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La lotta anticapitalista che si combatte oggi sul terreno occupato dall’Alta finanza e dalla Grande Usuraha oramai raggiunto dimensioni continentali. A fronte di questa eccezionale accelerazione, il primordiale equilibrio mantenuto artificialmente in vita al tavolo del banchetto geopolitico di Yalta in una valutazione piùcomplessiva della contesa mondiale ha subito un sostanziale mutamento, politico ed economico: l’Urss si è liquefatta, gli Stati Uniti sono stati raggiunti ai loro livelli dall’integrazione di Stati nel cosiddetto ectoplasma a sovranità limitata che risponde al nome di Unione Europea, e la Cina la cui irruzione sui mercati dei nuovi “miracoli economici” ha mutato i loro rapporti di forza, amplificando il delirio di onnipotenza degli Stati occidentali coinvolti nel risiko globale che trovano il limite del loro potere nella realtà di un altro sistema più cervellotico, la “necessità di consolidare la democrazia” eportandola con la complicità beota di degni servitori. Al fine per questi ultimi di raccoglierne le briciole al grasso banchetto. Il capitalismo ha certamente orrore del vuoto, soprattutto nel suo portafoglio, e quando l’economia è incapace di offrire profitti sempre maggiori per rispondere ai bisogni insaziabili del capitale, quando non esiste più niente di redditizio, si inventa di sana pianta un nuovo mercato. Sui mutui subprime, la bolla immobiliare e sulla crisi del credito, per esempio, il flusso di capitali reciclati dalle strutture del comando oligarchico è stato così abbondante da tracimare negli investimenti speculativi che hanno gonfiato la bolla. Le grandi banche e le multinazionali con lacomplicità della piazza finanziaria dei gangster di Wall Street, hanno avuto la capacità incontrastata di gestire tali flussi e di indirizzarne al meglio l’allocazione con l’obiettivo strategico di giungere alla realizzazione di un unico progetto di arricchimento mediante i meccanismi speculativi della speculazione e dell’usura.

In una economia globalizzata, finchè tali flussi continueranno a riciclarsi, le articolazioni strutturali dell’apparato di potere plutocratico rimarranno in piedi e continueranno a infettare i mercati già dopati. Chi invece sostiene i pilastri di Wall Street, che gestiscono una parte essenziale della catena di fiducia del capitalismo atlantico, paradossalmente è la Cina. Infatti la Cina è il maggior creditore estero americano, con 3,5 trilioni di dollari di titoli di stato statunitensi.

A sua volta il debito americano, una truffa piramidale, rimane una bomba ad orologeria. L’estate scorsa la politica americana si è occupata a lungo di una questione economica che ha poi portato, tra le altre cose, aldeclassamento del rating da parte di Standard & Poor’sil tetto del debito. Ad agosto, infatti, dopo una trattativa complicata ed estenuante, democratici e repubblicani trovarono un accordo per alzare il tetto fissato dalla legge per le dimensioni del debito pubblico americano, concedendo così al governo di continuare a prendere denaro in prestito. Le principali Borse europee reagirono malissimo con crolli generalizzati.

Recentemente il maggiordomo di Wall Street, Barack Obama, e il premier cinese, Wen Jiabao, hanno avuto un incontro di circa un’ora oggi sull’isola di Bali, a margine del vertice dei Paesi dell’Asia orientale (Eas). Il colloquio si è tenuto in una fase di tensioni bilaterali. La Cina ha accolto con grande freddezza l’annuncio di un rafforzamento militare americano in Australia e lamentato le “ingerenze” Usa nei contenziosi territoriali fra Pechino ed i suoi vicini nel sud del mare giallo.

Qualche giorno prima, durante una conferenza stampa a Canberra con il premier australiano, Barack Obama ha negato che gli Stati Uniti temano la Cina o vogliano escludere il paese, dichiarando: «L’idea che temiamo la Cina è sbagliata. L’idea che vogliamo escluderla è sbagliata».

Ma, ha chiarito, gli Stati Uniti vogliono continuare ad inviare un chiaro messaggio alla Cina, per cui Pechino deve accettare le responsabilità che le derivano dall’essere una potenza mondiale e giocare secondo «regole» delle potenze internazionali.

«Siamo contenti della crescita di potenza di una Cina pacifica», ha ribadito Obama, per concludere: «Il principale messaggio che ho rivolto alla Cina, in pubblico e privato è che la crescita della loro potenza deve essere  accompagnata da accresciute responsabilità».

