Per chi fosse alla ricerca di un riassunto del lungo discorso che si è qui (e su Goofynomics…ma non garantisco personalmente, pur essendo amico di Alberto) svolto nel corso di questi anni, consiglio la lettura, rigorosamente reiterata, di questo ulteriore post di Bazaar, incluse le note

Ho aggiunto varie osservazioni, soffermandomi in particolare sul concetto di “istituzione”, che ho colto l’occasione per focalizzare, essendo alla base della “intenzione” cognitiva posta alla base di questo blog (intendiamoci: l’ordine sociale non è totalmente assorbente della dimensione umana: anzi, l’essenza della vita, come fenomeno autoesplicativo e autosufficiente al principio di coscienza individuale, esige un intento che sappia difendersi dalla invadenza dello stesso ordine sociale. Conoscere l’essenza delle scienze sociali, può essere uno di questi modi per difendersi e ricalibrare progressivamente la percezione di sé e la descrizione del mondo che ne consegue…)

Preambolo di raccordo col precedente post

Riprendiamo il filo… dialettico.

« [L’Istruzione in una Società Scientifica:] Gli uomini e le donne ordinarie, saranno, secondo le attese, docili, industriosi, puntuali, spensierati e contenti. Di queste qualità probabilmente il contegno sarà considerato la più importante. Per produrlo saranno chiamati in causa tutte le ricerche in psicoanalisi, comportamentismo e biochimica […] Tutti i ragazzi e le ragazze impareranno in tenera età ad essere ciò che si dice “cooperativi”, cioè disposti a fare ciò che fanno tutti gli altri. La propria iniziativa sarà scoraggiata in questi fanciulli ordinari, e l’insubordinazione sarà scientificamente abolita in essi, senza l’uso di punizioni. […]

In quelle rare occasioni in cui un ragazzo o una ragazza, che abbia superato l’età entro la quale è agevole determinare lo status sociale, mostri una marcata abilità tanto da sembrare un pari dei dominanti, si presenterà una situazione difficile, che richiederà un’attenta considerazione.

Se il giovane sarà contento di abbandonare i suoi compagni e di gettarsi di tutto cuore nel campo dei dominanti, potrà, dopo opportune valutazioni, essere promosso; ma se mostrerà una qualche forma deprecabile di solidarietà con i suoi compagni d’un tempo, i dominanti dovranno in modo riluttante concludere che nulla può essere fatto per lui all’infuori di spedirlo alla camera letale prima che la sua intelligenza indisciplinata abbia il tempo di diffondere il seme della rivolta. Questo sarà un compito doloroso dei dominanti, ma penso che essi vi lavoreranno senza cedimento » Bertrand Russell, 1931, “The Scientific Outlook” […e le teiere kalergiche]

 Nella puntata precedente abbiamo cominciato a introdurre il concetto di monetaevidenziandone l’endogenità, e alcuni aspetti fondamentali di organi, enti ed istituti che la controllano e la gestiscono, a loro volta oggetto di contesa tanto istituzionale quanto extra-istituzionale. Si è ripreso il concetto degasperiano di “quarto partito”.

L’arena di lotta politica rappresentata dallo Stato-nazione, emerge per essere l’unica cornice istituzionale dove effettivamente possono manifestarsi con evidenza, [tale cioè da essere criticamente percepibile], la doppia verità, l’amoralità e, necessariamente, la massima delleillegalità ad opera delle classi dominanti, ovvero quella costituzionale.

L’obiettivo è individuare la centralità della moneta nel conflitto tra classi.

In questa puntata si introdurrà la teoria del circuito monetario in modo da delineare il conflitto distributivo in funzione dell’istituzione monetaria e integrarla con alcune fondamentali dinamiche sociologiche.

1 – Il circuito monetario e il conflitto tra classi: «ma sono tra chi le dà o tra chi le prende?»

