IL CAPITALE

LIBRO III

SEZIONE V

SUDDIVISIONE DEL PROFITTO IN INTERESSE
E GUADAGNO D’IMPRENDITORE.

IL CAPITALE PRODUTTIVO D’INTERESSE.

CAPITOLO 33

IL MEZZO DI CIRCOLAZIONE NEL SISTEMA CREDITIZIO

«Il grande regolatore della velocità della circolazione è il credito. Ciò spiega il motivo per cui una forte crisi sul mercato monetario coincide abitualmente con una circolazione abbondante» (The Currency Theory Reviewed, p. 65). Ciò ha un duplice significato. Da un lato i metodi che portano a un’economia di mezzi di circolazione sono fondati sul credito. Ma in secondo luogo: prendiamo, ad esempio, una banconota da 500 €.

Oggi A la dà a B in pagamento di una cambiale; B la deposita lo stesso giorno presso il suo banchiere; questi se ne serve per scontare, sempre in questo stesso giorno una cambiale di C; C la rimette alla sua banca che la anticipa al bill-broker ecc. La velocità con la quale qui la banconota circola, serve ad acquisti o a pagamenti, è mediata dalla velocità con cui essa ritorna sempre sotto forma di deposito all’uno per passare in seguito a un altro sotto forma di prestito. L’economia pura e semplice del mezzo di circolazione appare più altamente sviluppata nel Clearing House, nel semplice scambio di cambiali scadute e nella funzione prevalente del denaro come mezzo di pagamento per pareggiare semplici eccedenze. Ma l’esistenza di queste cambiali si fonda a sua volta sul credito, che gli industriali e i commercianti si accordano reciprocamente.

Se il credito diminuisce, diminuisce di conseguenza il numero delle cambiali, particolarmente di quelle a lunga scadenza, quindi anche l’efficacia di questo metodo delle compensazioni.

E questa economia, che consiste nell’eliminare il denaro dagli scambi, mentre si fonda interamente sulla funzione del denaro come mezzo di pagamento, la quale funzione a sua volta si fonda sul credito, non può (indipendentemente dalla tecnica più o meno sviluppata nella concentrazione di questi pagamenti) che essere di due tipi: titoli di credito reciproci, rappresentati da cambiali o da assegni, si compensano presso lo stesso banchiere, che trascrive unicamente il credito dal conto dell’uno su quello dell’altro, oppure vengono compensati reciprocamente da banchieri diversi.

(Numero medio delle giornate durante le quali una banconota rimane in circolazione:

Anno

5 Lst.

10 Lst.

20-100 Lst.

200-500 Lst.

1000 Lst

1792

?

236

209

31

22

1818

148

137

121

18

13

1846

79

71

34

12

8

1856

70

58

27

9

7

Tavola compilata dal cassiere della Banca d’Inghilterra, Marshall, nel Report on Bank Acts, 1857, II, Appendice, pp. 300-301).

La concentrazione di 8-10 milioni di cambiali in mano di un bill-broker, come ad es. la ditta Overend, Gurney & Co., era uno dei mezzi principali per estendere localmente la scala di queste compensazioni. Una tale economia accresce l’efficacia del mezzo di circolazione, in quanto ne viene richiesta una quantità minore per il semplice saldo del bilancio. D’altro lato la velocità del denaro che circola come mezzo di circolazione (velocità che serve anche ad economizzarlo) dipende interamente dal flusso degli acquisti e delle vendite o anche dalla concatenazione dei pagamenti, in quanto essi avvengono successivamente in denaro. Ma il credito media e accresce con ciò la velocità della circolazione. La singola moneta può, ad esempio, circolare soltanto cinque volte e rimanere più a lungo nelle mani del singolo — come semplice mezzo di circolazione, senza l’intervento del credito, — se A, il suo proprietario originale acquista da B, B da C, C da D, D da E ed E da F, quindi il suo trasferimento da una mano all’altra è effettuato unicamente da acquisti e vendite effettive. Ma se B deposita il denaro, che ha ricevuto in pagamento da A, presso il suo banchiere, questi lo rimette a C nello sconto di una cambiale, questi acquista da D, D lo deposita presso il suo banchiere e il banchiere lo dà in prestito ad E, che acquista da F, allora anche la sua velocità come semplice mezzo di circolazione (mezzo di acquisto) è mediata da molteplici operazioni di credito: il deposito fatto da B presso il suo banchiere, lo sconto fatto da questi in favore di C, il deposito fatto da D presso il suo banchiere e lo sconto di questi in favore di E; quindi quattro operazioni di credito. Senza queste operazioni di credito la stessa moneta non avrebbe potuto effettuare cinque acquisti successivi nel tempo dato. Per il fatto che ha cambiato di mano senza la mediazione di una compravendita effettiva — come deposito e nello sconto — essa ha cambiato di mano più rapidamente nella serie dei trasferimenti effettivi.

Si è visto sopra come una medesima banconota possa costituire depositi presso diversi banchieri. Parimenti può costituire diversi depositi presso lo stesso banchiere.

Con la banconota depositata da A, questo banchiere sconta la cambiale di B, B paga C, C deposita questa stessa banconota presso lo stesso banchiere, che la dà via.

Esaminando la circolazione monetaria semplice (Libro 1, cap. III, 2 ) noi abbiamo già dimostrato che la massa del denaro effettivamente in circolazione, presupponendo come date la velocità della circolazione e l’economia dei pagamenti, è determinata dal prezzo delle merci e dalla massa delle transazioni. La medesima legge si applica alla circolazione delle banconote. Nella seguente tabella si trova elencata per ogni anno la media annuale dei biglietti della Banca d’Inghilterra in mano del pubblico, e precisamente l’importo dei biglietti da 5 e 10 Lst., quello dei biglietti da 20-100 Lst. e quello dei biglietti più grossi da 200-1.000 Lst., come pure la percentuale della circolazione complessiva fornita da ciascuno di questi tipi. Gli importi sono dati in migliaia, omettendo le ultime tre cifre.

Anno

Biglietti da 5 e 10 Lst

 

Biglietti da 20-200 Lst

 

Biglietti da 200-1000 Lst

 

Totale

 

Lst.

%

Lst.

%

Lst.

%

Lst.

1844

9263

45,7

5735

28,3

5 253

26,0

20241

1845

9698

46,9

6082

29,3

4942

23 8

20722

1846

9918

48,9

5778

28,5

4590

22,6

20286

1847

9591

50,1

5498

28,7

4066

21,2

19155

1848

8732

48,3

5046

27,9

4307

23,8

18085

1849

8692

47,2

5234

28,5

4477

24,3

18403

1850

9164

47,2

5587

28,8

4646

24,0

19398

1851

9362

48,1

5554

28,5

4557

23,4

19473

1852

9839

45,0

6161

28,2

5856

26,8

21856

1853

10699

47,3

6393

28,2

5541

24,5

22653

1854

10565

51,0

5910

28,5

4234

20,5

20709

1855

10628

53,6

5706

28,9

3 459

17,5

19793

1856

10680

54,4

5645

28,7

3 323

16,9

19648

1857

10659

54,7

5567

28,6

3 241

16,7

19467

(Bank Acts 1858, p.XXVI)

La somma totale delle banconote in circolazione si è, quindi, effettivamente ridotta dal 1844 fino al 1857, sebbene il movimento commerciale, quale risulta dalle esportazioni e dalle importazioni, si sia più che raddoppiato. Le banconote di piccolo taglio da 5 e 10 Lst. sono aumentate, come si vede dalla tabella, da 9.263.000 Lst. nel 1844 a 10.659.000 Lst. nel 1857. E ciò si è verificato contemporaneamente a un forte accrescimento della circolazione aurea proprio in quel periodo. Al contrario si è avuta una diminuzione dei biglietti di grosso taglio (200-1.000 Lst.) da 5.856.000 Lst. nel 1852 a 3.241.000 Lst. nel 1857. Quindi una diminuzione di oltre 2 1/2 milioni di Lst. Ciò viene spiegato come segue: «l’8 giugno 1854, i banchieri privati di Londra permisero alle banche azionarie di partecipare alla organizzazione del Clearing House e poco dopo il clearing definitivo fu installato alla Banca d’Inghilterra. I saldi giornalieri venivano effettuati mediante trascrizioni sui conti, che le diverse banche tenevano alla Banca d’Inghilterra. Con l’introduzione di questo sistema i biglietti di grosso taglio di cui le banche si servivano precedentemente per la compensazione dei loro reciproci conti, sono diventati superflui» (Bank Acts, 1858, p. V).

A proposito della misura in cui l’uso del denaro nel commercio all’ingrosso è stato ridotto al minimo, si confronti la tabella riportata nel Libro I, cap. III, nota 103, che è stata fornita alla Commissione bancaria da Morrison, Dillon & Co., una fra le più importanti di quelle ditte di Londra presso le quali un commerciante al minuto può acquistare tutto il suo rifornimento di merci di qualsiasi tipo.

Secondo la testimonianza di W. Newmarch al [Bank Committee] Bank Acts 1857, n. 1741, vi furono altre circostanze che contribuirono al risparmio dei mezzi di circolazione: l’affrancatura delle lettere fissata a un penny, le ferrovie, i telegrafi, in breve il miglioramento dei mezzi di comunicazione; cosicché attualmente l’Inghilterra, disponendo approssimativamente della medesima circolazione di banconote, può fare affari per un volume cinque o sei volte maggiore. La ragione principale di ciò sarebbe da attribuirsi alla eliminazione dalla circolazione delle banconote di un valore superiore alle 10 Lst. Per Newmarch questa è la spiegazione naturale del fatto che in Scozia e in Irlanda, dove circolano anche biglietti da 1 Lst., la circolazione dei biglietti si è accresciuta di circa il 31% (1747). Egli stima che la circolazione complessiva delle banconote nel Regno Unito, ivi compresi i biglietti da 1 Lst., ammonti a 39 milioni (1749).

