“Domani, atteso venerdì di protesta anti-regime nel giorno di riposo settimanale in Siria, gli impiegati pubblici sono stati precettati per partecipare a un raduno lealista nel cuore della città vecchia di Damasco e i nomi dei partecipanti saranno iscritti in una lista da inviare ai rispettivi sindacati”. Così iniziava un lancio pubblicato giovedì sera da una delle maggiori agenzie di stampa, che citava come fonte un anonimo funzionario interno al ministero delle Finanze siriano, secondo il quale la chiamata del governo a scendere in piazza era contenuta in un fax arrivato al dicastero stesso. “Viste le cruciali circostanze che la Siria attraversa – sarebbe stato il contenuto della circolare – la preghiamo di dare istruzione ai sottosegretari e ai direttori generali di fare in modo che domani 9 settembre alle ore 12:00 si raduni il maggior numero di lavoratori nella moschea degli Omayadi”. Peccato soltanto che a mezzogiorno, nella grande piazza di fronte la moschea vi fossero soltanto coloro che avevano intenzione di partecipare alla preghiera. Gli unici funzionari pubblici che era possibile notare fuori dal luogo di culto erano gli uomini della sicurezza che, in abiti borghesi, sorvegliavano la zona. Al termine della celebrazione, infatti, tutti i fedeli si sono dileguati in pochi minuti, fermandosi soltanto a comprare qualche ciondolo o bibita fresca nei pochi banchi e chioschi del suq rimasti aperti anche nel giorno sacro all’Islam. Poco dopo anche gli agenti in borghese presenti, circa una trentina, sono tornati alle proprie auto. Niente slogan, niente bandiere. Si è trattato evidentemente dell’ennesima falsità allarmistica diffusa dagli oppositori del governo siriano e che ha nuovamente trovato ampio risalto sulla stampa internazionale, che ha poi proseguito anche nella stessa giornata di venerdì a fare da megafono ai soliti anonimi attivisti e “testimoni oculari” della rete.
“Migliaia di siriani sono tornati in strada a manifestare contro il regime in diverse località del Paese”, asserivano le due emittenti satellitari panarabe al Jazeera e al Arabiya, puntualmente riprese dai media di tutto il mondo, sostenendo inoltre che fra tali località vi fosse anche Damasco. Tuttavia la città, già pochi minuti dopo il termine della preghiera del mattino somigliava, più che alla capitale di un Paese in rivolta, a Roma in una calda domenica estiva. Girando in macchina per quasi tre ore, infatti, dopo aver visitato le maggiori piazze, la città vecchia, la zona centrale, quella borghese e anche le periferie, nonché le maggiori piazze, non si è vista traccia di alcuna manifestazione pro o contro il governo di Bashar al Assad. L’unica cosa da segnalare è l’aumento vertiginoso rispetto al giorno precedente degli striscioni filo governativi nelle varie aree della capitale, affissi con molta probabilità nella notte. Quelle poche persone che si potevano vedere di tanto in tanto, invece, erano impegnate per la maggior parte a prendere un tè nei numerosi giardini della città.
Un tassista ha ammesso di non riuscire a spiegarsi il perché il perché di tanto allarmismo da parte di alcuni media “quando di solito il venerdì a Damasco si prega, si mangia e si dorme soltanto”. “Noi amiamo il nostro Paese – ha aggiunto poi un altro – e questo presidente ha anche cambiato tante cose. Io ho vissuto a cavallo fra la sua legislatura e quella di suo padre e i miglioramenti sono stati tanti. Certo, sappiamo che il nostro governo ha dei problemi, ma quale non ne ha? Per questo le manifestazioni pacifiche possono portare nuovi benefici, ma c’è chi vuole dividere il Paese. Tutti i venerdì al Jazeera dice che ci sono proteste ovunque a Damasco, con migliaia di persone, ma noi non vediamo mai nessuno”. Una seconda conferma che per una buona parte la crisi siriana sia più una montatura che un’insurrezione popolare è arrivata poi anche da Aleppo da dove, mentre la tv del Qatar parlava di oltre tremila persone in piazza, fonti affidabili di Rinascita hanno rivelato: “Qui non c’è nulla”. L’unica città additata fin dall’inizio delle proteste come luogo di scontri sia dal governo, secondo il quale sarebbe sotto costante attacco terroristico, sia dai sedicenti attivisti, che invece hanno denunciato a più riprese le presunte aggressioni delle forze armate governative, è Homs. Dove, guarda caso, vi è una forte presenza di sunniti radicali, gli stessi che popolano molti dei vicini Stati arabi alleati dell’Occidente.
Commenta su Facebook