«La saggezza del mondo insegna che è cosa migliore per la reputazione fallire in modo convenzionale, anziché riuscire in modo anticonvenzionale», J.M. Keynes, “La Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta”, 1936

«I lavoratori spendono ciò che guadagnano, i capitalisti guadagnano ciò che spendono»[1],

 Micha? Kalecki

1.1. Alcune ricerche hanno suggerito che parte della classe media è convinta di far parte della classe dirigente, mentre parte dell’élite non è convinta di essere tale: secondo il sociologo Charles Wright Mills, quest’ultima sarà composta da soggetti più motivati a far di tutto per rimanere i soli al potere, mentre la prima, evidenziamo noi, sarà tendenzialmente funzionale alla scarsa mobilità sociale e incapace di perseguire i propri interessi.

Avendo individuato nel controllo del credito il primum agens (ovvero “la causa prima”) nel plasmare i rapporti di produzione, possiamo concentrare l’attenzione sui soggetti coinvolti nel conflitto distributivo e, per farlo, rimaniamo con Augusto Graziani, il prestigioso economista esponente della tradizione post-keynesiana italiana:

«[…] i meccanismi del mercato [possono       essere descritti] come un circuito monetario,rigettando la teoria marginalista della distribuzione e definendo il denaro come un’istituzionee non come un prodotto spontaneo del mercato (Lüken Klassen, 1998)».

Ovvero la moneta non è neutrale: parteggia dal lato di chi la controlla.

1.2. [NdQ: appare opportuna una precisazione sul concetto di “istituzione”: nell’epigrafe di questo blog, il termine istituzioni è riferito a quelle “formali”, in particolare giuridicamente regolate (cioè istituzioni “visibili” regolate dal diritto prodotto dallo Stato: sul piano politico, sono le più significative, ovvero dotate di effettività secondo il criterio della legittimità).

In teoria generale del diritto, si evidenzia che il riconoscimento del diritto positivo, cioè statuale, in modo diretto, o indiretto (ipotesi che, come più volte si è qui sottolineato, valeanche per le fonti del diritto europeo e internazionale; cfr; artt.10 e 11 Cost. ) – cioè unriconoscimento anche ex post rispetto alla realtà comportamentale regolata, in quanto preesistente, es; il “possesso” o la “famiglia” o, de facto e storicamente, la stessa moneta-  è un’aspirazione costante per la c.d. effettività dell’istituzione: ciò gli conferisce, infatti, una radicazione stabile nel determinare aspetti fondamentali dell’equilibrio o della conservazione dell’assetto sociale.

Ma sul piano dell’analisi sociologica, a cui pare obiettivamente far riferimento Graziani, il fenomeno della “istituzione” dà luogo ad una tassonomia che, per quanto controvertibile(essendo più ampia di quella ricavabile dal dato positivo di una norma statuale che la disciplina), ci consente di comprendere meglio la pluralità di attitudini al comportamento “regolato” cui dà luogo la moneta.

Per semplicità (relativa) traggo da wikipedia, aggiungendo delle precisazioni.

Come vedrete, posto sul piano delle istituzioni, l’aspetto sociale della moneta coinvolge non solo una serie di strutture fondamentali, entro cui si svolge il nostro vivere secondo determinati “ruoli” e secondo regole di comportamento, ma anche la più generale finalità di organizzare l’intero orientamento dei comportamenti sociali intorno a un equilibrio che può essere “conservato” – assetto allocativo statico e, pretesamente, ottimale, predicato dai liberisti- o “promosso” – sviluppo accrescitivo della ricchezza generale, in una dinamica di allargamento costante della sua distribuzione, secondo la teoria keynesiana.

L’istituzione moneta può assolvere a entrambe le funzioni: e il discrimine tra “assetto allocativo” e “sviluppo-crescita-redistribuzione” è il perseguimento, o meno, della stabilità(del suo valore) che si compendia in assenza di inflazione, ovvero (ma è una pretesa che sta fallendo sotto i nostri occhi), assenza di variazione dell’inflazione rispetto a un target arbitrariamente costante:

L’istituzione è qualcosa di più generale di un ente, è un comportamento oggettivato.

