Di Rivista.Indipendenza

Uno scritto redazionale di “Indipendenza” il cui impianto, benché siano trascorsi anni da quando, a metà del 2005, fu redatto, rimane ancora attuale e concorre ad offrire una panoramica di un processo di neocolonizzazione che si muove a tappe e a tutto campo, da tempo. Da ben prima del 2005.

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Il mito dell’Europa continua ad infrangersi alla prova dei fatti. Politicamente, è arrivata la salutare mazzata del “No” al “Trattato costituzionale europeo” in Francia ed Olanda, che probabilmente non sarebbero stati i soli a respingerlo se in altri Stati membri fosse stato consentito ai propri popoli di pronunciarsi in merito invece di ratificare il Trattato in Parlamento.
Economicamente, cresce il malcontento di settori anche piccolo-medio imprenditoriali nei confronti dell’euro e delle relative politiche sottostanti. Finanziariamente, il fallimento del Consiglio Europeo di metà giugno sul rifinanziamento del bilancio comunitario per gli anni 2007-2013 riflette l’esistenza di rapporti di forza ed una confliggenza di interessi economici e politici tra gli Stati membri (nell’occasione, principalmente Francia e Germania da un lato, Gran Bretagna dall’altro) non facilmente conciliabili.
Nel sistema dominante, che assume l’ideologia di mercato come orizzonte, una qualsiasi impresa, di fronte a questo disfacimento generalizzato, non potrebbe far altro che portare le carte in tribunale per dare corso alla procedura fallimentare. Eppure, nonostante i duri colpi subiti, il processo d’integrazione europea non si ferma.
Al momento, per aggirare il rischio di impasse provocato dal “No” di Francia ed Olanda, due le strategie in campo. Primo: dilatazione, come concordato nel Consiglio Europeo dei capi di Stato e di governo di metà giugno, dei tempi del processo di ratifica del Trattato negli altri Stati membri, con rinvio sine diedelle consultazioni referendarie a rischio previste in Danimarca, Gran Bretagna, Polonia e Repubblica Ceca. L’obiettivo è prendere tempo, confidando nel ridimensionamento dell’onda lunga del “No” francese ed olandese ed in una ripetizione del referendum nei paesi dissenzienti. Secondo: «trapiantare», come anticipato in Italia da Giuliano Amato (“Corriere della Sera”, 30 maggio 2005), alcune componenti del “Trattato costituzionale” nel Trattato di Nizza del 2000, ultimo aggiornamento della serie di Trattati del processo di costruzione europea. Tecnicamente figurerebbero tra tali “pezzi” la creazione di un Ministro degli Esteri europeo, di un servizio diplomatico unificato e di un sistema decisionale del Consiglio Europeo basato sul raggiungimento del 55% dei consensi tra gli Stati che rappresentano il 65% della popolazione europea. Tradotto in termini politici, si mira a potenziare edoliare meglio un meccanismo già funzionale agli obiettivi strategici d’oltre Atlantico, avanzando nel processo di cessione di competenze a Bruxelles ed ampliando gli ambiti da escludere dal diritto di veto statale: chi dissentirà, dovrà comunque accodarsi.
Sull’Europa alla fine restano infatti sempre inevasi due interrogativi di fondo: quali benefici ha portato l’euro e più in generale il processo di integrazione? A chi giova la sua imposizione?
Quel che si può rilevare, da constatazioni di fatti e anche prescindendo dalla galassia di relazioni ed intrecci societari tra ed entro oligarchie politiche ed economiche delle due sponde dell’Atlantico, è che a trarre benefici dal progressivo ridimensionamento delle sovranità statali e nazionali e dall’omologazione subalterna al modello socio-economico USA è proprio il capitalismo statunitense.
Ecco alcuni punti-chiave che il “Trattato costituzionale europeo” intende elevare addirittura al rango di legge costituzionale: “compatibilità” della difesa europea con la dipendenza dalla NATO; una politica monetaria gestita da una Banca Centrale Europea indifferente alle stesse esigenze di crescita capitalistica degli Stati membri e di fatto supina alle esigenze economico-commerciali statunitensi; i principi della “concorrenza” e della “economia di mercato aperta”, fattori di impedimento per lo sviluppo di una politica industriale e pretesti per lo smantellamento dello Stato sociale e la mercificazione dei servizi pubblici tanto ambìti (non solo) dai “poteri forti” di casa nostra; la camicia di forza del Patto di stabilità europeo su deficit annuale di bilancio e debito pubblico, che gli Stati Uniti sono ben lungi dall’assumere; la liberalizzazione dei movimenti di capitale, da cui è conseguita la preminenza di agenzie di rating, banche d’affari e fondi d’investimento statunitensi nell’assetto capitalistico non solo italiano. Perché non ci si chiede come mai, da quindici-venti anni a questa parte, come ad esempio si può rilevare dalle pagine economiche dei principali quotidiani nazionali, i suddetti organismi finanziari statunitensi hanno assunto un peso specifico tale da condizionare il costo delle emissioni di titoli di Stato, delle obbligazioni delle imprese partecipate dallo Stato e degli Enti territoriali sempre più indebitati verso l’estero, sovrintendere gli assetti proprietari di banche ed imprese, financo condizionare, se non addirittura promuovere le stesse strategie imprenditoriali e, in una dinamica di cause-effetti sociali, i destini della nazione e dei suoi abitanti?
