Di Tonguessy

Dunque le cose in epoca rinascimentale stavano così: il potere temporale (o più precisamente immanente, insomma la gestione delle risorse terrene e umane) era gestito dal papato, dalla vecchia nobiltà e dalla nuova classe borghese, mentre il potere spirituale (o più precisamente trascendente, forma specifica di ciò che chiameremmo oggi cultura) era storicamente nelle mani del papato anche se la nuova visione borghese cominciava a lanciare sfide sempre più impegnative.

Da una parte abbiamo quindi finanziamenti, prebende, decime, tribunali e galere (di squisita pertinenza dell’immanenza) mentre dall’altra abbiamo ragionamenti, prove e confutazioni, che formano il corpus culturale che fermenta nelle viscere del Rinascimento.

Il ‘600 raccoglie il meglio di tali dualismi con i casi Galileo e Richelieu.

Galileo era un fervente credente. Per sua stessa ammissione non aveva altra missione che onorare Santa Madre Chiesa. Il fatto che le sue scoperte mettessero in crisi il sistema dei valori papali (basati sul geocentrismo tolemaico) non lo rendeva meno credente.

D’altronde tale sistema era già in crisi di suo. I gesuiti a Roma (Cristoforo Clavio in testa) verificarono le osservazioni galileiane, e queste non coincidevano con la teoria tolemaica che voleva la terra al centro dell’universo. Galileo si appoggia quindi alle libertà sostenute da Marsilio da Padova e da Guglielmo di Occam per definire l’indipendenza della ricerca scientifica dalle questioni teologiche.

Nella sua nota lettera alla cattolicissima Cristina di Lorena afferma:

“nelle dispute di problemi naturali non si dovrebbe cominciare dalle autorità di luoghi delle Scritture, ma dalle sensate esperienze e dalle dimostrazioni necessarie.”

Se per Galileo Natura e Scrittura non possono contrariarsi per principio (in quanto prodotti del medesimo Autore), è altrettanto vero che è compito degli interpreti delle Scritture adattarsi ai risultati della Scienza, e non viceversa.[1]

Purtroppo Galileo non poteva disporre di tribunali e galere come il card. Bellarmino (gesuita anche lui come Clavio). Aveva, è vero, dei referenti politici di tutto rispetto (i Medici, la più ricca ed influente elite borghese dell’epoca) e da questi era sovvenzionato e ben sostenuto, ma tali referenti non avevano nessuna intenzione di dichiarare guerra al papa. I Medici per sostenere Galileo nel migliore dei modi, gli affiancarono il più prestigioso diplomatico dell’epoca (l’ambasciatore Pietro Guicciardini) come consigliere nel processo che vede Bellarmino pubblico accusatore, evitando però accuratamente lo scontro frontale con il papato.

Non avevano cioè intenzione di spostare la rivalità sul piano temporale, volevano solo sfruttare le innovazioni per sottrarre potere a chi capitava a tiro. Tutto ciò non aveva il chiaro scopo di danneggiare la cristianità, né la trascendenza tout court.

Molto più semplicemente la borghesia di allora come quella odierna era ed è consapevole che è grazie alla scienza e alla tecnologia (e ad una oculata iniezione di fiducia nelle medesime, ovvero tramite la manipolazione dell’immaginario collettivo, cioè della cultura) che può mantenere il proprio predominio, ovvero accrescere il capitale. Tutto il resto viene di conseguenza.

Né d’altronde aveva intenzione la Chiesa di gettare Galileo ed i suoi padrini in qualche discarica della Storia, dato che la rottura con la vecchia cosmologia tolemaica era ormai stata osservata (anche se non ancora pienamente accettata) anche al suo interno.

Esistono diverse prove a sostegno delle difficoltà in cui le varie anime della Chiesa si trovarono ad operare in quei tempi difficili. Monsignor Piero Dini ed il benedettino Castelli, ad esempio, erano discepoli convinti di Galileo. Lo stesso processo vide Galileo comodamente alloggiato a Roma a spese del papa con tanto di cameriere personale, e successivamente ospitato dall’arcivescovo Piccolomini di Siena. Ben altra sorte fu riservata a chi non aveva i suoi influenti protettori fiorentini.

La cosmologia rivela qui tutta la sua valenza culturale e immaginifica che si riverbera ancora oggi nelle nostre frasi più comuni. La beffa è che ancora oggi, rendendo onore a Bellarmino, diciamo che il sole sta per tramontare. Il che è un palese falso scientifico: è la terra che, muovendosi, impedisce alla luce del sole, immobile, di raggiungerci. Fa una qualche differenza?

Insomma il processo a Galileo testimonia un serio problema relativo al nuovo corso culturale che sta prendendo piede. I prodromi erano però evidenti già molto prima che ciò avvenisse, dato che Marsilio e Occam vissero tre secoli prima di Galileo. La filosofia prima e la ricerca scientifica dopo chiedevano di non essere assoggettate alle ferree leggi papali. I motivi, al di là di ogni sbandierata libertà e diritto di pensiero, stavano nel nuovo corso storico che il Rinascimento voleva imporre all’Europa: passare lo scettro del potere dalle mani dei nobili a quelle dei borghesi. Ma per potere avvenire, tale passaggio doveva trovare legittimazione. Dovevano cioè essere garantiti paritetici diritti ai borghesi di “sistemare” le cose, quantunque non fossero allineate con il pensiero papale, feudale o con il comune sentire.

A titolo di esempio posso citare la reputazione che avevano i mercanti nel medioevo. Il “furtum de re pubblica” di Agostino dice chiaramente che il commercio deve avere funzione sociale e non può portare a nessun privilegio personale. Quindi l’accumulazione di capitali (e più in particolare l’usura) erano valori contrari all’insegnamento cristiano. La francescana “sorella povertà” veniva considerata eticamente preferibile alla ricchezza ed infatti fu proprio l’ostentazione dei vertici ecclesiastici a causare lo scisma luterano.