L’oggettivazione può avvenire tramite due tipologie di strutture:

  • le strutture visibili (organizzazioni pubbliche e private, oppure gruppi primari come la famiglia)
  • le strutture simboliche (i contenuti culturali condivisi, come l’inno nazionale, i rituali come i riti religiosi ed il linguaggio come la lingua italiana).

L’istituzione è quindi una regola di comportamento oggettivata in strutture diverse. Se un comportamento istituzionalizzato è “una cosa da fare” esso rappresenta una regola vincolante, una norma sociale a cui adeguarsi.

Le istituzioni si identificano con uno scopo e una durata che trascendono la vita e le intenzioni umane, e con la creazione e l’applicazione di regole che governano il comportamento umano. In quanto strutture e meccanismi di ordine sociale, le istituzioni sono uno dei principali oggetti di studio delle scienze sociali, tra cui sociologia, scienze politiche ed economia.

Come meccanismo di cooperazione sociale, le istituzioni si manifestano sia come organizzazioniformali, e reali, , come il Parlamento della Repubblica Italiana, la Chiesa Cattolica Romana o la Banca d’Italia, che come organizzazioni e ordini sociali informali, che riflettono la psicologia, cultura, usi e costumi degli esseri umani.

[NdQ: notare che si prescinde dal carattere della positività normativa statale e si pone attenzione su quella “sociale”: sul piano della decisione politico-legislativa, tuttavia, difficilmente un’istituzione formale che sia fonte di un’ampia produzione di regole di comportamento, non riceverà una regolazione statuale: è pur vero che l’istituzione si manifesta, come fenomeno di assetto comportamentale regolato, finchè è effettiva, al di là del contenuto storico delle regole statali che la disciplinano.

Va però aggiunto che caratteri giuridici fondamentali, sul piano fenomenologico, si presentano costanti nei secoli se non nei millenni: il modello del diritto romano, ad es;  è ovunque osservato in forma giuridicamente cosciente o anche solo “consuetudinaria”, in istituzioni che tendono a conformare i comportamente per garantire de facto, la pace sociale; ad es; il possesso di beni mobili o immobili, non necessariamente corrispondente alla proprietà formale, e la stessa famiglia, garantita dall’obbligo di fedeltà che è funzionale alla identificazione della legittimità dei figli, inscindibilmente legata all’istinto di riproduzione]

Matrimonio e famiglia, come insieme di istituzioni, coprono aspetti sia formali che informali, sia oggettivi che soggettivi. Sia le istituzioni governative che quelle religiose creano e attuano regole riguardanti il matrimonio e la famiglia, creano e regolano vari concetti su come le persone si relazionano l’un l’altra, e su quali possano essere di conseguenza i loro diritti, obblighi e doveri.

La sociologia ha tradizionalmente analizzato le istituzioni sociali in termini di ruoli e aspettative sociali interconnesse. Le istituzioni sociali sono create e composte da gruppi di ruoli o comportamenti attesi. La funzione sociale delle istituzioni è servita dal soddisfacimento dei ruoli.

Le richieste biologiche basilari per la riproduzione e la cura dei giovani, sono servite dall’istituto del matrimonio e della famiglia, creando, elaborando e prescrivendo i comportamenti attesi da marito/padre, moglie/madre, figli, eccetera.

L’istituzione, intesa come complesso di valori, regola non solo i rapporti reciproci nel gruppo, ma anche quei rapporti e comportamenti che un insieme di soggetti terzi hanno ed avranno nei confronti di tale gruppo. In tal senso, una istituzione come quella del matrimonio, definisce da un lato i rapporti fra i coniugi e gli obblighi esistenti fra loro come nascenti dal vincolo istituzionale, dall’altro i rapporti che gli altri soggetti estranei al matrimonio debbono tenere nei confronti degli sposi ogni qualvolta ne abbiano a che fare.

