Di Giancarlo Chetoni

L’anniversario della strage alla Stazione di Bologna anche quest’anno è stata la fotocopia di una manifestazione ormai collaudata da 27 anni, da quando il grande orologio esterno della stazione si fermò alle 10.25 del 2 agosto ‘80 per segnare l’ora del più grave attentato registrato nella storia della Repubblica con un bilancio di 85 morti ed oltre 200 feriti.
A distanza di 48 ore da quel massacro, con una tempistica più che sospetta, la stessa che adotterà l’Amministrazione Bush l’11 settembre 2001, il presidente del Consiglio Francesco Cossiga dichiarerà a Montecitorio e a Palazzo Madama che gli autori della carneficina andavano cercati nell’area neo-fascista, dando il via a una gigantesca campagna mediatica che avrà, di fatto, nei mesi successivi il potere di influenzare gli atti istruttori della magistratura locale e qualche anno più tardi il dibattimento nel primo e nel secondo grado di giudizio in Corte di Assise, rispettivamente l’11 luglio 1988 e il 12 luglio 1990.
Una pressione finalizzata ad indirizzare, a furor di popolo, le indagini della magistratura in una direzione “precostituita”.
Dopo il pronunciamento della Corte di Cassazione del 12 febbraio 1992, si arriverà alla sentenza di appello il 13 maggio 1994 che riconoscerà colpevoli materiali della strage Francesca Mambro e Valerio Fioravanti.
Pronunciamento che verrà confermato dalla Corte di Cassazione. Anche se ampi settori di opinione pubblica ed osservatori indipendenti giudicheranno le risultanze delle indagini della Procura di Bologna opacizzate da ripetuti vizi procedurali negli accertamenti e nell’acquisizione delle prove, c’è da dire a onor del vero, che il lavoro dei magistrati felsinei fu intersecato da estese interferenze esterne che videro in primo piano importanti segmenti “deviati” dello Stato.
La costruzione e la diffusione di “notizie di reato” trattate come il ritrovamento di esplosivo sull’espresso Taranto Milano del 13 gennaio 1981 puntarono a confermare come sostanzialmente valida la pista seguita dalla magistratura sulla Strage di Bologna. Strage da confermare come ascrivibile a menti e mani di “estrema destra”. Una strada peraltro già ampiamente imboccata da istituzioni, partiti, giornali e televisioni pubbliche e private.
Veline che accrediteranno la sostanziale validità delle anticipazioni espresse dall’allora inquilino di Palazzo Chigi che si era “occupato” (sic) come ministro dell’Interno, appena 2 anni prima, del rapimento, della detenzione del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro e dei passaggi politici che avevano segnato il compromesso storico e cioè la fine dell’appoggio esterno del Pci alla Balena Bianca. Cossiga, al di là delle dimissioni formalmente presentate nei giorni successivi al ritrovamento del corpo dello statista democristiano nella Renault 4 lasciata in sosta dalle “Brigate Rosse” in Via Caetani a metà strada, con un potente, e studiato, significato simbolico, tra Piazza del Gesù e Botteghe Oscure, era dunque bene a conoscenza delle strategie di destabilizzazione internazionale nazionale che aggredivano l’Italia di quegli anni.
Un settennato come presidente della Repubblica metterà “Kossiga” definitivamente al riparo da qualsiasi incidente di percorso di essere sentito come imputato in gravi reati cospirativi contro la sicurezza dello Stato.
La nomina senatore a vita e l’età avanzata consentiranno al “picconatore”di Capo Marrangiu di continuare a svolgere ancora per anni le funzioni di rappresentante, ad orologeria, del Partito Amerikano in tutti i passaggi che hanno visto il nostro Paese soccombere all’arroganza e alla prepotenza degli USA e che finiranno per pesare anche sul destino politico, dopo Sigonella, del segretario nazionale del PSI, presidente del Consiglio, Bettino Craxi.
Se un tempo enormemente dilatato non è riuscito ad attenuare il dolore dei familiari delle vittime e l’indignazione dell’opinione pubblica per l’efferatezza di quella strage, la verità sui mandanti, autori e gregari rimane ancora oggi, dopo il pronunciamento definitivo della Cassazione per Ciavardini, ancora avvolta in una persistente zona grigia.
