Di Andrea Bovino

L’orrore! L’orrore!” urlava Kurtz in “Cuore di tenebra”. Il disgusto e la disapprovazionevissuta dal protagonista del romanzo di Joseph Conrad, non sembra essere molto differente da quello percepito da migliaia e migliaia di persone ogni qual volta i mass media ripropongono raccapriccianti immagini raffiguranti il cosiddetto “massacro delle balene“, un rituale che si ripete ogni anno nelle isole Far Oer.

E’ il disprezzo provato dal mondo “civilizzato” che condanna questa crudeltà, dichiarandosi contro una violenza a cui non può tollerare di assistere.
In effetti, la fonte di una qualunque forma di intolleranza è causata da ciò che noi sappiamo e vediamo, o meglio, nella stragrande maggioranza,da ciò che vogliono che noi sappiamo e vediamo.
La parola chiave è ipocrisia, ovvero la qualità del cittadino che volontariamente pretende di possedere credenze, opinioni, e ideali che in pratica non ha. Questa malattia si manifesta quando si tenta di ingannare con tali affermazioni altre persone, ma, più di sovente, quando si tenta di ingannare sé stessi.
E’ un’operazione che giornalmente ognuno di noi compie, anche inconsciamente, e questo massacro delle balene ne è un caso eclatante.

La civiltà, infatti, scalpita e si indigna per i cetacei assassinati, ma non fa altrettanto per i polli di allevamento, costretti a vivere la loro esistenza in batterie, l’uno sopra l’altro, senza spazio per muoversi,urinandosi e defecandosi addosso.
E’ la stessa civiltà che sopporta con indifferenza l’allevamento degli agnelli pasquali, animali che vivono e muoiono in una scatola dalla nascita al giorno della macellazione, senza mai conoscere la luce del sole.
E’ la medesima massa di consumatori che fa finta di non conoscere la terribile procedura con cui viene ucciso il bestiame: un compressore da cui parte un chiodo nel cervello risucchiandone il contenuto.
Ma è anche la stessa società che compra cosmetici femminili, prodotti testati portando ad incandescenza l’epidermide di maiali vivi.
La massa di cittadini che uccide animali da pellicciascuoiandoli vivi per non rischiare di rovinare il vello, “utile” scalda collo per gli inverni freddi e le serate di gala.
La medesima cultura che massacra le tonnare, ambienti dove i tonni vengono eliminati in massa a suon di bastonate, in modo tale da farci trovare le nostre care scatolette di tonno in fila e ben ordinate sui banchi del supermercato di fiducia.

Ovviamente tutto ciò non desta scalpore. Non almeno quanto ciò che avviene ogni anno nelle isole Far Oer, massacro che è fonte dell’indignazione che ogni anno viene propinata da elementi della società informati come un granello di sabbia nel deserto.
Un massacro che è sicuramente violento e condannabile, ma che è originato da 50.000 abitanti che si azzardano a cacciare animali nati e cresciuti in libertà, utili a ottenere 35 kg di carne e altrettanti kg di grasso per ogni abitante, pur di non acquistare invitanti scatolette di Simmenthal al supermarket.
50.000 cittadini che anziché partecipare al grande party della globalizzazione, si riforniscono mediante una filiera corta che dà loro il 30% del fabbisogno annuale di carne (essiccata e affumicata) e di grasso (usato in cucina e come combustibile).
50.000 persone che non buttano via neppure le ossa degli animali uccisi, le quali fungono da materiale da costruzione, senza tralasciare il fatto che esiste un limite al n. di balene uccise ogni anno (circa mille l’anno) e che sono ammessi solamente gli strumenti che consentono una morte rapida. Proprio da quest’ultimo obbligo, deriva il rosso sangue hollywoodiano dell’acqua del mare che viene utilizzato dai mass media per creare un sentimento impopolare, quasi ad indicare chi siano i buoni e chi i cattivi; quasi ad avere uno scudo invisibile con cui difendersi, condannando i massacri del vicino ma tollerando le barbarie nel proprio giardino.

Ciò che veramente infastidisce le multinazionali e il sistema della comunicazione che ci tiene così tanto a trasmettere con orrore questo spettacolo rosso sangue ogni anno, è che gli abitanti delle isole Far Oer non consumano: autoconsumano.
Non fanno quindi parte della globalizzazione, dell’enorme giostra dove o tu sali o ti fanno salire. 

Se le comunità autonome non vanno alla Globalizzazione, la Globalizzazione andrà da loro. E’ già scritto.
Entro pochi anni dovranno, infatti, per forza di cose,adeguarsi e far viaggiare petroliere e navi merci, per approvvigionarsi finalmente di cibo, del nostro cibo.
In questo modo, anche loro, potranno, o meglio dovranno, riempire il loro carrello di prodotti “sani”, “puliti” e “moralmente corretti”.
Ciò che veramente conta è non sapere come arrivano su quegli scaffali.
Ciò che veramente importa è non vedere più quelle acque macchiate di rosso sangue.
Ciò che veramente va in scena è il bue che dice cornuto all’asino.
Ciò che veramente esiste è il rendersi monopolisti di una civiltà che non abbiamo.
Tutto il resto è solo orrore che non ha importanza.

Il video che segue è un docu-film che vi invito a visionare. Si intitola “Earthlings”. 

– Per scendere dalla giostra –

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