La circolazione aurea = 70 milioni di Lst. (1750). In Scozia la circolazione delle banconote era nei 1834 = 3.120.000 Lst.; nel 1844 = 3.020.000 Lst.; 1854 4.050.000 Lst. (1752).

Già da ciò si può dedurre che in nessun caso è facoltà della banca con diritto di emissione di aumentare il numero delle banconote in circolazione, finché queste banconote possono essere in qualsiasi momento convertite in denaro. (Non si fa qui affatto questione di carta-moneta inconvertibile; banconote inconvertibili possono diventare mezzo generale di circolazione soltanto in quei paesi in cui esse sono effettivamente sostenute dal credito dello Stato, come attualmente, ad esempio, in Russia. Esse cadono perciò sotto le leggi della carta-moneta statale inconvertibile che noi abbiamo già analizzato.- Libro 1, cap. III, 2, c: La moneta. Il segno del valore. F. E:).

La quantità delle banconote in circolazione è determinata dai bisogni del movimento commerciale e ogni banconota superflua ritorna immediatamente a chi l’ha emessa. Poiché in Inghilterra soltanto i biglietti della Banca d’Inghilterra circolano universalmente come mezzo legale di pagamento, noi possiamo trascurare qui la circolazione, di scarsa importanza e puramente locale, dei biglietti delle banche di provincia.

Il sig. Neave, governatore della Banca d’Inghilterra, dichiara dinanzi al Bank Committee, 1858:

«N. 947 (Domanda:) Qualsiasi provvedimento Lei possa prendere, l’importo delle banconote in mano del pubblico, secondo Lei, rimane invariato; ossia circa 20 milioni di Lst.? In tempi normali per l’uso del pubblico pare vi sia bisogno di circa 20 milioni di sterline. In certi momenti, che ricorrono periodicamente durante l’anno, tale bisogno si può accrescere di un milione o un milione e mezzo. Quando il pubblico richiede una quantità maggiore di denaro, può, come dicevo, ottenerla dalla Banca d’Inghilterra».

«948. Lei ha affermato che, durante il panico, il pubblico non voleva permetterle di diminuire l’ammontare dei biglietti; vuol dirci le ragioni di questo fatto? In periodi di panico il pubblico ha, a me pare, pieno diritto di procurarsi banconote; e naturalmente se la Banca ha l’obbligazione, il pubblico può, in base a questa obbligazione, prelevare i biglietti dalla Banca».

«949. Pare, dunque, che occorrano sempre circa 20 milioni in biglietti della Banca d’Inghilterra? 20 milioni di biglietti in mano del pubblico; è variabile, 18 e mezzo, 19 o 20 e così via. Ma in media possiamo dire 19-20 milioni».

Deposizione di Thomas Tooke davanti alla Commissione della Camera dei Lords sulla commercial distress (Crisi commerciale).

(Commercial Distress 1848-57 [p. 347], n. 3094: «La Banca non ha alcun potere di accrescere a suo arbitrio l’ammontare delle banconote in mano del pubblico; essa ha il potere di diminuire l’ammontare delle banconote in mano del pubblico, ma soltanto per mezzo di una operazione forzosa».

J. C. Wright, da 30 anni banchiere in Nottingham, dopo avere minutamente esposto come sia assolutamente impossibile che le banche di provincia possano mantenere in circolazione una quantità di biglietti maggiore di quanto il pubblico non ne abbia bisogno e desideri, dice a proposito dei biglietti della Banca d’Inghilterra (Commercial Distress 1848-57).

n. 2844: «Io non conosco alcun limite (alla emissione dei biglietti) per la Banca d’Inghilterra, ma ogni eccedenza della circolazione si trasformerà in depositi ed assumerà in tal modo un’altra forma».

Lo stesso vale per la Scozia, dove la circolazione è quasi soltanto cartacea, perché là, come in Irlanda, sono ammessi anche i biglietti da 1 Lst. e perché the “Scotch hate gold” (Gli scozzesi odiano l’oro.) Kennedy, direttore di una banca scozzese dichiara che le banche non possono nemmeno contrarre la loro circolazione di banconote ed è del parere che «in quanto le transazioni interne richiedono banconote oppure oro per essere concluse, i banchieri devono fornire la quantità dei mezzi di circolazione richiesta da queste transazioni, sia su domanda dei loro depositanti, sia altrimenti… Le banche scozzesi possono restringere i loro affari, ma non possono esercitare alcun controllo sulla loro emissione di banconote» (ivi, nn. 3446-48). Lo stesso afferma Anderson, direttore della Union Bank of Scotland, (ivi, n. 3578): «Il sistema del reciproco scambio di banconote » (fra le banche scozzesi) « impedisce un’eccessiva emissione di banconote da parte di una singola banca? — Certamente; ma noi abbiamo un mezzo più efficace di questo scambio di banconote» (che in realtà non ha nulla a che vedere con ciò, ma assicura la capacità di circolazione delle banconote di ogni banca in tutta la Scozia) «e questo mezzo è l’uso generale in Scozia di avere un conto in banca; chiunque abbia in qualche modo denaro, ha anche un conto presso qualche banca, alla quale versa giornalmente tutto il denaro di cui non ha bisogno immediato, cosicché, alla fine di ogni giornata d’affari, tutto il denaro si trova presso le banche, eccettuato quello che ciascuno ha in tasca».

Egualmente, per l’Irlanda, vedere le deposizioni del governatore della Banca d’Irlanda, MacDonnell, e di Murray, direttore della Provincial Bank of Ireland, davanti alla stessa Commissione.

Come è indipendente dai voleri della Banca d’Inghilterra, la circolazione delle banconote è parimenti indipendente dal livello del tesoro aureo che si trova nei forzieri della banca e che garantisce la convertibilità di queste banconote. «Al 18 settembre 1846, la circolazione dei biglietti della Banca d’Inghilterra era di 10.900.000 Lst. e la sua riserva metallica di 16.273.000 Lst.; al 5 aprile 1847, la circolazione era di 20.815.000 Lst. e la riserva metallica 10.246.000 Lst. Quindi, nonostante l’esportazione di 6 milioni di metallo prezioso, non si verificava alcuna contrazione della circolazione» (J. G. KINNEAR, The Crisis and the Currency, Londra, 1847, p. 5). Si comprende tuttavia che ciò vale soltanto per le condizioni che oggi regnano in Inghilterra, e anche là soltanto fin dove la legislazione riguardante il rapporto fra l’emissione delle banconote e la riserva metallica non dà altre disposizioni.

Sono quindi soltanto le necessità del commercio stesso che esercitano un influsso sulla quantità del denaro in circolazione, banconote e oro. Si devono qui prendere innanzitutto in considerazione le oscillazioni periodiche che si ripetono ogni anno, qualunque possa essere la situazione generale degli affari, cosicché da 20 anni in qua, «la circolazione in un mese determinato è alta, in un altro è bassa, e in un terzo mese determinato raggiunge un livello medio» (New march, Bank Acts, 1857, n. 1650).

E’ così che al mese di agosto di ogni anno alcuni milioni, generalmente in oro, passano dalla Banca d’Inghilterra nella circolazione interna, per pagare le spese del raccolto; poiché si tratta principalmente del pagamento di salari, in questo caso le banconote servono meno per l’Inghilterra. Prima della fine dell’anno questo denaro rifluisce poi di nuovo alla Banca. In Iscozia, invece, in luogo delle sovrane si hanno esclusivamente sterline-carta; perciò, nel caso corrispondente, e precisamente due volte all’anno, in maggio e in novembre, in Iscozia la circolazione delle banconote aumenta da 3 a 4 milioni; al termine di 15 giorni si inizia il riflusso che nello spazio di un mese è quasi giunto a compimento (Anderson, C. D., 1848-57, numeri 3595-3600).

La circolazione dei biglietti della Banca d’Inghilterra subisce ancora una oscillazione temporanea ogni tre mesi in seguito al paga mento trimestrale dei « dividendi », ossia degli interessi del debito pubblico, per cui dapprima le banconote vengono sottratte alla circolazione e poi di nuovo distribuite fra il pubblico; esse rifluiscono tuttavia molto presto. Weguelin (Bank Acts, 1857, n. 38) valuta a due milioni e mezzo l’ammontare della oscillazione da ciò provocata nella circolazione delle banconote. Invece il signor Chapman, della famosa ditta Overend, Gurney & Co., calcola l’ammontare della perturbazione in tal modo provocata sul mercato monetario a una cifra molto più elevata. « Se voi ritirate dalla circolazione 6 o 7 milioni sotto forma di imposte, al fine di pagare i dividendi, vi deve essere qualcuno che nel frattempo mette a disposizione questo ammontare (Bank Acts, 1857, n. 5196).

Molto più importanti e durature sono le oscillazioni nell’ammontare dei mezzi di circolazione, che corrispondono alle diverse fasi del ciclo industriale. Sentiamo a questo proposito un altro associé di questa ditta, il rispettabile quacchero Samuel Gurney (Commercial Distress, 1848-57, n. 2645):

«Alla fine di ottobre (1847) vi erano 20.800.000 Lst. di banconote nelle mani del pubblico. In quel periodo vi era una grande difficoltà di procurarsi banconote sul mercato monetario. Situazione questa derivante dal timore generale che, in seguito alle restrizioni del Bank Act del 1844, non fosse possibile procurarsi tali banconote. Attualmente (marzo 1848) l’ammontare delle banconote in mano del pubblico è di 17.700.000 Lst., ma poiché al presente non sussiste alcun panico commerciale, tale ammontare è più che sufficiente. Non esiste in Londra un banchiere o un trafficante in denaro che non disponga di una quantità di banconote maggiore di quanto egli abbia bisogno».