Tra le istituzioni più importanti vi è la “proprietà”, che può essere pubblica o privata. Queste, considerate in astratto, possiedono sia aspetti oggettivi che soggettivi: esempi comprendono ildenaro e il matrimonio.

L’istituzione del denaro [NdQ: rectius: della moneta] abbraccia molte organizzazioni formali, comprese le banche, i dipartimenti governativi del tesoro e le borse, che possono essere denominate “istituzioni”, così come esperienze soggettive, che guidano la gente nella propria ricerca del benessere economico personale.

Istituzioni potenti sono in grado di attribuire un certo valore ad una valuta cartacea, e ad indurre milioni di individui alla produzione cooperativa e al commercio, per perseguire i fini economici che tale valuta rappresenta. L’esperienza soggettiva del denaro è così penetrante e persuasiva, che gli economisti parlano di “illusione del denaro” e cercano di liberare da esso i loro studenti, in preparazione all’apprendimento dell’analisi economica.

L’analisi economica identifica comunemente le istituzioni con i “padroni del gioco. Secondo questa visione comune, le istituzioni possono essere considerate come le creatrici ed attuatrici di norme, leggi e regolamenti, e le creatrici, in effetti, di un gioco in cui gli individui agiscono in modo strategico, ma prevedibile. Le istituzioni ben funzionanti dirigono e contengono questo comportamento auto-interessato, in modi che producono risultati positivi che scaturiscono dallacooperazione sociale. Altre istituzioni, come i feudi, possono essere considerate come risultati negativi di un fallimento nello sviluppare forti istituti di cooperazione sociale. La teoria della scelta pubblica, una branca dell’economia strettamente legata alla scienza politica, analizza il comportamento delle istituzioni politiche nel compiere le proprie scelte, applicando concetti della teoria dei giochi per identificare le fonti di difetti sistematici. (NdQ: le asserzioni di quest’ultimo periodo, sono da prendere col beneficio d’inventario: solo una rigorosa analisi storica, non appiattita sulla reinterpretazione delle fonti secondo il criterio selettivo imposto dalle ideologie del presente, consente di ritenere accertate simili conclusioni, della cui pretesa “universalità” è compito delle scienze sociali propriodubitare, per spingersi ad un costante recupero di dati interdisciplinarmente trattati che consentano di(tentare di) ricostruire la vera fenomenologia di fenomeni diversi e non costanti nel tempo passato]

1.3. Oltre alla funzione numeraria (di c.d. “unità di conto”), la moneta ha due funzioni:

1 – è un mezzo di pagamento in sé e non un mero mezzo di scambio;

2 – è una forma di ricchezza (c.d. riserva di valore) che può essere temporaneamente posseduta sotto forma di liquidità da investire opportunamente.

Possiamo quindi individuare tre gruppi sociali distinti in cui rapporti di produzione determinano una  subordinazione, interessi contrapposti ed una conflittualità:

1 – le banche, ovvero gli istituti di credito: valutano la (ri)concessione o meno del credito e del relativo tasso di interesse;

2 – le imprese: decidono quantità e livello dei prezzi delle merci;

3 – i lavoratori salariati: subiscono l’esito del conflitto tra banche ed imprese.

In questo modello le transazioni non sono bilaterali tra chi compra ed acquista come nell’economia di baratto, ma sono intermediate dagli istituti di credito: compratore ?? banca ?? venditore. 

È immediato intuire la centralità che riveste il sistema bancario.

Si evidenzia che non possono esistere depositi se prima non è stato concesso un credito.

