di Tania Careddu

Vitali per la sopravvivenza, il benessere e la salute dell’uomo, gli ecosistemi si sono evoluti fino a essere autosufficienti. E fino a quando la pressione umana non è intervenuta a ridurre il loro capitale naturale a un ritmo più incalzante di quello necessario al reintegro. La conversione di habitat naturali in favore dell’agricoltura, lo sfruttamento eccessivo della pesca, l’inquinamento delle risorse di acqua dolce da parte delle industrie, l’urbanizzazione e le pratiche agricole e di pesca non sostenibili, sono le cause del depauperamento del suddetto capitale.

Con conseguenze destinate a moltiplicarsi nel tempo: aumentano l’insicurezza alimentare e idrica, i prezzi di molte materie prime e la competizione per le risorse territoriali e idriche. Inasprendo conflitti e migrazioni, generando cambiamenti climatici e vulnerabilità ai disastri naturali, vedi inondazioni e siccità, e contribuendo a un calo generale nella salute fisica e mentale degli uomini.

I cui modelli globali di consumo e produzione interferiscono con il sistema naturale della terra quando si spingono oltre i “confini planetari”, interdipendenti fra loro. Imponendo sulla natura una pressione sproporzionata perché si appropriano di una quota di risorse della terra maggiore di quanto sia equo.

Già evidenti, le conseguenze di questo “overshoot” (sorpasso): gli habitat e le popolazioni delle specie sono in declino e il carbonio nell’atmosfera si sta accumulando a causa sia della combustione di carbonio, petrolio e gas naturale sia per l’uso di beni ad alta intensità energetica.

Il clima sta cambiando rapidamente, gli oceani si stanno acidificando e interi biomi (porzioni di biosfera, individuate e classificate in base al tipo di vegetazione dominante, ndr) stanno scomparendo, facendo diventare sempre più inospitale il pianeta per gli esseri umani.

Oltreché per le altre specie viventi, le quali, secondo l’Indice del pianeta vivente, riportato nel dossier Living Planet 2016, redatto da WWF, che misura lo stato della biodiversità attraverso i dati sulle popolazioni di varie specie di vertebrati, dal 1970 al 2012, sono calate del 58 per cento, con una tendenza media annua del 2 per cento.

Così, le popolazioni di specie terrestri sono diminuite del 38 per cento, quelle d’acqua dolce dell’81 per cento e quelle marine del 36, minacciate dalla perdita e dal degrado dell’habitat, dallo sfruttamento fuori misura delle specie, dall’inquinamento, dalle specie invasive, dalle malattie e dal cambiamento climatico.

Confini planetari: nove limiti che non si possono superare per non avere effetti drammatici e irreparabili sulla terra. E ora che quattro – livello di ossido di carbonio nell’atmosfera, livello di fosforo e azoto negli oceani, deforestazione e tasso di estinzione – di quei nove sono stati varcati? Dio salvi il pianeta.

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