Scritto da Emmezeta Domenica 17 Luglio 2011

Il manifesto de Il Sole 24 Ore, ovvero il disco rotto di un liberismo senza limiti e senza argomenti di un capitalismo senza idee

La maxi-manovra tremontiana è stata varata a tempo di record da un Parlamento sordo e grigio come non mai. Felice come un bambino col gelato in mano l’indecente inquilino del Quirinale, felici maggioranza e finta opposizione parlamentare che potranno così andare in ferie, felici i sindacati che apprezzano molto le stangate di luglio che, se non altro, hanno il pregio di non obbligarli ai soliti riti autunnali. Tutti felici, meno uno: il quotidiano della Confindustria, che appena incassata la manovra pensa già alla «fase due». Quando si dice la lungimiranza di lorsignori…

Con l’editoriale di ieri, 16 luglio, Il Sole 24 Ore presenta in nove punti il proprio manifesto «per la crescita». Se l’obiettivo non è originale – da quanti anni ascoltiamo questa litania! – neppure le ricette lo sono. Eppure, leggerle così ben allineate fa un certo effetto: che i capitalisti vogliano scaricare interamente i costi della crisi sulle classi popolari è cosa nota quanto ovvia, che però un simile elenco di misure classiste ci venga propinato come il toccasana per la mitica «ripresa» è quantomeno indecente. Come un disco incantato, l’editorialista sciorina le solite certezze ultra-liberiste, peccato che siano proprio quelle stesse certezze – le virtù del mercato, i vantaggi derivanti da una minore tassazione alle aziende, la superiorità del «privato» rispetto al «pubblico», eccetera -di cui la crisi ha mostrato l’assoluta infondatezza.

Questo manifesto ci segnala principalmente due cose. La prima è che i capitalisti non hanno in realtà grandi idee, e la loro fede nel liberismo di fronte alla crisi somiglia molto a quella che avevano i pianificatori real-socialisti nei piani quinquennali davanti al tracollo delle loro società. La seconda è che, visto che le idee non ci sono, le classi dominanti si apprestano ad un attacco ancora più feroce ai lavoratori ed alle classi popolari in genere. In sostanza, lorsignori ci dicono che se dalla crisi non si esce, essi dovranno comunque salvare i loro portafogli.

Ma andiamo a scorrere i 9 punti del pomposo manifesto presentato, come abbiamo già detto, come la fase 2 dopo la manovra da 49 miliardi. Manovra giudicata molto positivamente ma, appunto, insufficiente, perché a lorsignori non gli basta mai. Leggiamo: «La manovra approvata ieri definitivamente va nella direzione giusta del pareggio di bilancio, ma è indispensabile una fase due che ponga la crescita al centro della politica economica».

Entriamo allora nel merito delle proposte di questo vampiresco manifesto.
Dato che l’estensore non è uno stupido, il testo si conclude con la «trasparenza della pubblica amministrazione», peraltro declinata come mera funzionalità al servizio delle imprese, non certo dei cittadini (punto 8), e con l’ormai famosa «riduzione dei costi della politica» (punto 9). Due temi assai popolari, quanto assolutamente secondari rispetto al cuore del manifesto.

Dei sette punti rimanenti, uno (punto 4) è dedicato alle liberalizzazioni di licenze ed orari di tutte le attività commerciali, con tutte le ovvie conseguenze sia per i piccoli esercenti che per i lavoratori dipendenti del settore; l’altro (punto 6) alla definizione di un «patto di stabilità non derogabile sui parametri dei costi standard per la spesa sanitaria», una misura che ci viene unanimemente presentata come moralizzatrice, anti-sprechi ed anti-corruzione, ma che ben difficilmente non finirà per ricadere sulla qualità del servizio sanitario.

Se i punti fin qui esaminati hanno la loro importanza, ancora più significativi sono i cinque rimanenti. In particolare, i punti 1 (tasse), 2 (pensioni), 4 (privatizzazioni) e 7 (tasse universitarie) sono quelli più marcatamente classisti, mentre il punto 3 (Eurobond) segnala il vicolo cieco in cui si trovano le classi dominanti del nostro paese. Vediamoli nel dettaglio.

Punto 1 (Riduzione della tassazione sul lavoro) – Il titolo non inganni, per tassazione sul lavoro si intende chiaramente la tassazione delle imprese. La proposta del manifesto è secca: si taglino le tasse alle aziende con la riduzione dell’Irap, compensandola con un aumento dell’IVA, nell’occasione eufemisticamente rinominato come «rimodulazione». Inutile dire che in questo modo sarebbero proprio le fasce popolari a finanziare l’alleggerimento fiscale per i padroni del vapore. Un fatto ancora più intollerabile dopo la manovra fiscale di Tremonti, i cui «tagli lineari» andranno a colpire più pesantemente proprio le famiglie a basso reddito, con un gettito minimo a regime (cioè nel 2014) di 20 miliardi – altro che riduzione delle tasse! – ed un incremento medio della tassazione pari a mille euro annui a famiglia.