Se è vero che la magistratura ha indicato per nome e cognome i terroristi e i manovali che eseguirono materialmente quella carneficina non si può negare che il lunghissimo iter processuale, sulla scorta delle prove acquisite agli atti dell’inchiesta, sia stato farraginoso, inquinato a più riprese da “elementi esterni” di scarsa o nulla attendibilità e da evidenti forzature testimoniali emerse in sede dibattimentale. Ci riferiamo a un “pentitismo” gravido di criminale accondiscendenza da parte delle istituzioni.
Una serie di fasi giudiziali istruite e andate a sentenza in tempi biblici, apparsi mancanti di un movente credibile, logico, influenzate da ricorrenti pressioni, tentativi di inquinamento delle prove e che non sono mai riuscite a mettere nero su bianco prove documentali certe al di là di ogni ragionevole dubbio.
In questi giorni, a Bologna, nella Piazza Maggiore uno striscione dei Cobas con un esplicito e graffiante invito al presidente del Consiglio Prodi e al ministro del Lavoro Damiano e alle Autorità presenti a mandare in “pensione almeno il segreto di Stato” ha avuto il merito di riportare alla luce, almeno quest’anno, la perfetta specularità di tutti gli esecutivi di centro-destra e di centro-centro-sinistra nel voler continuare a mantenere chiusa a doppia mandata la porta all’accertamento della verità sulla Strage di Bologna.
La volontà di tutti i governi nel voler caparbiamente mantenere il “segreto di Stato” se da una parte riesce a mantenere in piedi una “verità storica” dall’altra esplicita una profonda, radicata, avversione dei Palazzi del Potere a rimettere nelle mani della magistratura l’impianto probatorio e giudiziario fin qui acquisito.
La riprova dell’esistenza di estese opacità istituzionali nella copertura delle vere motivazioni che portarono alla Strage di Bologna arriva dalla riluttanza con cui qualsiasi maggioranza parlamentare affronta la ricorrenza che si celebra ogni anno a Bologna.
L’imbarazzo del “ceto politico”, come lo chiama Fassino, anche davanti a qualche rumorosa ma tutto sommato composta bordata di fischi è sempre tale da indurre i governi a una scelta rigorosa dei “candidati” adatti a prendere la parola dal palco di Piazza Maggiore. La percezione è che la strage del 2 agosto conservi un substrato di inconfessabile, capace, se portato alla luce e reso pubblico, di produrre una inarrestabile delegittimazione dei Palazzi del Potere e più estesamente un effetto a cascata, rapido, travolgente, sull’ intero, e ormai per altro già scricchiolante, sistema politico e istituzionale della Repubblica.
L’intervista pubblicata il 3 agosto 2007 su “La Repubblica” all’ex sindaco della città Zangheri lascia intuire cosa ci sia ancora di oscuro, di nascosto dietro il massacro di Bologna. “Non tutto è chiarito – dice a Luciano Nigro – e mettere una bomba così potente non deve essere stato uno scherzo”.
Alla domanda se si riferisca a responsabilità dentro i Corpi dello Stato l’ex esponente del Pci risponde secco così: “Dentro, fuori, è difficile dirlo”.
Sulla strage alla Stazione di Bologna sono stati scritti migliaia di articoli ma, se ci ricordiamo bene, avendone letti centinaia e scorsi altrettanti, nessun operatore dell’ “informazione” in 27 anni ha mai fatto riferimenti espliciti al tipo di esplosivo né alla quantità presunta, in kg, che fu fatta detonare quel 2 agosto nella sala di aspetto di 2° classe della Stazione di Bologna.
Mai come in questo caso, in un Paese di Pulcinella, un segreto si è rivelato tanto impermeabile quanto duraturo.
Eppure erano, e sono, due elementi di straordinaria importanza che ebbero l’opportunità di apparire nel 1999 sul quotidiano del Movimento Sociale Fiamma Tricolore “Linea” per poi poter essere, magari, oggetto di interesse e di divulgazione.