«2650. L’importo delle banconote.., che non si trovano in deposito alla Banca d’Inghilterra, costituisce un indice assolutamente insufficiente del livello della circolazione attiva, quando non si consideri nel medesimo tempo… la situazione del mondo commerciale e del credito».

«2651. L’impressione che, nell’attuale ammontare della circolazione, una parte sovrabbondante sia in mano del pubblico, proviene per la maggior parte dal grave stato di ristagno in cui oggi ci troviamo. Qualora i prezzi fossero elevati e gli affari animati, 17.700.000 Lst. ci darebbero un’impressione di ristrettezza».

(Fino a che la situazione degli affari è tale che i riflussi degli anticipi fatti avvengono regolarmente e quindi il credito è saldo, la circolazione si estende e si contrae semplicemente secondo i bisogni degli industriali e dei commercianti. Poiché, almeno in Inghilterra, l’oro non conta nel commercio all’ingrosso e la circolazione aurea, fatta eccezione per le oscillazioni stagionali, può essere considerata come una grandezza abbastanza costante per un periodo relativamente lungo, la circolazione dei biglietti della Banca d’Inghilterra costituisce l’indice sufficientemente esatto di questi cambiamenti. Nel periodo di stasi che segue una crisi la circolazione è ridotta al minimo, mentre con la ripresa della domanda subentra anche una maggiore domanda di mezzi di circolazione, che diventa più intensa con l’accrescersi della prosperità; la quantità di mezzi di circolazione raggiunge il suo massimo al momento di massima espansione e di massima speculazione: allora scoppia la crisi e da un giorno all’altro le banconote, ieri ancora così abbondanti, scompaiono dal mercato, e con esse coloro che scontavano le cambiali, concedevano anticipi su titoli, acquistavano merci. La Banca d’Inghilterra deve venire in aiuto, ma anche le sue forze sono ben presto esaurite, il Bank Act del 1844  la costringe a diminuire la sua circolazione cartacea proprio nel momento in cui tutto il mondo reclama banconote, quando coloro che posseggono merci non possono venderle e pur tuttavia devono pagare e sarebbero disposti a fare qualsiasi sacrificio pur di ottenere delle banconote.  «Durante il periodo di panico» dice il sopra citato banchiere Wright, Commercial Distress, 1848- 57, n. 2930, «il paese ha bisogno di una circolazione doppia di quella richiesta in periodi normali, per il fatto che il mezzo di circolazione viene immagazzinato dai banchieri e da altre persone».

Quando la crisi ha inizio, si tratta soltanto di una questione di mezzi di pagamento. Ma poiché ognuno dipende dall’altro per i rientro di questi mezzi di pagamento, e nessuno sa se l’altro sarà in condizione di pagare alla scadenza, subentra una vera caccia al tesoro per  procacciarsi i mezzi di pagamento che si trovano sul mercato, cioè per le banconote. Ognuno accumula tutte quelle che può ricevere, e in tal modo le banconote scompaiono dalla circolazione  proprio quando se ne ha maggiormente bisogno. Samuel Gurney [ Commercial Distress, 1848-57, n. 11161 calcola che il numero delle  banconote poste sotto chiave al momento del panico, nell’ottobre 1847, fosse di 4-5 milioni di Lst. F.E.).

In questo campo è particolarmente interessante la deposizioni fatta al Bank Committee del 1857 dall’associé di Gurney, il già ricordato Chapman. Do qui in riassunto il contenuto principale della deposizione stessa, sebbene siano trattati anche alcuni punti che noi esamineremo solo più tardi.

Il signor Chapman si esprime come segue:

«4963. Non ho nessuna esitazione ad affermare che non considero giusto che il mercato monetario debba essere sottoposto a potere di un qualsiasi singolo capitalista (come ce ne sono a Londra) il quale può provocare un’incredibile mancanza di denaro e difficoltà monetarie proprio in momenti in cui il livello della circolazione è molto basso… Ciò può accadere… vi è più di un capitalista che può ritirare dalla circolazione 1 oppure 2 milioni di Lst., quando in tal modo può raggiungere uno scopo».

«4965. Uno speculatore importante può vendere 1 o 2 milioni di consolidato e sottrarre così il denaro al mercato. Qualche cosa di simile è accaduto molto recentemente creando un imbarazzo di estrema gravità» [471].

«4967. Le banconote sono allora senza dubbio improduttive.  Ma ciò non significa nulla, quando serve a realizzare uno scopo importante; lo scopo fondamentale è di buttare giù i prezzi dei fondi pubblici, di creare difficoltà monetarie, e il capitalista ha pieni poteri per fare tutto ciò ». Un esempio: una mattina vi era una forte domanda di denaro alla borsa dei fondi pubblici; nessuno ne conosceva la ragione; qualcuno domandò a Chapman di prestargli 50.000 Lst. al 7%. Chapman era sorpreso, il suo saggio di interesse essendo molto più basso; egli accettò. Subito dopo la stessa persona ritornò, prese altre 50.000 Lst. al 7 1/2%, poi 100.000 Lst. all’8% e voleva averne ancora di più all’8 1/2%. Lo stesso Chapman cominciò a preoccuparsi. Si venne poi a sapere che improvvisamente una somma importante di denaro era stata sottratta al mercato. Ma dice Chapman, « io ho tuttavia dato in prestito una somma importante all’8%; avevo timore di spingermi oltre; non sapevo quello che poteva capitare».

Non si deve dimenticare che, sebbene si affermi che 19-20 milioni di banconote si trovino quasi costantemente nelle mani del pubblico, da un lato la parte di queste banconote che circola effettivamente e, dall’altro, quella che giace inutilizzata presso il banchiere sotto forma di riserva, variano continuamente e in misura sensibile l’una rispetto all’altra. Se questa riserva è abbondante, e in conseguenza la circolazione effettiva è bassa, ciò significa dal punto di vista del mercato monetario, che la circolazione è piena (circolazione è piena, il denaro è abbondante ) se invece la riserva è piccola, quindi la circolazione effettiva è piena, allora il linguaggio del mercato monetario dice che la circolazione è bassa (La circolazione è bassa, il denaro è scarso), vale a dire quella parte che rappresenta capitale da prestito inutilizzato è piccola. Una reale espansione o contrazione della circolazione, che sia indipendente dalle fasi del ciclo industriale — in modo però che l’importo di cui il pubblico ha bisogno rimanga invariato — si verifica soltanto per motivi tecnici, ad esempio, nei giorni in cui si pagano le imposte oppure gli interessi del debito pubblico. Quando si pagano le imposte, le banconote e l’oro affluiscono alla Banca d’Inghilterra in misura superiore al normale, provocando una contrazione effettiva della circolazione, senza riguardo ai bisogni  di quest’ultima. Il caso contrario si verifica quando vengono pagati i dividendi sul debito pubblico. Nel primo caso si contraggono prestiti presso la banca per ottenere mezzi di circolazione. Nel secondo caso il saggio d’interesse delle banche private diminuisce a causa del momentaneo aumento delle loro riserve. Ciò non ha nulla a che fare con la massa assoluta del mezzo di circolazione, ma interessa soltanto quella banca che fa circolare questi mezzi di circolazione, per la quale questo processo si presenta come alienazione di capitale da prestito e che perciò intasca il relativo profitto.

Nel primo caso si verifica un semplice spostamento temporaneo del mezzo di circolazione, a cui la Banca d’Inghilterra pone rimedio concedendo anticipi a basso saggio d’interesse e a breve termine, poco prima della scadenza delle imposte trimestrali e dei dividendi anch’essi trimestrali; queste banconote in soprannumero in tal modo anticipate colmano dapprima i vuoti provocati dal pagamento delle imposte, mentre il loro ritorno alla banca, che si verifica senza indugio, fa ritornare subito dopo le banconote eccedenti che il pagamento dei dividendi aveva dato in mano al pubblico.

Nel secondo caso, la circolazione bassa o piena è sempre soltanto una differente ripartizione della stessa massa di mezzi di circolazione in circolazione attiva e depositi, cioè strumento di prestiti.

D’altro lato, se ad esempio, in seguito ad afflusso d’oro alla Banca d’Inghilterra il numero delle banconote emesse in contropartita si accresce, tali banconote contribuiscono ad operazioni di sconto al di fuori dell’ambito della banca e vi rifluiscono con il pagamento di prestiti, cosicché la massa assoluta delle banconote in circolazione si accresce solo momentaneamente.

Se la circolazione è piena a causa della estensione degli affari (fatto che si può produrre anche con prezzi relativamente bassi) il saggio d’interesse può essere relativamente elevato in seguito alla domanda di capitale da prestito intensificata per l’aumento di profitti e l’accrescersi dei nuovi campi di investimento. Se è bassa, a causa della contrazione degli affari, o, anche, a causa di una grande fluidità del credito, allora il saggio d’interesse può essere basso, anche se i prezzi sono elevati. (Vedere Hubbard).

La quantità assoluta della circolazione esercita una influenza determinante sul saggio dell’interesse soltanto in periodi di difficoltà monetaria. La domanda di circolazione piena, in tal caso, o esprime soltanto una domanda di mezzi di tesaurizzazione (astraendo dalla ridotta velocità con cui circola il denaro e con cui le stesse identiche monete si trasformano continuamente in capitale da prestito), provocata dalla mancanza di credito, come nel 1847, quando la sospensione del Bank Act non causò una espansione della circolazione, ma fu sufficiente a riportare alla luce le banconote tesaurizzate e a rimetterle in circolazione; oppure talvolta possono essere effettivamente richiesti più mezzi di circolazione, come nel 1857, quando la circolazione si accrebbe effettivamente per qualche tempo, dopo la sospensione del Bank Act.

