Di Tonguessy on February 14, 2013

haiti-agireAgire sta ad Haiti come il privato sta al pubblico. Questa la semplice equazione che mette a nudo i meccanismi dell’Industria della Carità. Haiti meglio di qualsiasi altro Paese riesce a far capirci come i meccanismi del volontariato, una volta scremato quanto di buono riescono a produrre, si rivelano comunque un ottimo affare per l’Occidente. Botte piena e moglie ubriaca, viene da dire. Un giro di soldi imponente che unito a sete di potere e voglia di emergere porta a danni incalcolabili verso chi viene usato come specchio per le allodole per attrarre flussi di denaro senza riceverne in cambio che minimi benefici. D’altronde se, come abbiamo visto, la tecnica del marketing è il parametro principale per garantire buoni finanziamenti, non deve stupire che la potenza dell’intervento possa essere esplicitata attraverso rutilanti oggetti e situazioni.

Il Center for Economic Policy Research, indagando sui fondi elargiti a favore del terremoto di Haiti, ha scoperto come l’83% dei fondi raccolti siano andati ad aziende private americane, il 2,5% ad aziende private haitiane e solo lo 0,5% ad aziende non-profit haitiane. [1]

 

Cosa significano questi dati? Che i fondi raccolti per i terremotati sono in realtà diventati per una buona parte di quel 83% fonte di reddito USA, ovvero hanno incrementato il PIL di quello stato nordamericano giungendo solo alla fine del processo di trickle down come fonte di sostegno per Haiti.

 

Data la estrema povertà di quel paese, ad Haiti non esistevano strutture e personale in grado di far funzionare gli aiuti. Questo significò importare manodopera specializzata e noleggio di attrezzature con costi esorbitanti. Costi che ovviamente andavano detratti dai sovvenzionamenti indirizzati ad i sopravvissuti, che non potevano comprendere né accettare vedersi sfrecciare i cooperanti su SUV noleggiate a 3500$ al mese oppure vederli alloggiare su case da 3000$ al mese.

Così mentre le persone morivano di stenti a seguito del terremoto, il direttore finanziario ad Haiti di Save the Children percepiva circa 200.000$ annui. Rutilanti oggetti e situazioni, appunto.

 

“I campi profughi sono diventati un business. Per l’industria dell’assistenza che continuava a procacciarsi denaro per mantenerli; per gli operatori che bivaccano e guadagnano fior di soldi; per i governi che trattengono parte dei fondi; per la mafie che si creano per spartirsi gli aiuti e per gli abitanti più furbi che approfittano dei soldi che girano. Qua sta ripetendosi quanto denunciato in altre situazioni analoghe. Basti pensare che solo Save The Children spende 200.000$ al giorno di stipendi per funzionari locali”. Questo il succinto resoconto di Francesco, un volontario, che continua: “Nel 2011 sono stati spesi 1.500$ per ogni rifugiato, il doppio o il triplo del reddito pro-capite annuo. L’economia degli aiuti e dell’assistenza (invece che dello sviluppo) sta annullando l’economia agricola dell’isola e ha indotto i contadini a venire nella capitale ad allargare il numero dei rifugiati.”[2]

Va da sé che quegli ipotetici 1500$ pro-capite sono solo i costi che l’Industria della Carità incassava per ogni rifugiato. Il quale alla fine ne percepiva solo un’infima parte in termini di servizi e benessere.

 

Ricapitoliamo: la nazione più povera dell’emisfero australe ha scarsissima alfabetizzazione causa interventi sociali nulli, e strutture proprie molto limitate. Questo ha comportato costi enormi per gli interventi di sostegno, data la scarsità di risorse (umane e non) locali. Una parte consistente dei fondi destinati agli haitiani sono stati quindi destinati nell’immettere tali risorse, con evidenti benefici personali da parte della cordata composta da aziende private e Industria della Carità e a scapito dei terremotati.

Non deve meravigliare quindi se sulla strada che porta all’aeroporto (dove arrivano i “volontari”) sono comparse le scritte “abbasso i ladri delle ONG”.

D’altronde se parliamo di binomio terremoti e malaffare non serve andare in altri continenti, dato che le risatine di contentezza per i soldi della ricostruzione de L’Aquila sono ben note a tutti. Ed in questo caso si è trattato proprio di istituzioni statali a fare da battipista per gli intrallazzi.

 

Istituzioni statali che dovrebbero essere di supporto per la cittadinanza ed invece giungono, come nel caso del governo haitiano, ad accanirsi addirittura contro gli aiuti internazionali negando per settimane il permesso di sbloccare i container accatastati nel porto per apparenti ragioni burocratiche. Oltre al danno anche la beffa. La scusa ufficiale è che anche in situazioni di emergenza le leggi vanno rispettate.[3]

Discorso a doppio binario quello della legalità da rispettare dato che il governo haitiano non fa praticamente nulla per bloccare quell’odiosa tratta moderna degli schiavi bambini chiamati rastavek (contrazione del francese “rester avec”, ovvero “stare con”) . Secondo l’UNICEF, circa 225 mila bambini, per lo più ragazze, di età compresa tra 5 e 17 anni, sono restaveks ad Haiti. In particolare, di fronte alle crescenti pressioni economiche dopo il terremoto del gennaio 2010, il sistema è diventato una forma di tratta interna e schiavitù moderna. Intermediari reclutatori, conosciuti in creolo come koutchye spesso sono pagati per trovare restaveks per le famiglie che li accolgono. Oltre alle lunghe ore di orario di lavoro (che dura in media tra 10 e 14 ore), questi bambini sono spesso vittime di violenza fisica, sessuale e verbali. Sono mal nutriti in media una quindicenne e piu’ piccola di quattro centimetri e pesa 20 chili in meno rispetto ai ragazzi della sua età che vivono normalmente nelle loro famiglie. [4]

 

E, sempre sul piano della legalità sbandierata e mai cercata, il governo haitiano si rende anche responsabile di drammi perfino più peggiori, come il traffico di orfani magari per scopi di espianto di organi.

