anche la base di El Salvador, presso l’aeroporto internazionale di Comalapa, ed è giudicata da alcuni esperti (per esempio Daniel Eriksson di Dialogo Interamericano) come un’inutile eredità di un passato “anti comunista” e che sarebbe ancora aperta per inerzia ma comunque operativa e funzionante per ogni evenienza.
Vengono invece costantemente smentite le voci e le notizie, per esempio quelle fatte circolare dalla venezuelana Agencia Bolivariana de Noticias (ABN), sulle presunte presenze USA nelle basi di Iquitos e Nanay in Perù, di Liberia in Costa Rica e Estigarribio in Paraguay ma allo stesso tempo non si può negare che esiste una capacità militare che gli Stati Uniti possono impiegare anche in modi diversi rispetto all’obbiettivo della lotta al narcotraffico o al terrorismo.

Sicurezza nazionale
Questi due “gravi problemi di sicurezza nazionale” degli USA sono diventati gli assi del discorso legittimante e interventista dopo la fine della Guerra Fredda, con la caduta del muro di Berlino nel 1989, e il declino della retorica del “pericolo comunista” nel mondo e in America Latina. Questa minaccia sistemica richiedeva l’intervento della CIA (soprattutto nei paesi grandi e lontani, a sud dei Caraibi) o pure dell’esercito (frequentemente impiegato in America Centrale e nelle isole caraibiche) ed era semplicemente rappresentata da qualunque presidente o governo democratico di carattere riformista, spesso non rivoluzionario, che entrasse in conflitto con la superpotenza o con le classi dirigenti nazionali schierate con i settori reazionari o “esterofili” come successe ad Arbenz in Guatemala nei primi anni ‘50 o ad Allende in Cile quasi vent’anni dopo. Altri grandi retoriche della storia furono l’esportazione della democrazia, utilizzata anche in Iraq, e la lotta al nazi-fascismo e ai totalitarismi negli anni dell’ascesa egemonica statunitense e della Seconda Guerra Mondiale. Peccato che in seguito alcuni regimi di quel tipo siano stati tollerati e a volte direttamente fabbricati fuori dagli scenari bellici e in particolare nell’emisfero occidentale…

Cuba
Tornando al presente o meglio al passato recente, le dichiarazioni di Obama al Vertice delle Americhe di Trinidad e Tobago nell’aprile 2009 in cui promise relazioni basate sul rispetto reciproco non sembrano venire supportate dalle azioni concrete dato che su più fronti la strategia americana non è cambiata rispetto al passato di incomprensioni e indifferenze di G. W. Bush. Nonostante alcuni timidi segnali di ripresa della distensione verso Cuba, particolarmente nel tema migratorio, il processo di avvicinamento s’è fermato e l’embargo continua a incombere sull’isola senza che vi siano ormai ragioni ideologiche fondate, sempre che ve ne siano state in precedenza, per mantenere le sanzioni e malgrado le ripetute condanne internazionali al riguardo.

Honduras, la Ande e il Brasile
Il governo USA ha inoltre riconosciuto le elezioni del 29 novembre in Honduras, paese interessato da un colpo di Stato manu militari nel giugno 2009 in seguito al quale il presidente in carica Manuel Zelaya è stato deportato in Costa Rica e le violazioni ai diritti umani e alle garanzie individuali sono cresciute esponenzialmente, nonostante una buona parte della comunità internazionale e numerosi paesi latino americani, tranne la Colombia, il Costa Rica, Panama, la Repubblica Dominicana, il Perù e il Messico, abbiano dichiarato l’illegittimità della vittoria del candidato Porfirio Lobo.
Scendendo più a sud verso il Brasile, malgrado le dichiarazioni di stima rivolte da Obama al presidente brasiliano Lula che sarebbe il “suo uomo” e “il politico più popolare della terra”, la relazione bilaterale tra i due giganti del nord e del sud non è delle migliori dopo le frizioni sull’Honduras (ricordiamo che Zelaya s’è rifugiato proprio nell’ambasciata brasiliana a Tegucigalpa) e sulla questione delle basi americane in Colombia. Quest’ultimo paese è il primo destinatario degli aiuti economici e logistici statunitensi ed è il suo principale alleato nella guerra al narcotraffico nella regione andina così come lo è il Messico in centro e nord America.
Anche in questo caso l’intenzione di favorire politiche di riduzione della domanda interna di stupefacenti non è stata ancora seguita da decisioni effettive in tal senso e quindi si continua con le tipiche misure di repressione e controllo dell’offerta di paesi produttori come la Bolivia, la Colombia, il Messico o il Perù le quali esportano instabilità e violenza verso sud. Un tema molto sensibile per il Messico e il Centro America, ma non solo, è quello dei migranti illegali negli USA il quale è stato trascurato e per ora non vi sono tavoli di negoziazione aperti.
La politica e l’agenda USA per l’America Latina sono ancora guidate dall’inerzia di un moto perenne definito da coordinate già note e volontà residuali lontane anni luce dalla retorica delle promesse. Cosa cambierà?