La reazione di Pechino all’accordo tra Washington e Canberra non è stata positiva. Anzi è proprio il tipo di “lezioni” poco gradite a Pechino (che si sente circondata dalla rete di forti relazioni bilaterali degli Usa con il Giappone, la Corea del Sud, l’Australia, l’Indonesia e l’India) che è stato criticato l’accordo «l’Australia non può pensare di prendere in giro la Cina», ribadendo a chiare lettere che stavolta le «regole», le scrivono loro.

Le tecnocrazie Europee, sempre pronte a litigare su tutto tranne che sul centimetro del cetriolo e della zucchina non sono state invitate, o, quanto meno, si sono defilate per non esporsi alle luci dei riflettori.

L’impero del debito, ossia la Cina e gli Stati Uniti, però hanno costruito un mercato comune – dove l’ingresso dei capitali cinesi a Wall Street è stato accompagnato politicamente da accordi di reciprocità sottoscritti dai due governi – con una moneta di fatto comune, dato l’aggancio dello yuan al dollaro.

Questa convergenza tra Washington e Pechino, anche se al momento non esiste alcun successore evidente al ruolo del dollaro, sta mettendo in evidenza gli effetti caricaturali della miopia europea, dove la crisi dei subprime che ha già oltrepassato l’Atlantico sta mostrando che il sistema capitalistico-finanziario europeo è altrettanto vulnerabile.

Storicamente, gli accordi di Bretton Woods per stabilire le regole delle relazioni commerciali e finanziarie tra i principali paesi industrializzati del mondo, furono il primo esempio nella storia del mondo di un ordine monetario totalmente concordato, pensato per governare i rapporti monetari fra stati nazionali indipendenti.

Gli accordi erano un sistema di regole e procedure per regolare la politica monetaria internazionale. Il piano istituì sia il Fondo Monetario Internazionale che la Banca mondiale.

Le caratteristiche principali di Bretton Woods erano due: la prima, l’obbligo per ogni paese di adottare una politica monetaria tesa a stabilizzare il tasso di cambio ad un valore fisso rispetto al dollaro, che veniva così eletto a valuta principale, consentendo solo delle lievi oscillazioni delle altre valute; la seconda, il compito di equilibrare gli squilibri causati dai pagamenti internazionali, assegnato al FMI. In pratica il sistema progettato era un gold exchange standard, basato su rapporti di cambio fissi tra le valute, tutte agganciate al dollaro, il quale a sua volta era agganciato all’oro.

Negli anni ’70 gli usurai del FMI disponevano di 150 milioni once d’oro, pari a circa 4800 tonnellate. Su insistenza degli Stati Uniti ne furono vendute 50milioni per alimentare un fondo fiduciario (il cosiddetto Trust Fund) a favore dei Paesi più poveri.

In realtà l’obiettivo era quello di frenare il rialzo del prezzo del metallo giallo che segnalava in modo clamoroso il crollo del cambio del dollaro rispetto allo yen, al marco tedesco e al franco svizzero.

Un’operazione di maquillage, mirata a proteggere gli interessi americani. Ora la Cina insiste per la vendita delle restanti 100 milioni di once (3217,6 tonnellate). Il motivo dichiarato è che si devono aiutare (ancora) i Paesi poveri.

Quello effettivo è di riequilibrare le scorte di oro che sono nei forzieri degli Stati Uniti (8133 tonnellate), Germania (3412,6 tonnellate), Francia (2508,8 tonnellate), e dell’Italia (2451,8 tonnellate), mentre la Cina ha già annunciato di aver aumentato le sue riserve auree (dal 2003 ad oggi da 600 a 1054 tonnellate per una percentuale pari all’1,6% delle sue riserve internazionali) collocandosi al quinto posto nel mondo come detentore di oro e precedendo Svizzera, Giappone, Olanda e Russia.

La Cina, in particolare, si è già offerta per acquistare in blocco tutto l’oro che il FMI venderà. È da notare che le istituzioni create a BW sopravvissero alla caduta del gold standard, pur rivedendo i propri obiettivi. Il FMI e laBanca mondiale sono ancora oggi in attività.