Per il resto la massa assoluta della circolazione non influisce sul saggio dell’interesse, poiché la circolazione — presupposte costanti l’economia e la velocità della circolazione — è determinata innanzitutto dal prezzo delle merci e dalla massa delle transazioni (nel qual caso, per lo più, un elemento paralizza l’azione dell’altro) e in secondo luogo dalla situazione del credito; mentre a sua volta essa non determina affatto quest’ultimo; e, infine, perché non vi è una relazione necessaria fra il prezzo delle merci e l’interesse.

Durante il Bank Restriction Act (1797-1820) si verificò una sovrabbondanza di mezzi di circolazione e il saggio dell’interesse si mantenne costantemente assai più elevato di quel che fu alla ripresa dei pagamenti in contanti. Esso subì una rapida diminuzione più tardi, con la limitazione della emissione delle banconote e l’aumento del corso dei cambi. Nel 1822, 1823, 1832, la circolazione generale fu bassa e il saggio dell’interesse parimenti basso. Nel 1824, 1825, 1836 la circolazione fu elevata e il saggio d’interesse aumentò. Durante l’estate 1830 la circolazione fu elevata, il saggio d’interesse basso. Dopo le varie scoperte di giacimenti auriferi, la circolazione monetaria si accrebbe in tutta l’Europa, il saggio dell’interesse aumentò. Il saggio dell’interesse non dipende dunque dalla quantità del denaro in circolazione.

La differenza fra l’emissione di mezzi di circolazione e i prestiti di capitali si vede nel modo più chiaro nell’effettivo processo di riproduzione. Abbiamo visto (Libro 11, sezione III) in qual modo si attua lo scambio delle diverse parti costitutive della produzione. Il capitale variabile, ad esempio, si compone sostanzialmente dei mezzi di sussistenza dei lavoratori, di una parte del loro prodotto. Esso tuttavia è stato pagato loro in denaro poco alla volta. Il capitalista deve anticipare questo denaro, e dipende in misura considerevole dall’organizzazione del sistema creditizio se la settimana successiva egli potrà pagare il nuovo capitale variabile con il vecchio denaro con cui egli aveva pagato la settimana precedente. Lo stesso vale per gli atti di scambio fra le diverse parti costitutive di un capitale sociale complessivo, ad esempio, fra i mezzi di consumo e i mezzi di produzione dei mezzi di consumo. Il denaro necessario per la loro circolazione deve, come noi abbiamo visto, essere anticipato da uno o da entrambi gli autori dello scambio. Questo denaro rimane poi in circolazione ma fa sempre ritorno, compiuto lo scambio, a colui che l’ha anticipato, essendo stato da lui anticipato oltre il suo capitale industriale effettivamente occupato (vedi Libro Il, cap. 20). In un sistema creditizio sviluppato, in cui il denaro è concentrato nelle banche, sono queste che, almeno nominalmente, lo anticipano. Questo anticipo concerne soltanto il denaro che si trova in circolazione. Un anticipo di circolazione, non un anticipo dei capitali che il sistema creditizio fa circolare.

Chapman [ Acts, 1857]: «5062. Possono presentarsi momenti in cui l’ammontare delle banconote nelle mani del pubblico sia molto forte e sia tuttavia impossibile procurarsene». Il denaro esiste anche in periodi di panico; ma ciascuno si guarda bene dal trasformarlo in capitale da prestito, in denaro da prestito e lo tiene ben stretto per una effettiva necessità di pagamento.

«5099. Le banche dei distretti rurali inviano a Lei ed alle altre case di Londra le eccedenze dei loro capitali non investite? Certamente».

«5100. D’altro lato i distretti industriali del Lancashire e del Yorkshire fanno scontare presso di voi cambiali necessarie al loro commercio? Certamente».

«5101. Di modo che con tale procedimento il denaro eccedente di un distretto viene utilizzato per soddisfare i bisogni di un altro distretto? Esattamente».

Chapman afferma che negli ultimi tempi le banche hanno seguito sempre meno l’abitudine di investire a termine piuttosto breve il loro capitale monetario eccedente nell’acquisto di consolidati e buoni del tesoro, ossia da quando è venuto in uso di dare in prestito questo denaro at call (da un giorno all’altro, il cui rimborso può essere richiesto ogni momento). Egli stesso ritiene che l’acquisto di tali titoli non sia affatto utile per i suoi affari. Egli investe il suo denaro in cambiali buone, una parte delle quali viene ogni giorno a scadenza, cosicchè egli sa sempre su quale somma liquida possa di giorno in giorno contare (5001-5005).

Anche l’incremento delle esportazioni significa sempre, più o meno per ogni paese, ma soprattutto per il paese che concede il credito, un’accresciuta domanda sul mercato monetario interno, che viene però sentita come tale soltanto in periodi di difficoltà monetaria. Quando le esportazioni aumentano, i fabbricanti emettono di regola cambiali a lunga scadenza sugli esportatori, contro consegna di prodotti inglesi (5126).

«5127. Non si verifica spesso il caso che esista un accordo per cui queste cambiali vengono rinnovate di tempo in tempo? (Chapman:) Questo è un fatto che essi ci nascondono; noi non ammetteremmo mai cambiali di questo tipo… Può certamente verificarsi, ma io non sono in grado di dire nulla in proposito». (L’innocente Chapman!).

«5129. Quando si verifica un forte incremento delle esportazioni, come quello che nel solo scorso anno raggiunse i 20 milioni di Lst., non provoca forse questo fatto di per se stesso una forte domanda di capitale per lo sconto delle cambiali relative a queste esportazioni? Indubbiamente».

«5130. Poiché l’Inghilterra, di regola, concede credito all’estero per tutte le sue esportazioni, non provoca forse tutto ciò l’assorbimento di un corrispondente capitale addizionale, per la durata di questo credito? L’Inghilterra offre un credito enorme; ma in compenso essa richiede credito per le sue materie prime. Si emettono cambiali su di noi a 60 giorni di scadenza, come fa sempre l’America, e a 90 giorni, come fanno altri paesi. D’altro lato noi concediamo credito; quando inviamo delle merci in Germania, diamo due o tre mesi».

Wilson domanda a Chapman (5131) se contro queste materie prime e prodotti coloniali importati non vengano emesse cambiali sull’Inghilterra al momento stesso del loro imbarco e se queste cambiali non arrivano contemporaneamente alle polizze di carico. Chapman pensa che sia così, ma non sa nulla di queste pratiche «commerciali» e consiglia di rivolgersi a gente più esperta. Nelle esportazioni verso l’America, dice Chapman, «le merci sarebbero simbolizzate nel transito»[5133] questo strano gergo significa che l’esportatore inglese emette una cambiale a quattro mesi contro le merci su una delle grandi banche americane di Londra e che la banca riceve copertura dall’America.

«5136. Non è forse vero che di solito gli affari con i paesi lontani vengono svolti dal commerciante, che aspetta il rientro del suo capitale dopo la vendita delle merci? Può darsi che vi siano ditte aventi un forte capitale privato, le quali siano in grado di sborsare il proprio capitale, senza prendere anticipi sulle merci; ma queste merci sono in generale trasformate in anticipi mediante le accettazioni di ditte molto note».

«5137. Queste ditte sono.., a Londra, a Liverpool ed altrove».

«5138. Non vi è quindi alcuna differenza se il fabbricante deve prestare il proprio denaro o se trova un commerciante a Londra o a Liverpool che lo anticipa per lui; rimane sempre un anticipo fatto in Inghilterra?Esattamente. Il fabbricante deve intervenire in pochi casi» (nel 1847 esso intervenne invece in quasi tutti i casi). «Ad esempio, un commerciante in manufatti di Manchester, acquista merci e le imbarca tramite una ditta seria di Londra; non appena la ditta di Londra è sicura che tutto è stato imballato secondo gli accordi, egli emette una cambiale a scadenza di sei mesi sulla ditta di Londra contro queste merci in viaggio verso la Cina, l’India o altrove; interviene allora il mondo bancario e gli sconta questa cambiale; cosicché, al momento in cui il commerciante deve pagare queste merci, egli trova il denaro pronto grazie allo sconto di quella cambiale».

«5139. Ma anche se quello ha il denaro il banchiere glielo ha dovuto anticipare? Il banchiere ha la cambiale, il banchiere ha acquistato la cambiale; egli impiega il suo capitale bancario in questo modo, ossia nello sconto delle cambiali commerciali». (Quindi anche Chapman considera lo sconto delle cambiali non come un anticipo, ma come un acquisto di merci. F.E.).

«5140. Ma ciò costituisce pur sempre una parte delle richieste sul mercato monetario di Londra? Indubbiamente; costituisce l’attività principale del mercato monetario e della Banca di Londra. La Banca d’Inghilterra è contenta quanto noi di ricevere queste cambiali, sapendo che esse costituiscono un buon investimento»;

«5141. La domanda sul mercato monetario si accresce nella stessa misura in cui si accresce l’esportazione? Nella misura in cui la prosperità del paese si accresce, noi (i Chapman ) vi partecipiamo».

«5142. Se si verifica, quindi, una subitanea espansione di questi diversi campi di investimento del capitale, ne consegue naturalmente un aumento del saggio d’interesse? Senza dubbio».