I lavoratori salariati, in funzione della loro propensione marginale al consumo, tendenzialmente non restituiranno interamente la moneta – ovvero il loro salario – al sistema delle imprese tramite l’acquisto dei beni di consumo prodotti, in quanto vi sarà una preferenza per trattenere liquida una parte del loro reddito: il risparmio trattenuto dai lavoratori non potrà quindi essere usato dalle imprese per estinguere i debiti contratti inizialmente con il sistema bancario. [cfr. nota 3 puntata scorsa]

Le imprese – ricordando che  Y = C + I + G – T + X – M, con C = Cº + cY[2]  –  dovranno quindi:

arivolgersi nuovamente al sistema bancario per veder collocate presso le famiglieemissioni obbligazionarie a fronte di un interesse (che, in partita doppia, è «un costo per le imprese E?QUINDI un ricavo per le famiglie»[3], ovvero valorizzano quel risparmio (S) tutelato dall’art.47 Cost.;

bcontare sulla spesa pubblica (G), ovvero sulla domanda di beni e servizi da parte dell’ente statale (settore pubblico);

cesportare (X), ovvero contare sulla domanda estera.

1.4. Se il popolo è democraticamente sovrano (art.1 Cost.), la rigidità salariale[4] congiunta ad un intervento pubblico di spesa a deficit, contribuisce alla stabilità del sistema economico: il sistema delle famiglie e delle imprese possono estinguere i debiti inizialmente contratti con gli istituti di credito.

La rigidità salariale viene garantita da una forte azione sindacale (art.39 Cost.) e da una decisa politica in difesa della stabilità lavorativa e del potere di acquisto salariale (artt. 35,36,37 Cost.)

L’intervento pubblico di spesa deve essere volto a favorire la piena occupazione (artt. 1,3,4 Cost.), l’erogazione di redditi indiretti in forma di Stato sociale (artt. 31,32,34,38 Cost.) e l’assorbimento della sovrapproduzione causata dal sottoconsumo.[5]

A supporto del perseguimento degli obiettivi (costituzionali e democratici), la Banca Centrale– secondo le direttive dell’Esecutivo nella forma istituzionale del dipartimento del Tesoro del ministero dell’Economia e delle Finanze – adeguerà politica valutaria (per mezzo della gestione delle riserve in valuta pregiata – vedi X-M) e, in primis, monetaria (fissando il costo del denaro, ovvero il tasso di sconto) al fine del raggiungimento degli obblighi costituzionali medesimi.

1.5. Se “sovrana” è un’oligarchia bancaria, la spesa pubblica verrà tagliata, l’imposizione fiscale verrà aumentata (tendenzialmente gravando maggiormente sulle classi subalterne con minor capacità di elusione, oltre che contributiva)[6], redditi (C) e risparmi (S) verranno compressi, gli investimenti (I) crolleranno e  lo Stato sociale verrà smantellato. (Punti 1 e 2)

L’unico sistema produttivo che potrà sopravvivere sarà quello che riuscirà ad esportare secondo la logica dei vantaggi comparati[7]. (Punto 3)

2 – Banca centrale indipendente, deflazione e redde rationem tra capitalisti.

« La società può permettersi un saggio di inflazione meno elevato o addirittura nullo, purché sia disposta a pagarne il prezzo in termini di disoccupazione »Robert Solow

«la valorizzazione del capitale, per i capitalisti come classe, può derivare unicamente da scambi che i capitalisti effettuino al di fuori della propria classe, e quindi nell’unico scambio esterno possibile, che consiste nell’acquisto di forza-lavoro. Soltanto nella misura in cui i capitalisti utilizzano lavoro e si appropriano di una parte del prodotto ottenuto, essi possono realizzare un sovrappiù e convertirlo in profitto.  Il profitto dei capitalisti “può nascere soltanto dalla differenza fra quantità di lavoro totale impiegato e quantità di lavoro che torna al lavoratore sotto forma di salario reale”. Come poi il plusvalore sociale creato (in potenza) nella produzione si distribuisca tra le imprese dipenderà, di volta in volta, dallo specifico sistema di fissazione dei prezzi relativi “che riguarda esclusivamente i capitalisti nei loro rapporti reciproci» Augusto Graziani, “Riabilitiamo la teoria del valore”, citato da Marco Veronese Passarella.