Gli accordi di BW favorirono un sistema turboliberista perseguito dall’oligarchia mondialista in funzione di una strategia di dominio planetario per un sistema aperto. Tutti gli accordi derivati direttamente o indirettamente non prevedevano un corretto controllo della quantità di dollari emessi, permettendo così agli Stati Uniti l’emissione incontrollata di moneta e l’esportazione della propria inflazione, impoverendo così il resto del mondo. Quando si mise fine agli accordi di BW, svalutando il dollaro e dando inizio alla fluttuazione dei cambi, lo standard aureo fu quindi sostituito da un non sistema di cambi flessibili. L’assenza di un sistema monetario bipolare venne in seguito ristabilito dall’introduzione nel 1999 dell’Euro.

Il nuovo ordine finanziario internazionale dopo BW è caratterizzato da massicci afflussi di capitale da paesi in via di sviluppo a paesi sviluppati. Specialmente verso gli Usa. Alcuni analisti ed economisti lo hanno chiamatoBretton Woods II. La persistenza del nuovo regime dipende in buona parte dal fatto che il dollaro rimane la valuta di riserva internazionale. Gli Stati Uniti posseggono l’incredibile e singolare privilegio di emettere la stessa moneta nella quale sono indebitati. Ed è questo privilegio che oggi più di ieri viene messo in discussione.

Ricordiamo che in conseguenza della politica creditizia delle Banche verso lo Stato, attuata prestando moneta, poiché si tratta di semplice carta stampata ed i cui valori sono attribuiti e riconosciuti per mera convenzione, stante la totale assenza di patrimonio dell’ente emittente, tutte le banconote circolanti in ogni angolo del mondo, convenzionalmente riconosciute tali, sono invece da considerarsi alla stregua di autenticiassegni a vuoto.

Infatti il rapporto tra valore nominale sulle banconote stampate immesse in circolazione ed i costi per la carta e la stampa, che sono pari al 1%, realizzano una produzione di signoraggio a vantaggio esclusivo dei Signori del denaro.

Un modello assai più noto elaborato a risolvere i propri problemi infrastrutturali di una Nazione stampando da solo la propria moneta, si può trovare nella Germania uscita in rovina dalla Prima Guerra Mondiale (per leggere l’articolo clicca qui), quando Hitler arrivò al potere:

Non siamo stati così sciocchi da creare una valuta collegata all’oro, di cui non abbiamo disponibilità, ma per ogni marco stampato abbiamo richiesto l’equivalente di un marco in lavoro o in beni prodotti. Ci viene da ridere tutte le volte che i nostri finanzieri nazionali sostengono che il valore della valuta deve essere regolato dall’oro o da beni conservati nei forzieri della banca di stato“. (Adolf Hitler, citato in Hitler’s Monetary System, www.rense.com, che riprende C.C.Veith, Citadels of Chaos, Meador, 1949).

Fino a poco tempo fa, infatti, le autorità monetarie di qualunque Paese si astenevano dall’attaccare il dollaro come moneta di riserva poiché un attacco di questo genere sarebbe stato considerato un grave atto di ostilitànei confronti degli Stati Uniti. È anzi probabile che siano state proprio alcune dichiarazioni di Saddam Hussein miranti a sostituire il dollaro come moneta di riserva con altre monete a contribuire alla decisione americana di invadere l’Iraq.

La faccia feroce che gli Stati Uniti hanno fatto nei confronti dei vari Paesi che proponevano la fine del dollar standard (vedi l’Iraq di Saddam Hussein e la Libia di Muhammar Gheddafi) non sembra gli Stati Uniti se la possano permettere nei confronti della Cina. Quest’ultima, da un lato, sta incrementando le sue riserve auree, dall’altro, insiste nell’affermare la necessità di sostituire il dollaro come moneta di riserva internazionale con un paniere costituito dalle principali monete, tra cui ovviamente l’Euro, lo Yen, la Sterlina e lo stesso Yuan cinese.

Se gli Stati Uniti non dovessero accettare questa sostituzione, almeno in linea di principio, la Cinacontinuerebbe ad accumulare tonnellate di riserve auree. Se ciò avviene le banche centrali che avranno oro si troveranno in vantaggio rispetto a quelle che hanno snobbato il metallo giallo. Come si vede, è in questo modo un pò informale che si sta realizzando una sorta di Bretton Woods II. Ma è solo la prima battaglia di una ipotetica “terza guerra mon…etaria”, in cui Stati Uniti ed Europa – piaccia o meno – affrontano la Cinaemergente.

Fonte: http://ilgraffionews.wordpress.com/2011/11/25/the-walking-dead-il-nuovo-ordine-finanziario-del-debito/

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