5143. Chapman « non riesce a capire come mai, mentre le nostre esportazioni erano così forti, avessimo tante possibilità di investimento per l’oro».

5144. Il degno Wilson domanda: «Non potrebbe darsi che noi concediamo sulle nostre esportazioni crediti maggiori di quelli che noi riceviamo sulle nostre importazioni? Vorrei mettere in dubbio questa asserzione. Se qualcuno fa accettare cambiali emesse contro le sue merci spedite da Manchester alle Indie, non possono accettare a meno di 10 mesi. È certo che noi abbiamo dovuto pagare l’America per il suo cotone un po’ di tempo prima di essere stati pagati dalle Indie; ma l’esame degli effetti di questo sistema è un argomento piuttosto delicato».

«5145. Se noi avessimo un aumento di 20 milioni di Lst. nell’esportazione dei manufatti, come si è verificato lo scorso anno, noi dovremmo allora avere avuto già prima un aumento molto forte nella importazione di materie prime» (e già in tal modo la sovra esportazione è identica con la sovra importazione, e la sovrapproduzione con il sovracommercio) « per produrre questa accresciuta quantità di merci? Indubbiamente».

«[5146] Noi sappiamo che abbiamo dovuto pagare un conguaglio molto considerevole; ossia la bilancia deve essere stata in questo periodo a noi sfavorevole, ma alla lunga il corso dei cambi con l’America ci è favorevole e da molto tempo abbiamo ricevuto dall’America importazioni di metallo prezioso di notevole entità».

5148. Wilson domanda a questo usuraio di Chapman se egli non consideri i suoi interessi elevati come un indice di grande prosperità e di alti profitti. Chapman, evidentemente meravigliato della ingenuità di questo sicofante, risponde affermativamente, ma è tuttavia abbastanza onesto per fare la seguente riserva: «Vi sono alcuni che non possono fare diversamente: devono far fronte ai loro impegni e vi fanno fronte, sia che possano ottenere un profitto o no; ma se persistesse» (il saggio d’interesse elevato) «sarebbe un indice di prosperità». Entrambi dimenticano che un saggio elevato può egualmente indicare, come accadde neI 1857, che i cavalieri del credito infestano il paese, e che questi signori, i quali possono pagare interessi elevati perché pagano con denaro preso dalle tasche altrui (mentre contribuiscono alla determinazione del saggio dell’interesse anche per tutti gli altri), nel frattempo vivono allegramente su profitti anticipati. Al tempo stesso proprio questo fatto può significare affari molto vantaggiosi per i fabbricanti e per gli altri. A causa del sistema degli anticipi, i riflussi sono completamente illusori. Ciò spiega anche la dichiarazione seguente, che tuttavia per quanto riguarda la Banca d’Inghilterra non richiede nessuna spiegazione, poichè tale Banca sconta a un saggio inferiore delle altre quando il saggio d’interesse è elevato.

«5156. Posso bene affermare », dice Chapman, « che nel momento attuale in cui noi abbiamo da molto tempo un saggio di interesse elevato, l’ammontare dei nostri sconti è al suo massimo». (Ciò veniva detto da Chapman il 21luglio 1857, un paio di mesi prima del crack).

«5157. Nel 1852» (quando il saggio dell’interesse era basso) «tale ammontare era ben lungi dall’essere così elevato». Perchè in realtà la situazione degli affari era molto più sana.

«5159. Qualora vi fosse sul mercato una inondazione di denaro… e il saggio di sconto fosse basso, noi avremmo una diminuzione di cambiali… Nel 1852 eravamo in una situazione fondamentalmente diversa. Le esportazioni e le importazioni del paese in quel periodo non reggevano il confronto con oggi».

«5161. Con questi saggi di sconto elevati le nostre operazioni di sconto sono allo stesso livello del 1854» (quando l’interesse era del 5-5 1/2%).

Molto divertente è vedere nella deposizione di Chapman come queste persone considerano in realtà il denaro pubblico come loro proprietà e credono di aver diritto alla costante convertibilità delle cambiali da essi scontate. L’ingenuità delle domande e delle risposte è grande. È compito del legislatore far sì che le cambiali accettate dalle grandi banche siano sempre convertibili e che la Banca d’Inghilterra continui in tutti i casi a scontarle ai bill-brokers. E con tutto ciò, nel 1857, tre di questi bill-brokers fallirono per circa 8 milioni, mentre il loro capitale, confrontato con questi debiti, era irrisorio.

«5177. Vuole dire con ciò che secondo il Suo punto di vista queste» (accettazioni di Baring o Lloyd) «dovrebbero essere scontabili obbligatoriamente, allo stesso modo come i biglietti della Banca d’Inghilterra sono ora obbligatoriamente convertibili in oro? Io sono del parere che sarebbe una cosa molto riprovevole se non fossero scontabili; sarebbe un fatto oltremodo irregolare che una persona dovesse sospendere i pagamenti, perché possiede effetti di Smith, Payne & Co. o di Jones Lloyd & Co. e non può farli scontare».

«5178. L’effetto di Baring non implica l’obbligo di pagare una certa somma di denaro, quando la cambiale viene a scadenza? Ciò è esatto; ma i signori tipo Baring, quando si assumono una tale obbligazione, non pensano neppure per scherzo di doverla pagare in sterline-oro; essi calcolano di pagana nei Clearing House».

«5180. Lei ritiene che si debba inventare un meccanismo che dia al pubblico il diritto di ricevere il denaro prima della scadenza della cambiale, in modo che un altro sia costretto a scontargliela? No, non da parte dell’accettante; ma se Lei con ciò vuoi dire che non dobbiamo avere la possibilità di far scontare cambiali commerciali, dobbiamo allora mutare tutto quanto l’ordinamento delle cose».

«5182. Lei crede, quindi, che essa » (una cambiale commerciale) « dovrebbe essere convertibile in denaro, precisamente come un biglietto della Banca d’Inghilterra deve essere convertibile in oro? — Decisamente, in certi casi».

«5184. Lei crede dunque che l’ordinamento del currency (circolazione) dovrebbe essere organizzato in modo tale che una cambiale commerciale di indubbia solvibilità dovrebbe essere in tutti i tempi convertibile in denaro, come un biglietto di banca? Io penso così».

«5185. Ma Lei non arriva al punto di dire che la Banca d’Inghilterra o un’altra banca qualsiasi dovrebbe essere legalmente obbligata a scontarla? Io arrivo infatti a dire che se facciamo una legge per regolare il currency, dobbiamo prendere delle misure per eliminare la possibilità che le cambiali commerciali del paese, se sono indubbiamente solvibili e legali, possano diventare inconvertibili ». È la convertibilità della cambiale commerciale contrapposta alla convertibilità delle banconote.

«5190. I commercianti di denaro del paese rappresentano in realtà unicamente il pubblico» come fu ripetuto dal signor Chapman davanti alle assisi nel caso Davidson. Vedere Great City Frauds (Le grandi frodi della City).

«5196. Nei termini trimestrali » (quando si pagano i dividendi) « dobbiamo… assolutamente rivolgerci alla Banca d’Inghilterra. Quando vengono ritirati dalla circolazione 6 o 7 milioni del reddito dello Stato per l’anticipazione dei dividendi, bisogna che vi sia qualcuno che, nel frattempo, metta a disposizione questa somma». (In questo caso si tratta dunque di offerta di denaro, non di capitale o capitale da prestito).

«5169. Chiunque conosca il nostro mondo commerciale deve sapere che quando noi ci troviamo in una situazione tale che i buoni del tesoro diventano invendibili, le obbligazioni della Compagnia delle Indie sono inutilizzabili, le migliori cambiali commerciali non possono essere scontate, regna grande apprensione tra coloro che sono costretti dai loro affari a dover effettuare, dietro semplice richiesta, pagamenti nel mezzo di circolazione ordinario del paese, caso questo che si verifica per tutti i banchieri. Ne consegue che ciascuno raddoppia la sua riserva. Giudichi Lei che cosa può accadere in tutto il paese, se ciascuno dei banchieri di provincia, e ve ne sono circa 500, deve incaricare il suo corrispondente di Londra di rimettergli 5.000 Lst. in banconote. Anche se prendiamo come media una somma così piccola, il che è già completamente assurdo, si tratterebbe sempre di 2 milioni e mezzo di Lst. che vengono sottratte alla circolazione. Come potranno essere sostituite?».

D’altro lato i capitalisti privati e altri, che posseggono denaro, non lo vogliono dare a nessun interesse, dicendo, secondo Chapman:

«5195. Preferiamo non ricevere alcun interesse, piuttosto di non essere sicuri di avere il denaro nel caso ci servisse».

«5173. Il nostro sistema è il seguente: abbiamo obbligazioni per 300 milioni di Lst. il cui pagamento nella moneta corrente del paese può essere richiesto in ogni singolo momento; e questa moneta del paese, se noi la usiamo tutta per questo scopo, ammonta a 23 milioni di Lst., o qualche cosa di simile; non è questa una situazione che ci può far venire le convulsioni in ogni momento?».

Da qui, nelle crisi, l’improvviso capovolgimento del sistema creditizio nel sistema monetario.

Indipendentemente dal panico interno che si verifica durante le crisi, si può parlare di quantità di denaro soltanto in quanto si tratti di metallo, cioè la moneta mondiale. E proprio questo Chapman lo esclude, parlando soltanto di 23 milioni di banconote.

Lo stesso Chapman:

«5218. La causa iniziale della perturbazione del mercato monetario (aprile e più tardi ottobre 1847) fu senza dubbio il fatto che era necessaria una grande quantità di denaro per regolare il corso dei cambi, in conseguenza delle importazioni eccezionali dell’anno».