2.1. Il grande capitale finanziario ama la deflazione perché non vuole veder svalutati i suoicrediti, ovvero i suoi investimenti: il lavoratore preferisce veder svalutato il salario reale a causa dell’inflazione piuttosto che non goderne proprio, come accade quando si è disoccupati. Specialmente se è indebitato, magari perché ha acceso un mutuo per acquistare un’abitazione.

Il passaggio da un’economia wage-led (in cui i consumi sono sostenuti da un livello salariale che cresce adeguatamente con la produttività), ad una economia debt-led (in cui la quota salari diminuisce rispetto a quella dei profitti)[8],  può essere considerata non solo come la “sconfitta” del lavoro contro il capitale, ma, dal momento in cui la famiglia si rivolgedirettamente al sistema finanziario (indebitandosi) per sostenere i consumi, possiamo individuare una “vittoria” del capitalismo finanziario su quello produttivo.

Poiché la partita è sempre doppia, il fatto che le aperture di credito vengono concesse alle famiglie piuttosto che alle imprese, comporta che una parte di risparmio venga raccolto e reinvestito in attività finanziare che non rappresentano l’economia reale, quella delle imprese: si genera un “reddito fittizio” fintanto che accorrerà del nuovo risparmio a gonfiare quello che non è altro che una bolla sul modello dello schema Ponzi.

2.2. Viene trasferita ricchezza direttamente dalla famiglie agli oligopoli della gestione del risparmio o dell’intermediazione mobiliare (non più disgiunti dagli istituti di credito), mentre il sistema delle imprese, senza moneta, va “in necrosi”.

Lo strumento fondamentale per raggiungere questi obiettivi di natura oligarchica è quello che sfrutta la curva di Phillips: poiché la dinamica dei salari monetari (wage) è correlata a quella dell’inflazione – ovvero all’aumento generale del livello dei prezzi – le strette creditizie producono deflazione, in quanto le imprese avranno più difficoltà a finanziarsi e aumenteranno i fallimenti creando disoccupazione: i consumi effettivi (ovvero la “domanda aggregata”) vengono compressi[9],  quindi si producono nuovi fallimenti, nuova disoccupazione, in un circolo vizioso fintanto che l’esercito dei disoccupati avrà raggiunto una dimensione tale da comprimere il livello dei salari a sufficienza da rendere il sistema economico “competitivo”… con i Paesi sottosviluppati.

Il sottosviluppo è sviluppo.[10]

2.3. Una stretta monetaria da parte della Banca Centrale (“indipendente”, ovvero controllata da un’oligarchia finanziaria) può essere funzionale ad infiammare questo processo.

L’eccesso di capacità produttiva conseguente implicherà la distruzione dei fattori della produzione per obsolescenza, perdita di competenze nel lavoro specializzato a causa della disoccupazione, e degrado dell’istruzione di massa (Art.34 Cost.? G, NdQ: cioè inevitabile taglio della spesa pubblica che, per prima, consentirebbe la “resistenza” alla pressione deflattivo-salariale), in un processo di deflazione da debiti che deindustrializzerà il Paesecon maggior intensità tanto questo è collocato alla periferia del sistema economico internazionale. Nei Paesi periferici l’oligarchia bancaria nazionale si vedrà, in ultimo, anch’essa cannibalizzata da quella maggiormente internazionalizzata dei Paesi del centro.

Non esiste genialità imprenditoriale o finanziaria che tenga: la microeconomia èstrutturalmente subordinata alla macroeconomia. (Che per i liberisti, infatti, manco esiste: essendo la doppia verità contenuta nel dogma dell’individualismo metodologico[11], una semplice arma ideologica in difesa degli interessi del Capitale).

