di Redazione Contropiano

f35

Il più grande bidone sfornato dal complesso militare industriale statunitense – il cacciabombardiere F35 – è stato bloccato a terra dal Pentagono. Il motore si rompe, quindi meglio non metterlo in moto.

Il “gioiello” – per il prezzo, soprattutto – cui il governo Monti (dopo quelli Prodi e Berlusconi) proprio non poteva rinunciare ha tirato fuori un altro di quei “difettucci” che ne rendono impossibile l’utilizzo.

Il Pentagono è stato costretto a sospendere tutti i voli degli esemplari fin qui completati. Una delle tante ispezioni necessarie – come per tutti gli aerei, anche civili – ha riscontrato una ‘frattura’ in una delle pale della turbina del reattore. In pratica, è probabilissimo che si possano spezzare in volo, quando le temperature e le sollecitazioni arrivano al limite. Si capisce senza sforzo che un aereo così, una specie di Ferrari da combattimento, tutto può sopportare tranne che l’esplosione di uno dei due motori mentre va a velocità pazzesche.

Il problema riscontrato in precedenza era più ridicolo, ma in fondo “minore”. I serbatoi del velivolo – nel tentativo di ridurre al minimo il peso di ogni componentte – erano troppo “sensibili” ad eventuali scariche elettriche ad alto voltaggio. Insomma, infilandosi in una nube, potevano incendiarsi se colpiti da un fulmine (com’è noto, tutti gli aerei sono protetti da una “gabbia di Faraday” che impedisce tale sgradevole eventualità; ma nel caso dell’F35 questa “gabbia” presenta un varco mortale proprio nel punto dei serbatoi).

Un terzo problema, ancora più piccolo ma altrettanto invalidante, si era verificato un mese fa. La sonda per il rifornimento in volo si era staccata su un esemplare della versione per i Marines, F-35 B (a decollo corto e atterraggio verticale), di cui l’Italia dovrebbe acquistarne 30 per la Marina. Gli F-35 B vennero tenuti a terra per circa un mese.

I responsabili del programma F-35, costruito dalla Lockheed Martin (una delle colonne portanti del “complesso militare-industriale Usa)  in collaborazione con aziende dei paesi che hanno preso l’impegno ad acquistare il velivolo (Alenia Aermacchi, dalle nostre parti), stanno ora verificando la portata del problema motore con la società subappaltante che o costruisce, la Pratt & Whitney.

“Gli ingegneri stanno inviando la turbina agli impianti della Pratt e Whitney di Meddletwon, per condurre una valutazione e analisi più approfondita sulle cause”, si legge nel comunicato del Pentagono e della Lockheed, anche se “è troppo presto per accertare l’impatto della scoperta sull’intera flotta, tuttavia, come misura di precauzione, tutte le operazioni di volo degli F-35 sono state sospese”.

Qualcuno lo dica al generale ministro Di Paola, o meglio al suo successore: quell’ordine di acquisto di 90 esemplari (con relativi armamenti, upgrade, manutenzione, ecc) va annullato. Non solo per risparmiare soldi pubblici. Fin qui sono stati firmati contratti per 3 esemplari, e il governo era pronto alla firma per prenderne altri tre. Tra le motivazioni meno credibili, c’era anche quella di “mantenere l’occupazione” nello stabilimento Aermacchi di Cameri, dove vengono montate le parti di competenza italiana. Il primo F35 “completo” con la bandierina tricolore dovrebbe uscire da quell’hangar nel 2015.

Come ricorda l’agenzia di stampa Bloomberg, l’F35 è stato un bidone fin dalla nascita. Ha evidenziato un tale numero di problemi (alla struttura, ma anche ai software dei computer di bordo) da ritardare di sette anni i tempi di sviluppo.

Il Pentagono, prima degli annunciati tagli anche alla spesa militare, aveva progettato di comprarne ben 2.443, con una previsione di spesa di oltre 395 miliardi di dollari. Il “bidone”, come le autostrade italiane, presenta una rivalutazione continua dei costi che fin qui si è materializzata in un incremento del 70 per cento rispetto all’anno della prima ordinazione: il 2001.

Fonte: Contropiano 23 Febbraio 2013

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