Haiti, dalla guerra al terrorismo al terremoto
Per concludere solo un commento riguardo alla tragedia che in questi giorni sta vivendo Haiti, paese caraibico di 9 milioni di abitanti confinante con la Repubblica Dominicana, in seguito al devastante terremoto del 12 gennaio scorso che ha provocato decine di migliaia di vittime (forse 200mila) e il collasso fisico e operativo delle sue istituzioni e dei suoi apparati statali. Già da alcuni anni si parlava di Haiti come di un cosiddetto Stato fallito e la presenza stabile dell’ONU e dei caschi blu, la cui missione era comandata dal Brasile fino a pochi giorni fa, era ormai un fatto assodato dopo il tremendo uragano Jeanne e le rivolte popolari del 2004, la cacciata militare dell’ex presidente Jean-Bertrande Aristide, l’arrivo dei marines e l’elezione nel 2006 dell’attuale mandatario in carica Renè Preval. Come segnala il blog di Selvas.org “il presidente Obama ha annunciato lo stanziamento di 100 milioni di dollari per “aiuti” ad Haiti, però non lo ha fatto circondato dai suoi collaboratori in questa materia: aveva al suo lato i più alti dirigenti della difesa La prima cosa da capire è che questi 100 milioni non serviranno per gli “aiuti umanitari” ma per far fronte alle spese di mobilizzazione militare annunciata (10.000 soldati)”. Haitipresidencial.jpgIntanto l’Italia ha annunciato la cancellazione del debito haitiano e la Francia, ex potenza coloniale e madre patria di Haiti, s’appresta a prendere la stessa decisione e a richiederla ai paesi del Club di Parigi per un ammontare di loro pertinenza di quasi 215 milioni di dollari sui totali 1,88 miliardi di debito estero haitiano. Gli aiuti stanno tardando ad arrivare a chi ne ha veramente bisogno e l’opera di coordinamento da realizzare è enorme viste le deficienze o le assenze totali delle istituzioni nazionali per cui sembra che gli USA si stiano incaricando di gestire la situazione e il segretario di Stato Hillary Clinton ha già visitato Porto Principe sabato scorso, il 16 gennaio, ribadendo la sua intenzione di integrare e non soppiantare il governo locale nell’esercizio delle sue funzioni. Di fatto però la polizia e lo Stato quasi non esistono più ad Haiti e sono gli eserciti stranieri, quello americano in primis, a mantenere un ordine minimo e instabile mentre i gruppi di solidarietà formati da civili sono impossibilitati agire. Mentre Stati Uniti (obiettivo 10mila) e ONU (+3.500 unità) decidono di inviare più truppe, centinaia di sciacalli e bande di rapinatori stanno prendendo d’assalto negozi e accampamenti in cerca di cibo.
In questo contesto la Francia e il Brasile, i paesi forse più interessati strategicamente e storicamente a mantenere un controllo e un avamposto sull’isola, hanno già protestato per l’ingerenza statunitense che con la scusa ufficiale degli aiuti umanitari sembra essersi spinto oltre le attese controllando l’aeroporto di Porto Principe (si sono anche verificate alcune frizioni con altri paesi per l’atterraggio di aerei carichi di aiuti) e inviando per ora 2200 marines e 5000 soldati secondo quanto annunciato dal Comando Sud americano con sede a Miami in Florida. Manca ancora un’autorità riconosciuta che gestisca le operazioni di salvataggio, la sicurezza e la distribuziuone razionale degli aiuti umanitari che rischiano di restare bloccati fisicamente o di venire ingurgitati nella spirale burocratica e nelle tasche delle cosiddette “multinazionali della solidarietà”. Il presidente venezuelano Hugo Chavez, facendo eco al ministro francese per la cooperazione, Alain Joyandet, ha ribadito che bisogna aiutare Haiti e non occuparla militarmente.

Scenari e sipari calati
Gli scenari che si aprono per Haiti nei prossimi mesi rimandano alla vecchia teoria “dell’imperialismo su invito” che prevede la delega progressiva di funzioni governative e di difesa nazionale, per volontà e necessità, in favore di una potenza straniera occupante o anche di organizzazioni e agenzie ad essa legate. Questa piano piano incomincia a stabilire un protettorato light e a convincere la popolazione locale che non è in grado di autogovernarsi e ha bisogno di un ordine esterno superiore che è il minore dei mali. A quel punto la sovranità è seriamente compromessa e, nonostante eventuali miglioramenti materiali, viene stabilita un’autorità esterna paternalista che controlla il paese per portarlo a nuove elezioni, a una nuova costituzione e, magari, a un referendum sull’annessione o l’associazione, stile Porto Rico, con lo Stato protettore. Resta da valutare la relazione costo – beneficio dell’operazione, i vantaggi strategici e geopolitici per gli USA e i costi nel lungo termine d’una specie di “amministrazione controllata” di un intero paese che, come dimostrano i casi dell’Iraq e dell’Afganistan, non è sempre un’alternativa percorribile e prevedibile oltre al fatto che in questa zona del mondo si potrebbero creare tensioni indebite e sproporzionate con la vecchia potenza francese e l’emergente Brasile. Una parte della popolazione attiva del paese e molti bambini rimasti orfani cercano scampo nell’emigrazione (o nelle adozioni internazionali) tanto nella vicina Repubblica Dominicana come negli USA che hanno fermato il processo di espulsione a carico di 30mila haitiani irregolari. Anche il Senegal ha messo a disposizione terre gratis per questi “figli dell’Africa”. Ad ogni modo i Caraibi e la stessa Haiti non sono nuovi a questo tipo di presenza straniera e gli scenari ipotizzati relativi al futuro di Haiti sembrano plausibili in questo momento e potranno definirsi più chiaramente quando l’emergenza sarà rientrata.

link: http://www.carmillaonline.com/archives/2010/01/003316.html

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