“Dai censimenti effettuati in questi mesi a Haiti ci siamo resi conto che in alcuni orfanotrofi, o presunti tali, mancano all’appello fino alla metà dei bambini. Nessuno sa che fine abbiano fatto, ma potrebbero essere entrati nel circuito dello sfruttamento sessuale, del lavoro forzato o del traffico di organi” denuncia al Giornale Paolo Ferrara, di Terre des Hommes Italia. [5]

La ONG deve quindi fare i conti in tasca allo Stato, e prenderne il posto nel nome di una legalità ormai ferocemente disattesa. L’analisi è impietosa: la procedura delle adozioni internazionali ad Haiti costava dai 4 ai 5mila dollari, prima del sisma. Nel caos dell’emergenza post terremoto, invece, si pagava il doppio per portare a casa un bimbo senza troppi controlli e procedure.

“Metà della cifra serviva ad oliare i meccanismi ed i funzionari per ottenere dei documenti pseudo validi, ma di fatto irregolari” spiega Paolo Ferrara.[6]

Ovviamente “oliare i meccanismi” significa trovare un accordo illegale con lo Stato ed i suoi inflessibili rappresentanti.

 

Cosa succederà adesso? Che essendo lo stato haitiano incapace di risolvere il problema si appoggerà a qualche ONG. Che chiederà fondi tramite un’adeguata campagna di sensibilizzazione. Fondi che andranno spesi in buona parte negli stipendi degli addetti e nella logistica di supporto.

Capito come funziona?

 

Ed infatti ecco arrivare Jean R. Cadet con un passato di restavek, ceduto ad una prostituta a cui faceva da schiavo dentro casa, ed autore dell’autobiografico «Restavek From Haitian Slave Child to Middle Class». Ora è a capo della Restavek Foundation (restavekfreedom.org). Nella homepage del sito campeggia un enorme “300.000 bambini vivono in condizioni di schiavitù” ed appena sopra: “Fate una donazione”. Lo scopo dell’associazione è fin troppo chiaro. Our mission is simple: We plan to end child slavery in Haiti in our lifetimes (la nostra missione è semplice: vogliamo che finisca lo schiavismo minorile ad Haiti prima che noi moriamo).

 

Sia ben chiaro che Cadet è sicuramente mosso da ottime intenzioni nel combattere la piaga dei Rastevek. Nessun dubbio. Rimane però il fatto decisamente curioso di come occorra una ONG per attivare un’attenzione che dovrebbe invece essere una prerogativa esclusiva dello Stato. Ancora una volta Stato, affari, etica, diritti ed Industria della Carità si mescolano per bene. Anzi, per beneficenza.

 

Insomma l’Industria della Carità sembra sia l’espressione del nuovo capitalismo dal volto umano: pur nella mancanza generalizzata di soldi e lo stato penoso in cui versano le famiglie a seguito della cosiddetta “crisi internazionale” le ONG e le associazioni caritatevoli/umanitarie trovano sempre nuovi ed improrogabili motivi per richiederci soldi. Fiumi di soldi che richiedono adeguati “investimenti” per essere protetti dall’inflazione, come nel caso di Agire ed il faccendiere Dino Pasta.[7] Anche l’Industria della Carità ha “bisogno” della finanza per proteggere la bontà del loro Brand ed il frutto del loro Marketing. Al punto che si trova al tavolo delle trattative del World Economic Forum di Davos: con i fatturati miliardari che produce ne ha ben diritto.

 

Ma, dato che oggi chi vince nel fundraising (raccolta fondi) non è chi fa meglio il proprio lavoro ma chi fa la comunicazione migliore, inizia a farsi largo la teoria che le piccole ONG e le imprese sociali possano essere più efficienti nel trovare soluzioni efficaci contro la povertà anche perché meno interessate e obbligate a raccogliere fondi per finanziare i crescenti costi fissi delle ONG di grandi dimensioni. [8]

Il motto sembra essere: locale e piccolo è meglio di grande ed internazionale. Che si tratti di imprese private o di associazioni di volontariato la minestra è la stessa: le gestioni burocratizzate e verticali sono peggiori in termini di efficienza e bontà dei servizi erogati (rapporto costi/prestazioni) rispetto alle piccole gestioni locali. Una bella rivincita del pensiero decrescista.

 

Fonte: http://www.appelloalpopolo.it/?p=8283

 

[1]http://www.miamiherald.com/2012/01/10/v-fullstory/2582235/questions-arise-about-how-haiti.html

[2]http://crespienrico.com/2012/01/16/down-with-ngo-thieves-scrivono-sui-muri-dhaiti/

[3]www.europaquotidiano.it/dettaglio/119926/haiti_sei_mesi_dopo_lo_scandalo_del_doposisma_tra_macerie_e_aiuti_bloccati

[4]http://www.nocensura.com/2012/10/haiti-dati-shock-di-unicef-225000.html

[5]http://www.ilgiornale.it/news/verit-sugli-orfani-haiti-se-li-sono-venduti-i-loro-genitori.html

[6]http://www.naaa.it/naaa/html/modules.php?name=News&file=print&sid=1278

[7]http://www.appelloalpopolo.it/?p=8067

[8]http://bandiong.blogspot.it/2013/01/news-davos-scricchiola-il-mito-delle.html

Commenta su Facebook