Tutti questi ed altri fattori stanno facendo del processo di unificazione europea quella “testa di ponte” degli Stati Uniti verso l’Asia in funzione anti-cinese, preconizzata dall’influente politologo statunitense Brzezinski (La grande scacchiera, Longanesi) e più volte avallata anche da figure di vertice delle amministrazioni statunitensi come la segretaria di Stato Condoleezza Rice e lo stesso presidente Bush, che, ancora subito dopo il “No” francese, incoraggiavano a proseguire l’integrazione e l’allargamento europeo. Obiettivo a medio termine in via di consolidamento è la creazione di un mercato unico economico e finanziario euro-atlantico. Assolutamente recepito, a Bruxelles, come impegno anche in una risoluzione del Parlamento europeo del 13 gennaio 2005 sulle “relazioni transatlantiche” e perorato da associazioni euro-atlantiche come il Trans-Atlantic Business Dialogue (TABD) e il Transatlantic Policy Network (TPN), lobbies che riuniscono imprenditori e parlamentari delle due sponde dell’Atlantico.
Tali nodi di dipendenza vengono del tutto sottaciuti al popolo italiano, cui è stato financo negato il diritto ad esprimersi direttamente sul “Trattato costituzionale europeo”, approvato in fretta e furia in Parlamento approfittando dell’attenzione catalizzata dalla morte di Papa Wojtyla. I massmedia, dal canto loro, in sintonia con le élite sub-dominanti italiote rimuovono i nodi essenziali sottostanti l’introduzione dell’euro scaricandone dapprima le responsabilità quasi esclusivamente sulla “inflazione percepita”, quindi sulle speculazioni dei commercianti, taluno arrivando a trovare il capro espiatorio nella mancata introduzione dell’euro di carta. Pressoché nessuno che ad esempio rilevi come in Gran Bretagna, Danimarca e Svezia –Stati membri dell’Unione Europea che non hanno adottato l’euro– il tasso di crescita capitalistica e di converso il rapporto debito pubblico/PIL, monitorato dalla Commissione Europea, abbiano conosciuto un miglioramento grazie ai valori delle esportazioni non penalizzate, al contrario dei paesi aderenti all’euro, dalla politica di rivalutazione osservata dalla Banca Centrale Europea, che ha peggiorato i rapporti di scambio delle merci della zona euro con il resto del mondo ed incoraggiato la fuoriuscita di capitali e la delocalizzazione di industrie. Né tanto meno emerge alcuna forza che si ponga prioritariamente il rifiuto del progetto colonizzatore di Washington e della suacinghia di trasmissione di Bruxelles e si adoperi per contrastarne le relative politiche a tutto campo, generatrici di sfaldamento economico e di conseguente precarietà, malessere e impoverimento. Spiace rilevare che, in Italia, sia solo la Lega, per opportunistiche ragioni di visibilità politica da tradurre in consenso elettorale il prossimo anno, a cogliere il crescente malcontento verso la moneta unica europea, proponendo però semplicistiche risposte (fuori dall’euro, ritorno alla lira e aggancio al dollaro) e soprattutto senza denunciare ed indicare come fronteggiare gli imprescindibili nodi di dipendenza succitati e porsi il problema della conquista di una piena sovranità, senza la quale continuerà il peggioramento delle condizioni economiche e sociali di vita.
Oggi, in Italia, ci si trova nelle condizioni in cui non c’è conoscenza e nemmeno percezione delle problematiche di fondo in gioco. Al più si fantastica di altre Europe possibili diversamente colorate a seconda di chi la propone. Così facendo non ci si rende conto che di fatto si porta acqua al mulino dell’Europa che già c’è, e pur ipoteticamente, comunque, si porta anche acqua ad una inevitabile idea di Europa imperiale o imperialista.
Pensiamo al mondo variegato della destra, che blatera di “Patria” sciogliendola in megastrutture sovranazionali dal retrogusto imperiale e di detta Patria sacrifica dignità e sovranità nazionale, nonché gli stessi interessi materiali dei suoi strati sociali maggioritari. Pensiamo al mondo variegato della sinistra, che in larghissima parte ha sostituito o sovrapposto il valore dell’internazionalismo di liberazione con il mito fantasmagorico dell’Europa ciarlando di una inevitabilità dovuta alla crisi irreversibile dello Stato-nazione. Si tratta di ideologismo prescrittivo di fatto filo-imperiale. A difendere meglio i propri interessi sono quegli Stati sovrani che mantengono l’indipendenza delle proprie funzioni, al di là poi di giudizi di merito. Lo sono gli Stati Uniti, ad esempio, ma anche la Cina, il cui dinamismo capitalistico è in ultima istanza da ricondurre proprio ad una indipendenza statale refrattaria alle imposizioni statunitensi. Il declino dello “Stato-nazione”, insomma, non è frutto di una prescrizione del Fato, ma l’esito ricercato dalle classi compradore sub-dominanti che accettano le leggi del “Washington Consensus”.
La nostra critica all’Europa è un rifiuto a priori per qualsiasi altra Europa. Meditata e circostanziata. Non la si legga come una rivendicazione di isolazionismo o di autarchia, ma quale politica di apertura basata sulla necessaria libertà di autodecisione, di partecipazione dei popoli alla costruzione del proprio futuro, di cooperazioni libere ed eventualmente revocabili che abbiano di mira gli interessi delle classi popolari nella nazione e non quelli delle classi capitalisticamente dominanti, poco importa se asservite o concorrenziali con loro omologhe extranazionali. Senza autodeterminazione nazionale, nessuna liberazione sociale è possibile. Da un’effettiva sovranità nazionale e da conseguenti politiche antimperialiste ed anticapitaliste, può germogliare una nuova visione dei rapporti fra Stati fondata su rispetto, solidarietà e cooperazione. Alternative serie e concrete a questi obiettivi non se ne vedono.
Indipendenza
(n. 18 – luglio/agosto 2005)
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