Innanzitutto, questa riserva di moneta del mercato mondiale si trovava allora ridotta al minimo. In secondo luogo essa serviva al tempo stesso come garanzia per la convertibilità della moneta di credito, delle banconote. Essa accoppiava così due funzioni completamente diverse, che tuttavia provenivano entrambe dalla natura del denaro, poichè il denaro reale è sempre moneta del mercato mondiale e la moneta di credito si fonda sempre sulla moneta del mercato mondiale.

Nel 1847, senza la sospensione del Bank Act del 1844, «i Clearing Houses non avrebbero potuto compiere le loro operazioni (5221)».

Eppure Chapman aveva un presentimento della crisi imminente:

«5236. Vi sono certe situazioni del mercato monetario (e quella odierna non è molto dissimile) in cui il denaro è molto scarso e si deve ricorrere alla Banca».

«5239. Per quanto riguarda le somme che noi ritirammo alla Banca venerdì, sabato e lunedì, il 19, 20 e 22 ottobre 1847, saremmo stati molto felici il mercoledì seguente se avessimo potuto riprendere le cambiali: non appena il panico fu passato, il denaro cominciò a rifluirci immediatamente. Il mercoledì 23 ottobre fu sospeso il Bank Act e con ciò la crisi era superata».

Chapman riteneva (5274) che le cambiali contemporaneamente pendenti su Londra ammontassero a 100-120 milioni di Lst. Somma questa che non include le cambiali emesse localmente nelle piazze di provincia.

«5287. Mentre nell’ottobre 1856 l’ammontare delle banconote in mano del pubblico saliva a 21.155.000 Lst., vi era tuttavia una straordinaria difficoltà di procurarsi denaro: nonostante che il pubblico ne possedesse una tale quantità, noi non potevamo mettervi le mani sopra».

Ciò avveniva a causa dell’inquietudine, creata dalla difficoltà monetaria in cui si era venuta a trovare per un certo tempo (marzo 1856) la Eastern Bank.

5290-92. Non appena il panico fu superato «tutti i banchieri che ricavano il loro profitto dall’interesse, ricominciarono immediatamente a impiegare il loro denaro».

5302. Chapman spiega che l’inquietudine provocata dalla diminuzione della riserva bancaria non deriva dal timore per i depositi, ma dal fatto che coloro che possono trovarsi nella necessità di pagare improvvisamente forti somme di denaro, sanno molto bene che in caso di difficoltà sul mercato monetario possono essere costretti a rivolgersi alla Banca come alla loro ultima fonte di aiuto; e che «se la Banca ha una riserva molto piccola, non ci accoglie con piacere, al contrario».

Del resto è interessante osservare la facilità con cui la riserva svanisce in quanto grandezza concreta. I banchieri conservano un minimo necessario per i loro affari correnti in parte presso di loro, in parte presso la Banca d’Inghilterra. I bill-brokers tengono il «libero denaro bancario del paese» senza riserva. E la Banca d’Inghilterra detiene, a copertura dei suoi impegni relativi ai depositi, soltanto la riserva dei banchieri ecc., insieme con i public deposits (Depositi dello Stato)  ecc., che essa lascia scendere al livello più basso, ad esempio, fino a 2 milioni. Al di fuori di questi due milioni in carta, tutto quest’imbroglio in periodo di difficoltà monetaria (e questa diminuisce la riserva, perché le banconote, che affluiscono in cambio di metallo che esce, devono essere annullate) non ha assolutamente altra riserva all’infuori della riserva metallica, ogni diminuzione della quale, derivante dal deflusso aureo, non fa che accentuare la crisi.

«5306. Se non vi fosse denaro a disposizione per dar corso alle compensazioni nel Clearing House, non vedo altra via d’uscita che quella di unirci e di fare i nostri pagamenti in cambiali di prim’ordine sull’erario, su Smith, Payne & Co. ecc.».

«5307. Quindi, nel caso che il governo mancasse di fornirLe mezzi di circolazione Lei ne creerebbe per Lei stessa? Che cosa potremmo fare? Il pubblico viene qui e ci strappa il mezzo di circolazione dalle mani; esso non esiste».

«5308. Voi fareste dunque semplicemente a Londra ciò che si fa ogni giorno a Manchester? Certamente».

Eccellente è la risposta di Chapman alla domanda posta da Cayley (Birmingham man della scuola di Attwood) a proposito della concezione del capitale formulata da Overstone:

«5315. È stato detto davanti alla Commissione che in una situazione di scarsità monetaria come quella del 1847, non si ricerca denaro, ma capitale. Qual è il suo pensiero in proposito? Non la comprendo: noi commerciamo soltanto in denaro; non comprendo che cosa Lei intende dire»

«5316. Se Lei per questo (capitale commerciale) intende la quantità di denaro proprio che uno ha investito nei suoi affari, se Lei chiama ciò capitale, non si tratta d’ordinario che di una parte minima del denaro di cui egli si serve nei suoi affari, grazie al credito che il pubblico gli concede» tramite la mediazione dei Chapman.

«5339. È per mancanza di ricchezza che sospendiamo i nostri pagamenti in contanti? Niente affatto.., non ci manca la ricchezza, ma ci muoviamo in un sistema altamente artificioso, e quando si produce una domanda enorme, minacciosa (superincumbent) del nostro mezzo di circolazione, possono intervenire delle circostanze che ci impediscono di trovare questo mezzo di circolazione. E questa una ragione perchè tutta l’industria commerciale del paese resti paralizzata? Dobbiamo sbarrare tutte le vie che conducono al lavoro?».

«5338. Se fossimo posti davanti al problema di scegliere se conservare i pagamenti in contanti oppure l’industria del paese, so bene a quale dei due rinunzierei».

A proposito dell’accaparramento delle banconote «al fine di acuire le difficoltà monetarie e di trarre profitto dalle conseguenze che ciò comporta» (5358), egli afferma che questo può accadere facilmente. Tre grandi banche sarebbero sufficienti allo scopo.

«5383. Non deve Lei sapere, in quanto persona bene al corrente delle transazioni più importanti della nostra capitale, che vi sono dei capitalisti che utilizzano queste crisi per trarre enormi profitti dalla rovina delle vittime? Su questo punto non vi può essere dubbio alcuno».

Ed al signor Chapman dobbiamo credere, quantunque egli si sia in definitiva rotto il collo nel tentativo « di trarre enormi profitti dalla rovina delle vittime ». Infatti, quando il suo associé Gurney dice: ogni mutamento negli affari è profittevole per colui che sa come stanno le cose, Chapman risponde: «Una parte della società non sa nulla dell’altra. Il fabbricante, ad es., che esporta sul continente o che importa materie prime, non sa nulla di colui che lavora in lingotti d’oro» (5046). E accadde così, un bel giorno, che Gurney e Chapman stessi non «sapevano come stavano le cose» e dichiararono uno scandaloso fallimento.

Abbiamo già visto precedentemente che l’emissione di banconote non significa sempre anticipo di capitale. La deposizione seguente fatta da Tooke nel 1848 davanti alla Commissione dei Lords per il Conmercial Distress, prova semplicemente che un anticipo di capi tale, anche quando la Banca lo effettua mediante una emissione di nuove banconote, non comporta necessariamente un accresci mento della massa delle banconote in circolazione.

«3099. Ritiene Lei che la Banca d’Inghilterra, ad esempio, potrebbe accrescere sensibilmente i suoi anticipi senza che ciò provochi un aumento dell’emissione di banconote? Vi sono fatti in abbondanza che lo provano. Uno degli esempi più lampanti si ebbe nel 1835, ancorché la Banca utilizzò i depositi delle Indie occidentali e i prestiti della Compagnia delle Indie orientali per accrescere gli anticipi al pubblico; per lo stesso periodo l’ammontare delle banconote in mano del pubblico diminuì effettivamente un poco…. Qualche cosa di simile si può osservare nel 1846, al momento in cui furono versati alla Banca i depositi delle ferrovie; i titoli» (in sconto e in deposito) «si accrebbero di circa 30 milioni, mentre non si ebbe nessun effetto rilevante all’ammontare delle banconote nelle mani del pubblico».

Oltre alle banconote, il commercio all’ingrosso ha però un secondo e per lui molto più importante mezzo di circolazione: la cambiale. Il sig. Chapman ci ha mostrato quale importanza essenziale abbia per un regolare andamento degli affari che buone cambiali siano accettate in pagamento dappertutto e in tutti i casi:

«Se il Tausves Jontof non ha più valore,

ahimè, ahimè, che cosa più vale?»

(Heine, Disputation)

Qual è ora il rapporto reciproco fra questi due mezzi di circolazione?

Dice Gilbart a questo proposito: «La limitazione dell’ammontare della circolazione delle banconote accresce regolarmente l’ammontare della circolazione delle cambiali. Vi sono due tipi di cambiali — cambiali commerciali e cambiali bancarie — … quando il denaro si fa scarso, coloro che danno il denaro a prestito dicono: “Spiccate cambiali su di noi e noi le accetteremo” e quando un banchiere di provincia sconta una cambiale ad un cliente, non gli dà del denaro contante, ma la sua propria cambiale a 21 giorni di scadenza sul suo agente di Londra. Queste cambiali servono da mezzo di circolazione» . (J. W. GILBART, An Inquiry into the Causes of the Pressure ecc., p. 31).

Ciò viene, in una forma leggermente modificata, confermato da Newmarch, Bank Acts, 1857, n. 1426: «Non vi è alcun nesso fra le oscillazioni nell’ammontare delle cambiali in circolazione e in quello delle banconote in circolazione.., l’unica conseguenza pressoché uniforme è… che, non appena avviene la più piccola difficoltà nel mercato monetario, indicata da un aumento del saggio di sconto, il volume della circolazione cambiaria viene notevolmente aumentato e viceversa».

