by Massimiliano Blandino

“Se ti droghi ti capisco, perché il mondo fa schifo; se non lo fai ti ammiro, perché sei in grado di combatterlo.”

[Jim Douglas Morrison]

Ma, forse avrebbe preferito dire: “… perché sei in grado di cambiarlo.”

Certo, un bel ricordo: io e un’imprecisata ragazza, nel 1991, al cimitero monumentale di  Père Lachaise a Parigi, dove s’inerpica in fredde e cangianti forme di marmo la morte borghese, deponemmo sulla lapide del Re Lucertola due tulipani rossi,   sfiorandoci di sorrisi in mezzo a un silenzio rock e a qualcuno più vecchio di noi, incrociando le nostre mani e pronunciando per tre volte Light My Fire, l’ unico requiem sensato che un poeta del nulla come lui ci aveva lasciato.

Morrison suicida? Non fu mai accertato: voci più o meno fondate alludevano peraltro ad una falsa morte che lui avrebbe inscenato per poter fuggire dal mondo soffocante della notorietà, solo per potersi dedicare a tempo pieno e indisturbato  alla poesia.

Nel Mondo Fluttuante, direbbe il pittore Hiroshige, tutto è possibile.

The Doors, le porte di cui vagheggiava Morrison, intuite  dal suo pensiero drogato, estremamente laterale e irrazionale, quelle porte che gli avevano ispirato il nome del suo gruppo di artisti dell’oblio psichedelico, continuano indisturbate a ruotare sui cardini dell’infinito, tra l’ universo del possibile e quello del reale, entrambi parallelamente distesi l’ uno accanto all’ altro a una distanza sub-atomica, asintotici come un’esatta curva euclidea, senza la minima probabilità geometrica di contatto. E varcandole, senza bussare, sicuri di esseri già attesi, troveremmo il giusto passo  e ci parranno sensate anche le frasi più azzardate o questo insulso sonetto di un tizio che scriveva musica che non riusciva a fare eseguire:

L’informazione non è conoscenza / La conoscenza non è saggezza / La saggezza non è verità / La verità non è bellezza / La bellezza non è amore / L’amore non è musica / LA MUSICA È IL MEGLIO.”

                                                                             Frank Zappa

 Ma era il 1991, distante vent’anni dalla morte di Re Lucertola e già allora si poteva riflettere, osservare più da vicino e cogliere l’immediata differenza tra le vecchie generazioni e le nuove, una differenza che si era imposta ed esibita in abito bianco e camicia nera aperta sul petto, sulla superficie della pista da ballo a scacchiera fluorescente e lampeggiante del film catartico “Saturday Night Fever”.

È così ed è giusto che sia così come Hiroshige c’insegna. Non si può tornare a un’ante-dance, come non si può semplicemente cancellare il rock dalla musica odierna, per quanto la fusione di stili possa essere l’unica espressione impura sorta dalla disgregazione del blues, cominciata là dove terminava la schiavitù nera nei campi di cotone.

Il fatto singolare che si possa riflettere sulla deriva musicale degli ultimi cento anni, approfittando dell’evoluzionehigh-tech dei dispositivi audio sempre più perfetti, ma algidamente logici, è da ricercare nel cambiamento mentale e acustico delle generazioni giovani, insensibili alla musica da camera, all’arena e alla sala concerti, ordigni ormonali integrati nevroticamente con l’esasperazione cacofonica dei rumori della strada, le simulazioni elettroniche e le sintesi sonore banalmente virtuali della stereofonia informatica.

I nostri condotti uditivi sono il risultato di un esperimento inconsapevole del dramma a-musicale della realtà meccanica che stride e ride sguaiatamente impazzita, agitandosi sull’asfalto. Divorziare dal mondo-centrifuga con un paio di cuffie d’ascolto, è come assumere un’espressione vagamente malinconica del   viso, mutandolo in un rombo di carne sfinito dalle parole rauche di “ Piece of my heart” di Janis Joplin.

Ieri…due tulipani rossi sulla lapide del Re Mojo.

L’oggi… un po’ per tutti, una cancrena sentimentale scambiata per amore, un fiotto di sangue estromesso da una serie matematica di anemiche giornate del XXI° secolo, schiacciate in una parte di mondo, sfiancate dalla noia e dal consumo di prodotti inutili.

Jimi Hendrix, meglio delle nostre espressioni verbali, saprebbe come storpiare elettricamente il grido di ferro a cinque corde della vita frustrata dei tizi rivestiti di poliestere che si credono  umani.

Caro Morrison, è stato duro, per te, vivere immerso in una neoplasia sentimentale e cercare invano di salvarti, scrivendo graffiti d’odio e graffiate romantiche.

The End

Fonte: http://www.lolandesevolante.net/blog/2012/03/20/un-gesto-floreale-sulla-tomba-di-jim-morrison/

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