2.4. Alla polarizzazione della ricchezza tra classi, si affiancherà la polarizzazione di potere politico, economico e militare, tra centro e periferia; la tecnologia fornisce un alto valore aggiunto alla produzione e un vantaggio militare, e le aree che vedono il proprio tessuto industriale irreversibilmente compromesso dovranno esportare tendenzialmente materie prime, nel caso non ne fossero in possesso, dovranno esportare il fattore lavoro: ovvero favorire l’emigrazione.

Questo processo viene innescato dal free trade, ovvero dal libero scambio, ovvero dalloscambio libero dalla repressione finanziaria a tutela dell’equilibrio della bilancia dei pagamenti nei rapporti commerciali tra Stati nazionali.

Poiché l’emissione monetaria della banca centrale può essere considerata come una “corda”,una stretta monetaria può distruggere valore e tasso di inflazione  (“trattenendo”), ma – poiché la moneta non è una “merce” – non potrà creare valore “spingendo” (la cordicella monetaria de) l’economia: ovvero dalle spirali deflattive si esce generalmente con l’economia “keynesiana” di guerra.

Di Keynes ci si ricorda solo sul campo di battaglia. Quando è troppo tardi.

3 – Conclusioni, tra epistemologia ed esoterismo .

« Il poeta conduce solennemente i suoi pensieri sul cocchio del ritmo: di solito perché non sanno andare a piedi », F. Nietzsche, “Umano, troppo umano”

Non dovendoci noi preoccupare di far carriera nella professione economica, possiamo evitare il paradosso di Zenone (Bagnai, 2012) che potrebbe portare ad un’esoterica matematizzazione del piccolo modello che stiamo sviluppando: infatti, tramite un’analisi multidisciplinare, possiamo essere assertivi come Logica impone, identificando  la matematizzazione neoclassica stessa come mero strumento volto al controllo delle carriere accademiche e al relativismo“scientifico”; ovvero a quel cancro culturale che ci ha regalato il “permeismo”: data una giusta dose di astrazione infondata, si può “dimostrare” anche che l’emissione di monetageneri sempre inflazione, che il liberismo persegua gli interessi generali, che l’austerità sia espansiva e che  «il movimento non esiste».

Ma a noi il buon senso – e l’istinto alla sopravvivenza – ci fa affidare a Diogene mentre si attende l’avvento di Leibniz.

«[…] Se il simbolo, in quanto conforme allo scopo, raggiunge lo scopo, esso è realmente indivisibile dallo scopodalla realtà superiore che esso rivela; se esso invece non rivela una realtà, ciò significa che non ha raggiunto lo scopo, una forma, e significa che, mancando questa, non è un simbolo, non è uno strumento […]
[Nella formalizzazione, ndr] come in ogni strumento della cultura, è compresa strutturalmente la sua conformità allo scopo: ciò che non è conforme allo scopo non è neanche un fenomeno della cultura
Pavel FlorenskijIconostasis, 1922

Ovvero, che l’economia mainstream sia una pseudoscienza, è naturale conseguenza dellescienze sociali stesse.

Qualsiasi correzione e falsificazione di questa modellizzazione non può che migliorare la stessa.

Fintanto che il Capitale non ci avrà comprato. 

(Ma anche questo scenario è compreso nel modello ? e lo convaliderebbe…)

______________________________

[1]    Kalecki sinteticamente spiega che “maggiore è il livello della produzione, maggiori saranno i profitti”.

[2]     Il PIL, ovvero il Prodotto Interno Lordo (Y), è uguale ai consumi (C), più gli investimenti (I), più la spesa pubblica (G), più le esportazioni (X) meno le importazioni (M), ricordando che la propensione marginale al consumo (c) dipende dal reddito. Tanto basta per analizzare gli aspetti politici ed istituzionali in esame.

