di Fabrizio Casari

Alla presenza di circa 40 capi di stato e di governo e con aspettative decisamente positive, comincia oggi a Bruxelles la terza riunione tra l’Unione Europea e la Celac (Comunidad de Estados Latino Americanos y Caribenos), l’organizzazione latinoamericana che annovera tra i suoi membri ben 33 paesi del Centro e Sud America. Ricerca scientifica, scienza, istruzione a livelli universitari ed innovazione tecnologica sono alcune delle tematiche sulle quali si orienterà la volontà di approfondire ed ampliare il livello degli scambi tra le due entità, che raggruppano complessivamente 61 paesi e più di un miliardo di abitanti.

Nata nel 2011 su iniziativa dell’allora presidente venezuelano Hugo Chavez, la Celac – che rappresenta 600 milioni di persone e che non vede la presenza di Stati Uniti e Canada al suo interno – nel giro di pochi anni ha assunto un ruolo politico di primaria importanza, rivelandosi l’unica credibile rappresentanza politica dell’intera America Latina.

Non poteva essere altri se non Chavez, del resto, a dare vita ad un organismo che, nella finalità dichiarata di rappresentare l’integrazione e l’unità latinoamericana, raccoglie l’essenza del pensiero di Simon Bolivar. E il fatto che oggi 33 paesi vi si ritrovino a parlare con una sola posizione, assegna all’organismo una proiezione politica che supera in positivo le pur ovvie differenze tra le nazioni che la compongono.

Non a caso la presenza forte di paesi come Messico e Colombia si è perfettamente integrata con la presidenza cubana della Celac. E lo stesso dicasi per l’attuale presidenza affidata all’Ecuador, che Rafael Correa gestisce con grande decisione e senza cedimenti di natura politica, esercitando – così come fece Cuba nel suo periodo di presidenza – una leadership forte ed autorevole.

Sono paesi, Cuba ed Ecuador, che con il Venezuela, la Bolivia, il Nicaragua, l’Argentina, El Salvador, rappresentano il blocco di sinistra dello schieramento latinoamericano ma che, nel dispiegarsi dell’attività della Celac, trovano un proficuo intendimento anche con paesi come Messico, Colombia, Paraguay, Perù, Honduras e Panama, di tutt’altra inclinazione, o come Brasile, Cile e Uruguay, che rappresentano un’ulteriore e diversa identità politica.

L’assenza di Stati Uniti e Canada certifica la specificità latinoamericana come ricchezza identitaria e come progetto d’integrazione continentale. Con la Celac, l’America Latina ha trovato la giusta dimensione per la sua rappresentanza collettiva. Per risorse, popolazione, impatto sul PIL mondiale, l’America a sud del Rio Bravo ha oggi la forza e il peso di un continente. E, soprattutto, nella relazione con Usa, Canada ed Europa, la Celac consente ad ogni nazione latinoamericana di non sentirsi sola, pur lasciando il più ampio spazio alla relazioni bilaterali di ognuno dei suoi membri. Ognuno diverso, ma tutti insieme. Questa è l’essenza dell’organismo.

Attualmente il dialogo tra Ue e Celac è positivo, al punto che si è reciprocamente stabilita la necessità di una maggiore cooperazione per affrontare le sfide globali come il cambiamento del clima, il traffico di droga e il raggiungimento degli obiettivi del millennio stabiliti dalla FAO. E, a intrecciare (è il caso di dirlo) maggiormente i due blocchi, uno degli accordi che si prevede possano essere firmati in questa occasione riguarda un’intesa per una nuova connessione in fibra ottica destinata alle comunicazioni telefoniche ed informatiche.

Accordo che conferma un dato generale importante, che vede l’Unione Europea come primo investitore straniero nei paesi Celac e suo secondo socio commerciale, sebbene dall’America Latina verso l’Europa le esportazioni in questi anni siano diminuite, passando dal 24,6 per cento del 1990 al 13,6 del 2011. Il che si spiega con l’accresciuto scambio interno al subcontinente ed anche con lo spostamento di risorse verso l’interno di ciascun paese, nell’impegno di riequilibrare le differenze sociali e di ammortizzare lo squilibrio.