Punto 2 (Innalzamento dell’età pensionabile per tutti a 70 anni) – Dopo vent’anni di progressivi innalzamenti dell’età della pensione, ancora non gli basta. Nella stessa manovra, approvata due giorni fa, l’età pensionabile è stata nuovamente ritoccata verso l’alto, perfino per i lavoratori che finora potevano andare in pensione con 40 anni di lavoro (in realtà già 41 a causa della cosiddetta finestra mobile). Ora – ma che fantasia! – il manifesto de Il Sole 24 Ore chiede di innalzare la soglia a 70 anni per tutti entro il 2020. A quale scopo, visto che l’Inps è in forte attivo? Elementare Watson, per «ridurre gradualmente il carico dei contributi sociali molto elevati». Dunque, a beneficiarne non sarebbe neppure lo stato, bensì direttamente le aziende. Come definire questa proposta, se non come l’annuncio di un massacro sociale di più ampie proporzioni. Con le controriforme del sistema pensionistico, da Amato in avanti, l’età media effettiva del ritiro dal lavoro è aumentata notevolmente, mentre per i giovani si annunciano pensioni da fame. E sarebbero proprio i giovani, di cui tutti dicono di volersi occupare, i primi ad essere colpiti dalla folle idea dei 70 anni. Si pensa forse che l’aumento della disoccupazione giovanile non abbia niente a che fare con l’allungamento della vita lavorativa? Certo, la propaganda del sistema lo vorrebbe far credere, ma neanche il più rincretinito ascoltatore di telegiornali potrebbe credere ad una simile panzana.

Punto 4 (Scossa forte sulle privatizzazioni) – Anche questa non è una gran novità. Ma a chi si chiede come mai negli ultimi anni non si siano fatte privatizzazioni significative, bisognerebbe ricordare una verità assai elementare: c’è rimasto ben poco da privatizzare. E quel poco o non è appetibile o non è per nulla conveniente per lo stato. Non siamo solo noi a dirlo. Ad una conclusione analoga, pur partendo da premesse e visioni ben diverse dalle nostre, arriva Massimo Mucchetti (Corriere della Sera del 14 luglio) con un articolo intitolato: «La strada (e le illusioni) delle privatizzazioni». Avrebbe senso per lo stato cedere le partecipazioni residue (attorno al 30%) in società come Eni, Enel e Terna che pagano dividenti particolarmente elevati? Avrebbe senso cedere completamente ai privati il controllo delle ex-municipalizzate energetiche per raggranellare qualche miliardo di euro? E che senso avrebbe farlo proprio oggi con le quotazioni azionarie vicine ai minimi storici? Ecco, nella risposta a quest’ultima domanda c’è il perché della proposta contenuta nel manifesto. Oggi, più che mai, vendere equivarrebbe a svendere. Il momento è dunque il migliore per i possibili acquirenti, pronti a gettarsi come rapaci su una così facile preda.

Punto 7 (Aumento delle rette universitarie) – E’ forse questo il punto più odiosamente classista dell’intero manifesto. L’aumento delle tasse universitarie, sostiene l’editorialista: «spingerebbe a migliorare nettamente la gestione delle università, perché ne farebbe dipendere il finanziamento in modo più marcato e diretto da quanto gli studenti versano. Abolizione del valore legale del titolo di studio, per cui non varrà più che un diploma ottenuto abbia lo stesso valore indipendentemente dalla bontà dell’ateneo in cui è stato conseguito». Chiaro? Ognuno si paghi l’ateneo che può e chi non può resti a casa. Poi, chi si sarà potuto permettere una università più quotata e prestigiosa (e dunque più cara) avrà un titolo che conta, gli altri carta straccia, alla faccia del merito e delle «pari opportunità», principi che pure i liberisti dicono di amare tanto.

Dopo quattro punti che ci dicono come i padroni facciano – eccome! – la lotta di classe, veniamo ora alla questione degli Eurobond. Su questo punto, il liberista convinto che ha scritto il manifesto abbandona saggiamente l’incrollabile fede nel mercato per chiedere aiuto all’Europa, confessando così di avere le idee di sempre del padronato più reazionario – meno tasse per le aziende, taglio alle pensioni dei lavoratori, privatizzazioni e scuola di classe – ma di non averne neppure mezza su come affrontare la questione del debito pubblico. Gli Eurobond sarebbero graditi anche a Tremonti, ma non piacciono per niente alla signora Merkel: la «virtuosa» Germania non intende pagare il conto dei paesi mediterranei. Di questo dovrebbero essere informati al Sole 24 Ore, e se ancora battono su questo chiodo, chiedendo addirittura la cifretta di 2.000 (duemila) miliardi di euro, vuol dire che di idee ne hanno davvero poche.

Ma una cosa è chiedere sacrifici ai soliti noti, altra è domandare solidarietà all’Europa dei banchieri. Del resto, si può chiedere ad un elefante di volare?

Avremmo voluto occuparci (cosa che faremo comunque al più presto) di un’analisi dettagliata della manovra economica. Siamo invece stati costretti a dedicarci al manifesto de Il Sole 24 Ore. Un manifesto assai significativo che, al di là del contenuto violentemente classista su cui ci siamo soffermati, ci mostra l’incapacità delle classi dominanti ad uscire da uno schema ideologico – quello liberista – che ormai fa acqua da tutte le parti. La più grave crisi sistemica del capitalismo – probabilmente più seria di quella del 1929 – è scoppiata proprio nel momento in cui la forma ultra-liberista, tipica del modello dominante americano, ha preso il sopravvento anche in Europa. Privatizzazioni, liberalizzazioni, controriforme fiscali e devastazione di quello che fu il «welfare», sono il panorama in cui la crisi è venuta a maturazione. Come si può riproporre questo modello?

Il fatto è che questa ideologia continua ad essere egemone. Ed il manifesto di cui ci siamo occupati dimostra anche un’altra cosa: il problema, in Italia, non è solo Berlusconi. Prima o poi, e più prima che poi, il Buffone di Arcore se ne dovrà andare. L’ideologia del manifesto invece resterà, E le forze del centrosinistra se ne faranno (con le necessarie mediazioni politiche) portatrici. Il comportamento parlamentare dei giorni scorsi non è stato certo casuale. Niente di nuovo sotto il sole, si dirà. Giusto, ma ricordarlo non fa mai male. Specie in un paese portato a dimenticare come l’Italia.

 

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