Non ho grande simpatia o interesse per gli psicanalisti, ma il titolo un po’ freudiano questa volta ci vuole.

Quando penso alla Turchia, non penso ai “laici” contro “credenti”, come i media italiani.

Penso all’Esercito.

In fondo, l’impero ottomano stesso era un colorito e multietnico esercito costituito per la maggior parte da convertiti più o meno autentici. Alla festa di H?d?rellez, quando San Giorgio incontrava Elia e gli zingari salivano sul vurdon, anche l’Ordu si metteva in marcia: una marcia così lunga, che da Edirne fino in Ungheria, ci mettevano 52 giorni; e si doveva ritornare entro il giorno di San Demetrio, in autunno.

Nel 1826, il Sultano annunciò che avrebbe creato un nuovo esercito, sul modello di quelli europei, sapendo perfettamente che così i giannizzeri sarebbero insorti.

Appena caddero nel tranello, dalla tesoreria, Mahmut II estrasse il sacro stendardo del Profeta, invitando tutti i credenti a radunarsi per combattere gli ammutinati.

I giannizzeri vennero massacrati a migliaia, e gli ultimi di loro decapitati nella Torre del Sangue di Salonicco.

Il paradosso ingannevole della Turchia – l’esercito che sostituirà i giannizzeri, vestito di divise moderne e addestrato prima dai francesi e poi dai tedeschi, si chiamerà “I vittoriosi soldati di Muhammad“.

Non vogliamo rifare la storia dell’esercito ottomano: il punto fondamentale è che, mentre l’economia dell’impero era in mano ad ebrei, ortodossi, armeni e altre minoranze, l’esercitoera nettamente dominato dai musulmani, che diventeranno quindi i padroni delle tecniche moderne di guerra, di idee francesi e di modi prussiani.

Collassa l’impero, gli avvoltoi scendono sui suoi resti. E’ il trauma fondante, dove si conferma la certezza che tutt’attorno non vi siano che nemici, dü?manlar. Dai nemici, miracolosamente, il paese viene salvato da un esercito già arreso, o fatto arrendere dal sultano traditore (i tedeschi non furono affatto i primi a pensare  di essere stati pugnalati alla schiena).

L’esercito, o meglio i suoi ufficiali, si fanno pagare bene per il servizio.

Non è un caso che il bastione del kemalismo, del militarismo e del laicismo sia ?zmir, l’antica Smirne dei greci massacrati, espulsi in uno straordinario saccheggio.

Un saccheggio che ha creato un nuovo ceto di imprenditori, con tre caratteristiche: quella di essere musulmani e quella di non essere legati alle confraternite religiose ottomane. Nonché quella di essere votati a un giuramento di segreto sulle origini delle loro ricchezze.

Oggi l’OYAK, ufficialmente il fondo pensioni dell’esercito, è uno dei principali gruppi imprenditoriale della Turchia (c’è anche la Oyak-Renault e la catena di supermercati Oypa).


L’esercito è sacro, è il cuore della nazione, ed è impersonale: dopo il Padre Fondatore, il paese infatti non ha capi carismatici.

L’esercito difende la Patria alla fine soprattutto contro i propri cittadini curdi, definizione assolutamente vaga e fluttuante, che si confonde con quell’altra forma del male assoluto, il comunismo. Nel compiere questo impersonale dovere, ha il diritto di uccidere sempre e ovunque.

Esercito, bandiera, i ritratti e i monumenti del Padre dei Turchi accomunano tutti, dall’estrema destra nazionalista a quasi tutta la sinistra: persino i dervisci di Konya – che ufficialmente sono solo degli attori – recitano di fronte a un enorme ritratto di Atatürk.

Un turanista che sceglie non del tutto casualmente un antico simbolo turco, cita le parole del Padre: “Chi è nemico del soldato è un soldato del nemico”

Ora, mentre seguo le notizie dalla Turchia, non resto colpito tanto dalle dimensioni staliniane dell’epurazione in corso – 30 prefetti e 47 governatori di distretti, 8777 agenti di polizia e altri impiegati del ministero degli interni, 2745 magistrati, 3000 e passa militari, 1500 impiegati del ministero delle finanze per ora. I militari nel 1980 fecero di peggio, e per molti di sinistra, è una tardiva vendetta:

Resto colpito dalle incredibili immagini di civili che umiliano i militari.

Non parlo degli inevitabili episodi di linciaggio, ma del fatto che i media turchi diffondano immagini di soldati schiacciati a terra e gioiosamente picchiati dall’immensa folla di centinaia di migliaia di civili che in questi giorni occupano le piazze e le strade di tutta la Turchia.

A differenza delle costruzioni mediatiche europee, solo una minoranza di quei civili sembrano “islamisti”, come anche i volti delle vittime dei militari, vittime che hanno quasi tutte facce e abbigliamento da normali borghesi progressisti.

Jeans, maglietta e saluto del Lupo Grigio, caratteristico dei nazionalisti laici dell’MHP, sopra il corpo di un militare.

Forse più di tutto, colpisce come Erdo?an, che non fa nulla a caso, abbia deciso di vestirsiper la prima uscita pubblica dopo il golpe. In un paese in cui tutti i politici invariabilmente indossano le stesse cravatte e le stesse giacche grigie.

Il Novecento è davvero finito, persino in Turchia.

La mia ipotesi è che questa inimmaginabile rivoluzione ne rifletta un’altra: la Turchia dei militari era un paese poverissimo, quella dell’AKP è la quindicesima economia mondiale, mostruosa bolla in espansione, con i suoi ipertrofici aeroporti, autostrade, miniere squarciamontagna, centri commerciali e supermoschee, che non ha bisogno né di un passato, né di un’Europa al collasso.

Questo video (che non riesco a incorporare) credo che spieghi molto di più degli editoriali che si leggono nei nostri media.

Però un’immagine l’ho tirata giù dal video, e se la guardate bene, avrete capito tutto:

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