Le cambiali emesse in questi periodi non sono tuttavia soltanto le cambiali bancarie a breve scadenza, di cui parla Gilbart. Al contrario sono in gran parte delle cambiali di comodo che non rappresentano affatto degli affari reali, oppure rappresentano soltanto affari che sono avviati unicamente al fine di poter emettere delle cambiali; di entrambi questi tipi di cambiali abbiamo dato esempi sufficienti. Per questo l’Economist (Wilson), confrontando la sicurezza di queste cambiali con quella delle banconote, dice: « Le banconote convertibili a vista non possono mai rimanere fuori in quantità eccedente perché l’eccedenza rifluirebbe sempre alla banca per il cambio, mentre le cambiali a due mesi possono essere emesse in grande eccedenza, non essendovi mezzo alcuno per controllarne l’emissione fino al momento della scadenza quando già forse esse sono di nuovo sostituite da altre. È per noi assolutamente incomprensibile che una nazione possa ammettere la sicurezza della circolazione delle cambiali ad un termine futuro e debba invece sollevare difficoltà contro una circolazione di carta-moneta pagabile a vista » (Economist [ maggio], 1847, p. 575).

La quantità delle cambiali in circolazione è quindi, al pari delle banconote, determinata unicamente dai bisogni del commercio; in periodi normali, dopo il 1850, circolavano nel Regno Unito, accanto a 39 milioni di banconote, circa 300 milioni di cambiali, di cui 100-120 milioni soltanto su Londra. Il volume della circolazione delle cambiali non esercita alcuna influenza sul volume della circolazione delle banconote e viene influenzata da quest’ultima soltanto in periodi di ristrettezza monetaria, quando la quantità delle cambiali si accresce, mentre la loro qualità peggiora. Infine, al momento della crisi, la circolazione delle cambiali viene meno completamente alla sua funzione; nessuno sa più che farsene di promesse di pagamento, ognuno accettando solo pagamenti in contanti; la banconota soltanto, almeno fino ad ora in Inghilterra, conserva la capacità di circolare, perché dietro la Banca d’Inghilterra sta la nazione con tutta la sua ricchezza.

Abbiamo visto come lo stesso sig. Chapman, che pure nel 1857 rappresentava un magnate del mercato monetario, si lamentasse amaramente del fatto che a Londra vi fossero alcuni grandi capitalisti così potenti da poter in un determinato momento scompaginare tutto il mercato monetario e depredare così nel modo più vergognoso i piccoli commercianti di denaro. Vi sono quindi alcuni grossi pescecani che possono aggravare sensibilmente una situazione di difficoltà monetaria, vendendo 1-2 milioni di consolidati e sottraendo in tal modo al mercato un corrispondente ammontare di banconote (e al tempo stesso di capitale da prestito disponibile). Per trasformare con una simile manovra una difficoltà monetaria in una situazione di panico, sarebbe sufficiente l’azione combinata di tre grosse banche.

La più grande potenza finanziaria di Londra è naturalmente la Banca d’Inghilterra, la quale tuttavia per la sua posizione di istituto semistatale si trova nella impossibilità di esercitare il suo dominio in un modo tanto brutale. Anch’essa però conosce il modo — particolarmente dopo l’introduzione del Bank Act del 1844— di curare i propri interessi.

La Banca d’Inghilterra ha un capitale di 14.553.000 Lst. e può disporre inoltre di circa 3 milioni di lire sterline di «residui», ossia profitti non distribuiti, come pure di tutte le entrate dello Stato, imposte ecc., che devono essere depositate presso di essa fino al momento in cui vengono usate. Se si aggiungono ancora la somma degli altri depositi (in tempi normali circa 30 milioni di Lst.) e le banconote emesse senza copertura, si troverà che Newmarch fa una valutazione piuttosto moderata, quando (Bank Acts, 1857, n. 1889) dice: «Mi sono convinto che la somma complessiva dei fondi permanentemente impiegati sul mercato monetario (di Londra) può essere stimata a circa 120 milioni di Lst., e la Banca d’Inghilterra dispone di una parte molto considerevole di questi 120 milioni, all’incirca del 15-20%».

In quanto la Banca emette dei biglietti che non sono coperti dalla riserva metallica nei suoi forzieri, essa crea segni di valore che costituiscono non solo mezzi di circolazione, ma anche capitale addizionale — sia pure fittizio — corrispondente all’ammontare nominale di questi biglietti senza copertura. E questo capitale addizionale le apporta un profitto addizionale. In Bank Acts, 1857, Wilson domanda a Newmarch:

«1563. La circolazione delle banconote proprie di una banca, ossia l’ammontare medio che resta nelle mani del pubblico costituisce un incremento al capitale effettivo di quella banca, non è vero? Senza dubbio».

«1564. Qualsiasi profitto, quindi, che la Banca ritrae da questa circolazione, è un profitto che proviene dal credito e non da un capitale che essa possiede effettivamente? Certamente».

Lo stesso si può dire naturalmente anche per le banconote delle banche d’emissione private. Nelle sue risposte nn. 1866-1868 Newmarch ritiene che i due terzi di tutte queste banconote private (l’altro terzo deve avere una copertura metallica presso queste banche) rappresentano «una creazione di un capitale corrispondente» per il fatto che viene in tal modo economizzato l’equivalente in moneta metallica Il profitto del banchiere può perciò non essere più elevato di quello di altri capitalisti. Rimane il fatto che egli trae profitto da questo risparmio nazionale in moneta metallica. Il fatto che un risparmio nazionale si presenti come profitto privato, non scandalizza per niente l’economia borghese, poichè il profitto in genere è comunque appropriazione di lavoro nazionale. C’è forse qualche cosa di più pazzesco dell’esempio offertoci dalla Banca d’Inghilterra per il periodo 1797-1817? Mentre le sue banconote hanno credito unicamente per il fatto di essere garantite dallo Stato, essa si fa pagare dallo Stato e quindi dal pubblico, nella forma di interessi su prestiti, per il potere che lo Stato le conferisce di convertire questi stessi biglietti di carta in denaro e di darli poi in prestito allo Stato?

Le banche dispongono ancora di altri mezzi per creare capitale. Secondo lo stesso Newmarch, le banche di provincia hanno l’abitudine, come si è detto precedentemente, di inviare i loro fondi eccedenti (ossia biglietti della Banca d’Inghilterra) ai bill-brokers, che inviano loro in contropartita cambiali scontate. Con queste cambiali la Banca soddisfa i suoi clienti, essendo sua regola non rimettere in circolazione le cambiali ricevute dai suoi clienti locali, al fine di mantenere segrete le operazioni commerciali di questi clienti nella loro particolare zona. Queste cambiali ricevute da Londra non servono soltanto per essere distribuite ai clienti, che devono fare pagamenti diretti a Londra, a meno che essi non preferiscano farsi rilasciare un assegno dalla Banda locale su Londra, esse servono anche ad effettuare pagamenti nella provincia per il fatto che la girata del banchiere assicura loro il credito locale. Nel Lancashire, ad esempio, tali tipi di cambiali hanno estromesso dalla circolazione i biglietti delle banche locali ed una gran parte dei biglietti della Banca d’Inghilterra (Bank Acts, 1857, numeri 1568-74).

Noi vediamo qui dunque come le banche creano credito e capitale:

1) mediante emissione di proprie banconote;

2) rilasciando assegni su Londra fino a 21 giorni di scadenza, i quali vengono però pagati loro in contanti il giorno stesso in cui sono rilasciati;

3) dando in pagamento cambiali scontate, la cui capacità di costituire credito è assicurata, almeno per quel determinato distretto, in primo luogo ed essenzialmente dalla girata della banca.

Il potere della Banca d’Inghilterra si manifesta nel fatto che essa regola il saggio di mercato dell’interesse. In periodi in cui il corso degli affari è normale, può accadere che essa non possa arginare un moderato deflusso d’oro dalla sua riserva metallica con l’aumento del saggio di sconto, per il fatto che la richiesta dei mezzi di pagamento è soddisfatta dalle banche private, dalle banche azionarie e dai bill-brokers, che negli ultimi trent’anni hanno notevolmente aumentato la potenza del capitale. Essa può in tal caso far ricorso a altri mezzi. Ma nei momenti critici vale pur sempre la dichiarazione fatta dal banchiere Glyn (della casa Glyn, Mills, Currie & Co.) alla [Commissione sul] Commercial Distress, 1848-57:

«1709. In periodi di acuta crisi monetaria per il paese, è la Banca d’Inghilterra che regola il saggio dell’interesse e « 1710. In periodi di crisi eccezionali.., quando gli sconti fatti dai banchieri privati o dai brokers vengono relativamente limitati, ricadono sulla Banca d’Inghilterra, che ha allora il potere di determinare il saggio di mercato dell’interesse».

È vero che in quanto istituto pubblico, posto sotto la protezione dello Stato e dotato di privilegi statali, essa non può abusare senza riguardo di questo suo potere, come se lo possono permettere le imprese private. Perciò anche Hubbard dice davanti alla Commissione bancaria, Bank Acts, 1857:

«2844. (Domanda:) Non è forse vero che quando il saggio di sconto raggiunge il suo massimo, la Banca d’Inghilterra concede condizioni migliori, mentre quando tocca il minimo sono i brokers (agenti) che fanno le condizioni più convenienti? (Hubbard:) Ciò si verifica sempre perché la Banca d’Inghilterra non si spinge mai così in basso come i suoi concorrenti, mentre, quando il saggio è al massimo, essa non si spinge mai tanto in alto».