Il mercante, con il suo cercare la ricchezza attraverso l’accumulo e quindi l’avarizia, non viene visto meglio dei venditori di indulgenze. L’accumulo di capitale è un’operazione voluttuaria che male si sposa con l’universo predestinato. Molto meglio la fatica dei campi sulla quale la volontà di Dio nel produrre messi copiose o carestie ha una parte dominante: ora et labora come un continuum di fede e fatica. Per il commercio non sono necessarie né l’una né l’altra.

La cultura della povertà, come è possibile immaginare e ancor meglio verificare, non poteva (né può) avere vita facile in un mondo dove la borghesia occupa spazi importanti. Il mercante medievale veniva visto come qualcuno che non rendeva a Dio la scelta sul proprio destino, ma al contrario si procurava da solo il proprio sostentamento speculando sul lavoro di altri uomini. Il mercante non produce, smercia lucrando su ciò che altri hanno prodotto. Aggiungiamoci pure che il commercio a quei tempi era limitato a beni di lusso come seta, spezie e lavorati pregiati ed abbiamo chiari i motivi per cui i mercanti erano disprezzati da chi vedeva nella “sorella povertà” un modello sociale da seguire.

Il Manzoni descrive le vicende di Fra Cristoforo che, prima di prendere i voti e grazie alle ricchezze paterne, tentò di introdursi negli ambienti della nobiltà. I commercianti ed i loro discendenti nel ‘600 erano visti male al punto che un nobile lo apostrofò come “vile meccanico”.[2]

Lo scontro andava quindi canalizzato su questioni esterne a povertà e ricchezza. Su questi antichi e ben collaudati terreni la borghesia aveva già perso. Poteva invece vincere su questioni che divergessero dal comune sentire. A essere precisi bisognava costruire un nuovo “comune sentire”. Bisognava ammaliare le masse con le innovazioni. Far vedere la superiorità delle prerogative borghesi, mai satolle di novità. Andava messa in moto la spirale inarrestabile della novità. Le tesi andavano sempre affinate in una continua rincorsa verso nuovi e migliori ordini e questo terreno era assolutamente scivoloso per il clero e la nobiltà, abituati a secoli di immobilismo. Il loro Tempo, statico, era destinato a lasciare strada al Tempo dinamico che traghetta l’Umanità verso realtà sempre migliori. La freccia del Tempo era stata incoccata.

Nel processo a Galileo la borghesia tramite lo scienziato chiese al clero di cambiare radicalmente la propria visione dell’Universo. Quattro giorni per decidere che la Terra e l’Uomo non erano al centro dell’Universo e quindi della volontà divina erano decisamente troppo pochi. La riabilitazione di Galileo è avvenuta quattro secoli dopo la sua condanna, a dimostrazione di quanto statico sia un sistema dogmatico. I sistemi statici hanno bisogno di tempi molto maggiori di assestamento rispetto ai sistemi dinamici, e questo fu l’enorme vantaggio della borghesia. Avevano scelto il terreno di scontro più insidioso per nobiltà e clero.

L’esito era pertanto scontato, con la sconfitta sul piano metodologico e trascendente (o più correttamente epistemologico) da parte della Chiesa e la sua “vittoria” per contraltare sul piano immanente (il tribunale dell’Inquisizione ne era una pertinente emanazione), essendosi la borghesia per nulla interessata a processare il clero ed i suoi dogmi.

Ancora oggi si assiste a scontri tra scienziati e clero, mai tra borghesi e clero. Basti citare l’episodio recente di Ratzinger alla Sapienza. Salta così fuori che la Scienza, dopo avere conquistato l’immaginario collettivo si è impossessata di un qualche potere terreno, come le università dove gli scienziati diventano le teste di ariete che rivendicano la loro potestà non solo sugli spazi di loro competenza ma anche su questioni politiche. Al punto di negare che i dogmi su cui si era imperniato tutto il medioevo e parte del Rinascimento non potessero essere risolti nei quattro giorni del processo Galileo (intollerabile quindi l’affermazione di Feyerabend secondo cui “Il processo della Chiesa contro Galileo fu ragionevole e giusto”).[3]

E così mentre lo scontro tra scienziati e clero si rinnova, la borghesia continua i suoi lucrosi affari. Carlo Cosmelli, docente di Fisica: “(il papa) è convinto che, quando la verità scientifica entra in contrasto con la verità rivelata, la prima deve fermarsi. Una cosa del genere in una comunità scientifica non può essere accettata”. La comunità scientifica (salvo le solite doverose eccezioni) è però assolutamente indifferente alla serie di manovre spericolate che hanno portato disoccupazione, povertà, servilismo e addirittura a veri e propri eccidi. Si scagliano contro il papa ma non contro la NATO. Forse perchè il primo non spende un euro per loro mentre la seconda è prodiga di cospicui finanziamenti.

“che il Sole sia centro del mondo e non si muova dalla sua sede è una proposizione falsa e assurda da un punto di vista filosofico ed eretica, perché espressamente contraria alla Sacra Scrittura”

Sentenza del tribunale della Santa Inquisizione contro Galileo

[1]“Scienza e religione” Bucciantini-Camerota pg XLII

[2]http://it.wikipedia.org/wiki/Fra_Cristoforo

[3]http://www.repubblica.it/2007/12/sezioni/esteri/benedettoxvi-18/sapienza-contesta/sapienza-contesta.html

Fonte: http://www.appelloalpopolo.it/?p=5338

 

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