Gli scontri di questi giorni spingono a ripensare alla campagna di Libia. Damasco e Teheran non vogliono ripetere gli errori del Colonnello. Ironia del destino, l’afflato democratico occidentale sta favorendo la dittatura cinese.
Tre mesi dopo la morte di Gheddafi, in Libia si continua a sparare: sostenitori del defunto raìs avrebbero ripreso il controllo della città di Bani Walid, mentre altrove le diverse bande di ribelli che hanno sconfitto il Colonnello con il decisivo aiuto della Nato si contendono pezzi di potere. Il Consiglio nazionale transitorio rimane precario. Nel paese, attualmente privo di un Esercito nazionale, ci sarebbero circa 150 mila uomini armati e 300 milizie che si occupano anche di gestire le carceri dove sono rinchiusi circa 8500 libici, sottoposti alle torture raccontate in questi giorni dai media. Comprensibilmente, Bernard-Henri Levy preferisce occuparsi di Kafka; nel resto del mondo invece si guarda con interesse ai fatti libici, non tanto per empatia col futuro di Tripoli, quanto per trarne insegnamenti utili su altri due fronti, che pure hanno caratteristiche e importanza strategica molto diversi: Siria e Iran.


Il presidente siriano si è probabilmente già macchiato di un numero di omicidi molto maggiore di quanto avesse fatto Gheddafi quando l’Onu decise la no-fly zone. Assad ha capito che, se per rimanere al potere deve eliminare chi manifesta contro di lui, è meglio incolpare un complotto straniero e negare le stragi piuttosto che promettere l’annientamento dei propri concittadini chiamandoli “ratti”, come fece il Colonnello. Mentendo, ma con il sorriso [come in questa intervista], il capo di Stato siriano è riuscito a confondere; questa strategia è vicina al capolinea, ora che anche la Lega Araba ne invoca le dimissioni e l’Esercito libero siriano riporta le prime – pur minime – vittorie, ma gli ha fatto guadagnare tempo e ha scongiurato finora un intervento militare esterno.
La Russia ha tratto due lezioni dalla guerra di Libia: 1) con la scusa dell’emergenza umanitaria si può arrivare a violare la sovranità di uno Stato, combattendo contro il suo capo; 2) astenersi al Consiglio di Sicurezza dell’Ou non è abbastanza, perché finisce per legittimare le scelte altrui. Se Mosca vuole evitare che il Palazzo di vetro condanni Damasco (e avrebbe ottimi motivi per farlo: la Siria è un grande acquirente di armi russe e ospita a Tartus l’unica base della Marina russa in territorio non ex-sovietico), deve brandire la minaccia del veto ed essere pronta a usarlo. A quel punto, per convincerla a scaricare Assad potrebbe essere necessario offrirle delle contropartite su altri tavoli (Wto, scudo missilistico…).

Il Qatar è in ascesa dall’inizio della primavera araba, di cui la sua tv Aljazeera è il network ufficioso. Ha partecipato alla campagna contro Gheddafi e sta cercando di guadagnare la sua fetta di potere nella nuova Libia. La tentazione di fare lo stesso in Siria è forte, e non è stata nascosta. Anche all’Arabia Saudita non dispiacerebbe disfarsi di un governo filo-iraniano.
L’Iran ha avuto conferma l’anno scorso che l’Occidente non mantiene le promesse. Gheddafi aveva rinunciato alle armi di distruzione di massa nel 2003: è stato reintegrato con tutti gli onori nella cosiddetta comunità internazionale per qualche anno, poi ha smesso di far comodo ed è stato rapidamente eliminato. Può Teheran credere che rinunciando a perseguire la bomba atomica (a oggi, lontana almeno un anno) cesserà di essere uno Stato-paria? Non è forse più plausibile, dato il precedente libico, che gli ayatollah sospettino che il vero obiettivo di Israele, Stati Uniti ed Europa sia il cambio di regime?

L’Occidente, inteso in questo caso come Usa ed Europa, cerca come al solito di indirizzare gli eventi, ma non sempre vi riesce. In Libia è intervenuto in nome di un’emergenza umanitaria e per portare la democrazia: caduto Gheddafi, l’emergenza umanitaria ha solo cambiato fonte, e la democrazia è ancora lontana – come del resto era inevitabile, date le condizioni di partenza. Visto l’esito dell’avventura libica e considerando le conseguenze regionali dell’eventuale caduta di Assad, è restio ad intervenire in Siria. Ha imposto all’Iran un embargo che, se implementato, rischia di danneggiare tanto Teheran quanto l’economia mondiale.
Come spesso capita, la Cina non si è esposta su questioniche non la riguardano direttamente; in queste ultime settimane però ha rinsaldato i legami con i paesi del Golfo produttori di petrolio, ed è pronta a comprare dall’Iran l’oro nero che questi non potrebbe più vendere in Europa – naturalmente a un prezzo molto scontato.
La situazione in Libia, Siria e Iran è particolarmente fluida in questo periodo: ogni giorno potrebbero esserci novità clamorose. Sarebbe ironico però se il risultato finale del nobile afflato democratico occidentale fosse il rafforzamento della dittatura di Pechino.
di Niccolò Locatelli
Fonte: liMes
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