Fino a qualche anno fa lo schema di questi vertici tra Europa e Sudamerica poteva essere facilmente letto come la misura dell’aiuto economico che dal Vecchio continente veniva indirizzato verso l’America Latina. Un aiuto sempre fin troppo misurato, stretto tra l’utilità di tenere i piedi in un possibile mercato cui destinare le eccedenze e l’intenzione di non disturbare la manovre degli Stati Uniti sul subcontinente, nei confronti del quale la Dottrina Monroe continuava (e continua) ad essere il principio ispiratore del modello di relazione.

Anche l’Europa ha però dovuto adeguarsi alla nuova dimensione politica ed economica del continente latinoamericano. Come ha affermato il Presidente dell’Ecuador Correa, presidente di turno della Celac, l’America Latina non ha più bisogno di “carità per costruire una piccola scuola, ma di trasferimenti di tecnologia, di appoggi alla formazione dei propri talenti umani e di relazioni internazionali più giuste”.

Un cambio deciso di paradigma. Grazie alla vittoria del blocco democratico latinoamericano in diversi paesi del subcontinente, oggi l’America Latina è infatti una comunità di nazioni e popoli che vive un processo di trasformazione e di crescita economica e sociale in decisa controtendenza rispetto alla crisi violenta nella quale si dibatte l’Europa. E proprio sul piano della cooperazione e dell’integrazione latinoamericana, di cui la Celac è stata strumento indispensabile (sebbene non unico, basti pensare al ruolo straordinario dell’Alba e dell’Unasur in ordine alla dimensione comunitaria) l’Unione europea potrebbe apprendere l’utilità della cooperazione socioeconomica e politica, prima ancora che monetaria.

A testimonianza di quanto fatto nelle politiche inclusive, c’è l’assegnazione di riconoscimenti formali da parte della FAO verso i paesi membri dell’Alba (Alleanza Bolivariana per le Americhe) per aver raggiunto prima della scadenza prevista gli obiettivi del Millennio, ovvero la riduzione della fame e malnutrizione del subcontinente, passato dal 14,7 al 5,5 della popolazione. Il tutto nonostante la caduta del prezzo delle materie prime – petrolio fra tutte – che ha certamente danneggiato le esportazioni in divisa dei paesi latinoamericani, particolarmente Venezuela, Ecuador e Brasile e Messico (che però ha provveduto da solo ad una sorta di suicidio politico ed energetico attraverso la privatizzazione dell’industria petrolifera di stato, la Pemex ndr).

La relazione tra Unione europea e Celac risente ovviamente della necessità per l’Europa di ampliare la sua politica estera e approfitta anche di un peso degli Stati Uniti nel continente decisamente ridotto rispetto a due decenni orsono. Ciò non significa che l’Europa potrà mai sovrapporsi agli USA e men che mai sostituirli nella relazione d’interessi con il continente latinoamericano, ma è pur vero che Bruxelles avverte la necessità di superare vecchi steccati determinati da una divisione per aree d’influenza che non trovano più ragione nella globalizzazione dei mercati. E d’altra parte, visti i sempre più incisivi investimenti della Russia, della Cina e persino dell’Iran in America Latina, quelli europei agli occhi di Washington sono di gran lunga preferibili.

L’assenza di problematiche di tipo strategico e la garantita fedeltà a Washington, vengono interpretate da Bruxelles come premessa implicita nella relazione con il subcontinente, mentre da parte dell’insieme dei paesi latinoamericani, che da tempo ormai non chiedono agli Usa il permesso per sviluppare relazioni politiche e commerciali utili al suo sviluppo e di perseguire il multilateralismo come metodologia nell’approccio alle problematiche internazionali. In questo senso Bruxelles ha molto da imparare. I passi sono ancora brevi, l’incedere può apparire incerto. Ma la direzione è quella giusta.

 

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