[3]     Un’identità contabile (I) è un’identità (I): I?I . Ovvero Dio odia i moralisti perché ama la logica formale.

[4]     «La teoria [neo]classica ha infatti generalmente fondato il supposto carattere autoriequilibratore del sistema economico sull’ipotesi di flessibilità dei salari monetari; e, nel caso di salari rigidi, ha attribuito a questa rigidità la responsabilità dello squilibrio.[…]»J.M.Keynes, “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta”.

[5]     Il sottoconsumo è il tipico risultato del conflitto nel distribuire il reddito tra i fattori della produzione [ricordando che, usando un’elementare annotazione neoclassica, la quantità prodotta y = ƒ (K,L) ]: se i lavoratori hanno la peggio nella lotta di classe, il salario perde la propria quota sul reddito prodotto in beneficio del capitale.

[6]     Si ricorda il teorema di Haavelmo per cui per cui in pareggio di bilancio –  ovvero in situazione di saldo nullo nella differenza tra entrate ed uscite del bilancio pubblico – ogni taglio della spesa pubblica ?G = ?T = ?Y: ovvero il taglio (?, delta, il differenziale, ovvero la variazione)  della spesa pubblica corrisponde ad uno sgravio fiscale di medesimo importo e ad una uguale contrazione  del PIL. Ovvero, col pareggio di bilancio in Costituzione, «chi  vuole eliminare gli “sprechi dello Stato spendaccione” per alleviarti dalla pressione fiscale, ti sta contestualmente togliendo  dal portafogli una somma di pari importo» (Bazaar, 2016). In generale, poi, poiché il moltiplicatore (keynesiano) del reddito della spesa pubblica è maggiore di quello fiscale, è molto più dannoso per il PIL tagliare la spesa pubblica che, in proporzione, inasprire il sistema fiscale.

[7]     La logica ricardiana dei vantaggi comparati impone che – date le disomogeneità del fattore tecnologico in un’area di libero scambio –  secondo un processo di causazione circolare e cumulativa , progressivamente si deindustrializzeranno le aree periferiche, specializzandosi in prodotti a basso valore aggiunto: sostanzialmente estrazione di materie prime, turismo e lavoro a basso livello di competenze (ovvero “si specializzeranno a non specializzarsi”, se non nella fornitura di abili da arruolare). Di converso il centro si specializzerà sempre più nei settori ad alto contenuto tecnologico (come quello militare) e ad alto valore aggiunto. Se in un’area di free trade così descritta si aggiungono degli agganci valutari, si innescherà amplificato quel ciclo minskyano chiamato “ciclo di Frenkel”, portando il fenomeno economico alle sue estreme conseguenze neocoloniali.

[8]     Per una trattazione più articolata, “L’Italia può farcela”, A.Bagnai,  2015, Imprimatur

[9]     O “distrutti”, se i tuoi idoli sono Himmler ed Eichmann.

[10]    Noto brocardo dell’economia sociale di mercato. (Soc€m)

[11]     «L’uomo ha bisogno continuamente del sostegno degli altri e se lo attendesse unicamente dal beneplacito degli altri lo attenderebbe invano. Sarà molto più sicuro rivolgersi al loro interesse personale, e persuaderli che il loro stesso vantaggio personale richiede che essi facciano ciò che egli desidera da loro. Negli altri uomini ci rivolgiamo non alla loro umanità, ma al loro egoismo; a loro non parliamo mai dei nostri bisogni, ma sempre del loro vantaggioAdam Smith, che anticipa come l’etica del padrone debba essere necessariamente introiettata da chi si desidera totalmente schiavo: questo verrà portato proprio alle sue estreme conseguenze con il consumismo, che è stato proprio funzionale all’omologazione morale dei servi rispetto ai signori; ovvero si è fatto leva sull’egoismo individualista per vendere lamorale-merce “egoistica-individualista”. Geniale.

Fonte: Orizzonte48

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