Nondimeno, quando, in periodi di difficoltà monetaria, la Banca dà un giro di vite, per usare una espressione corrente, ossia eleva ulteriormente il saggio dell’interesse che è già al di sopra della media, questo fatto ha serie ripercussioni nel mondo degli affari. «Non appena la Banca d’Inghilterra dà il giro di vite, cessano nel paese tutti gli acquisti destinati all’esportazione.., gli esportatori attendono che la depressione dei prezzi abbia raggiunto il punto più basso e soltanto allora, e non prima, si mettono a comperare. Ma quando questo punto è stato raggiunto, i corsi sono già nuovamente regolati: l’esportazione d’oro è cessata prima che questo punto più basso. della depressione sia stato toccato. Gli acquisti di merce per l’esportazione possono eventualmente far rientrare una parte dell’oro inviato all’estero, ma essi avvengono troppo tardi per impedire il deflusso» (J. W. GILBART, An Inquiry into the Causes of the Pressure on the Money Market, Londra, 1840, p. 35).

«Un’altra conseguenza, che deriva dalla regolazione del mezzo di circolazione per mezzo del corso dei cambi esteri è di provocare in tempo di difficoltà monetaria un enorme aumento del saggio dell’interesse» (ivi, p. 40). «Le spese derivanti dalla ristabilizzazione del corso dei cambi, cadono sulla industria produttiva del paese, mentre nel corso di questo processo il profitto della Banca d’Inghilterra si è positivamente accresciuto per il fatto che essa continua la sua attività con un ammontare minore di metallo prezioso» (ivi, p. 52).

Ma, dice l’amico Samuel Gurney «queste forti oscillazioni del saggio dell’interesse sono vantaggiose per i banchieri e i commercianti di denaro: tutte le oscillazioni degli affari sono vantaggiose per coloro che conoscono il mestiere». E anche se sono i vari Gurney che raccolgono i frutti migliori approfittando senza scrupoli della situazione precaria degli affari, mentre la Banca d’Inghilterra non si può permettere ciò con la stessa libertà, essa pure realizza graziosi profitti — senza parlare dei profitti privati che cadono di per se stessi in grembo ai signori direttori in seguito alle eccezionali possibilità che essi hanno di conoscere la situazione generale degli affari.

Secondo una deposizione fatta al Lords Committee (Commissione della Camera dei Lords) del 1817, alla ripresa dei pagamenti in contanti i profitti della Banca d’Inghilterra per l’intero periodo dal 1717 al 1817 ammontavano a:

Versamenti straordinari e aumenti di dividendi 7.451.136
Nuove azioni ripartite fra gli azionisti 7.276.500
Aumento di  valore del capitale 14.553.000
Totale 29.280.636

per un capitale di 11.642.400 Lst. in 19 anni (D. HARDCASTLE, Banks and Bankers, 2 ediz., Londra, 1843, p. 120). Se calcoliamo con il medesimo principio il guadagno totale della Banca d’Irlanda, che sospese del pari nel 1797 i pagamenti in contanti, abbiamo il seguente risultato:

Dividendi a scadenza 1821 4.736.085
Versamenti straordinari dichiarati 1.225.000
Aumento dell’attivo 1.214.800
Aumento di valore del capitale 4.185.000
Totale 11.360.885

per un capitale di 3 milioni di Lst. (ivi, p. 363 [364]).

Che cosa vuol dire l’accentramento!

Il sistema creditizio che ha come centro le pretese banche nazionali e i potenti prestatori di denaro, e gli usurai che pullulano attorno ad essi, rappresenta un accentramento enorme e assicura a questa classe di parassiti una forza favolosa, tale non solo da decimare periodicamente i capitalisti industriali, ma anche da intervenire nel modo più pericoloso nella produzione effettiva — e questa banda non sa nulla della produzione e non ha nulla a che fare con essa. Le leggi del 1844 e del 1845 costituiscono una prova della forza crescente di questi banditi ai quali si uniscono i finanzieri e gli stock – jobbers (Speculatori di Borsa).

Chiunque ancora mettesse in dubbio che questi rispettabili banditi sfruttano la produzione nazionale e internazionale soltanto nell’interesse della produzione e degli sfruttati stessi, costui sarà certamente un po’ meglio istruito dal seguente sermone sull’alta dignità morale del banchiere: «Gli istituti bancari sono istituzioni religiose e morali. Quante volte la paura di essere visti dall’occhio attento e ammonitore del suo banchiere non ha distolto il giovane commerciante dalla compagnia di amici agitati e dissoluti? Quanto si preoccupa di godere buona reputazione presso il banchiere, di apparirgli sempre ineccepibile? Un aggrottamento di ciglia del banchiere ha su di lui un effetto maggiore delle prediche morali dei suoi amici; non trema egli al pensiero di poter essere sospettato colpevole di un inganno o della più piccola affermazione inesatta, per timore che ciò possa provocare diffidenza e quindi una restrizione o una sospensione del suo credito bancario? Il consiglio del banchiere è per lui più importante di quello del sacerdote». (G. M. BELL, direttore di banca scozzese: The Philosophy of Joint Stock Banking, Londra, 1840, pp. 46, 47).

 

AVVERTENZA PER IL LETTORE

Il testo del III libro del Capitale che viene qui riportato NON È UNA DELLE TRADUZIONI INTEGRALI DEL TESTO ORIGINALE che sono disponibili: esso infatti è una rivisitazione delle traduzioni esistenti (in italiano ed in francese) a cui sono state apportate le seguenti modifiche:

1 – non sono state riportate le note che Marx ed Engels richiamano nel testo (fatte salve alcune eccezioni);

2 – sono state introdotte delle modifiche per quanto riguarda gli esempi numerici in cui, per facilitare la lettura;

a – sono state cambiate le unità di misura e le grandezze;

b – diversi dati richiamati nella forma di testo sono stati trasformati in tabelle;

c – in alcuni esempi numerici le cifre decimali sono state limitate a due e nel caso di numeri periodici, ad esempio 1/3 o 2/3, la cifra periodica è stata indicata con un apice (‘).

Ci rendiamo conto che leggere un testo del Capitale in cui Marx formula esempi in Euro (€) invece che in Lire Sterline (Lst) o scellini potrebbe far sorridere e far pensare ad uno scherzo o ad una manipolazione che ha  travisato il pensiero dell’Autore, avvertiamo invece il lettore che il testo è assolutamente fedele al pensiero originale  e che ci siamo permessi di introdurre alcune “varianti” per consentire a coloro che non hanno dimestichezza con le unità di misura e monetarie inglesi di non bloccarsi di fronte a questa difficoltà e di facilitarne così la lettura o lo studio.

In altre parti si sono invece mantenute le unità di misura e monetarie inglesi originali perchè la lettura non creava problemi di comprensione o per ragioni di fedeltà storica.

Ci facciamo altresì carico dell’osservazione che Engels ha formulato nelle “considerazioni supplementari” poste all’inizio del III Libro, laddove, di fronte alle molteplici interpretazioni del testo che vennero fatte dopo la prima edizione, sostiene: “Nella presente edizione ho cercato innanzitutto di comporre un testo il più possibile autentico, di presentare, nel limite del possibile, i nuovi risultati acquisiti da Marx, usando i termini stessi di Marx, intervenendo unicamente quando era assolutamente necessario, evitando che, anche in quest’ultimo caso, il lettore potesse avere dei dubbi su chi gli parla. Questo sistema è stato criticato; si è pensato che io avrei dovuto trasformare il materiale a mia disposizione in un libro sistematicamente elaborato, en faire un livre, come dicono i francesi, in altre parole sacrificare l’autenticità del testo alla comodità del lettore. Ma non è in questo senso che io avevo interpretato il mio compito. Per una simile rielaborazione mi mancava qualsiasi diritto; un uomo come Marx può pretendere di essere ascoltato per se stesso, di tramandare alla posterità le sue scoperte scientifiche nella piena integrità della sua propria esposizione. Inoltre non avevo nessun desiderio di farlo: il manomettere in questo modo perchè dovevo considerare ciò una manomissione l’eredità di un uomo di statura così superiore, mi sarebbe sembrato una mancanza di lealtà. In terzo luogo sarebbe stato completamente inutile. Per la gente che non può o non vuole leggere, che già per il primo Libro si è data maggior pena a interpretarlo male di quanto non fosse necessario a interpretarlo bene — per questa gente è perfettamente inutile sobbarcarsi a delle fatiche”.

Marx ed Engels non ce ne vogliano, ma posti di fronte alle molteplici “fughe” dallo studio da parte di persone che non possedevano una cultura accademica, fughe che venivano imputate alla difficoltà presentate dal testo, abbiamo deciso di fare uno “strappo” alle osservazioni di Engels, intervenendo in alcune parti  avendo altresì cura di toccare il testo il meno possibile. Nel fare questo “strappo” eravamo tuttavia confortati dal fatto che, a differenza  della situazione in cui Engels si trovava, oggi chi vuole accedere al testo “originale”, dispone di diverse edizioni in varie lingue.

Coloro che volessero accostarsi al testo originale in lingua italiana si consigliano le seguenti edizioni:

  • Il capitale, Le Idee, Editori Riuniti, traduzione di Maria Luisa Boggeri;
  • Il capitale, Edizione Einaudi, traduzione di Maria Luisa Boggeri;
  • Il capitale, Edizione integrale – I mammut – Newton Compton, a cura di Eugenio Sbardella.

Chi volesse accedere ad edizioni del Capitale e di altri testi di Marx in lingue estere, si propone di consultare il sito internet di seguito riportato:

http://www.marxists.org/xlang/marx.htm

 

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