Superficialità, prudenze, impossibilità di reperire dati di fonte ufficiale a conferma? O più semplicemente parte di un oliato meccanismo capace di stendere una cortina di interessato silenzio? Non lo sappiamo.
Abbiamo però dei filmati degli effetti prodotti dall’esplosione, diffusi il più delle volte, senza indugiare mai, forse comprensibilmente, su qualche particolare agghiacciante di quell’orrenda strage.
Un’esplosione capace di sbriciolare almeno 120 metri lineari di perimetro di un edificio di imponente cubatura, di sradicarne almeno 40 di muri perimetrali da 1.30 metri di spessore a quota 0, di sventrare il treno rapido per Colonia in sosta sul 1 binario, di produrre un effetto di vasta torsione sui binari, di far saltare marciapiedi, pensiline, rete di alimentazione elettrica, di accartocciare travi di sostegno in acciaio e via di questo passo sul lato ferrovia, e produrre lo stesso effetto termico e di spostamento d’aria a semicerchio con un raggio, completamente distruttivo, di 250 metri sul piazzale sosta autobus e taxi di Piazza Maggiore con proiezione di schegge metalliche, di legno, vetri e macerie contro cose e persone fino a una distanza di 2 km.
Molto, molto approssimativamente gli effetti di 500 kg di tritolo compressi in un involucro di ghisa e fatti detonare. Com’è intuitivo a questo punto si apre un enorme somma di domande. Le riprese dei Tg 27 anni fa ci fecero vedere, per qualche secondo, 3 uomini raccolti intorno al cratere di esplosione, probabilmente degli artificieri.
Se abbiamo fissato bene nella memoria quelle immagini la profondità scavata dall’esplosione nel mattonellato nel punto 0 era pressoché insignificante, un 15-20 cm e il diametro della calotta espansa, senza rotture, non superava il diametro di 1.50-1.80 mt. Poco più del buco alla Banca Nazionale dell’Agricoltura.
Lì evidentemente l’attentatore commise un errore. Non sapeva che lo spessore pavimento avrebbe ceduto. Sotto c’era il vuoto. Se a Milano ci furono molti meno morti e distruzioni lo si dovette al caso. L’esplosione si scaricò verso il basso.
Con la cancellazione (intenzionale?) di quel cratere a Bologna si è persa una delle prove fondamentali per ricostruire la verità della strage del 2 agosto ’80.
Due metri più in là l’Ammistrazione Comunale ha fatto erigere una stele di marmo con i nomi degli 80 morti ammazzati che assegna a lettere di metallo al fascismo la responsabilità della strage. Punto.
Dai dati esposti si può agevolmente dedurre che la potenza esplosiva della bomba sia stata confezionata e fatta esplodere per produrre un micidiale effetto a 180°.
A Bologna fu fatta detonare una miscela di straordinaria potenza capace di far impallidire semtex e C3. Chi la confezionò mise la firma. E se lo fece sapeva perfettamente di potersi garantire l’impunità.
Un lavoro di preparazione che solo qualche centinaio di esperti militari è in grado di approntare. Insomma tanto per intenderci, è successo l’esatto opposto di un altro sanguinoso attentato entrato nella memoria collettiva: quello di Nassiriya con il suo enorme buco nel terreno.
Quello che sappiamo di certo invece è che a quei tempi la Francia disponeva già della tecnologia – esami spettrografici di massa – capaci di individuare il tipo di esplosivo fatto detonare a Bologna e tracciare un esame accurato sulle densità variabili dei componenti, e di risalire, anello per anello, agli “autori”. Parigi al contrario di Roma aveva nell’80 già il suo RIS di Parma. Una struttura investigativa e di ricerca d’avanguardia che ha permesso allo stato transalpino, che ha goduto e gode di ben altra considerazione in campo internazionale, di tenere lontano dal suo territorio nazionale qualsiasi attentato altamente distruttivo, al plastico. Nessuna autorità italiana sentì allora, ma anche negli anni successivi, la necessità di aprire un canale di comunicazione con la Francia.
C’è di più.
La Procura di Bologna affidò le perizie esplosivistiche a ufficiali dell’Esercito e a ex funzionari del ministero dell’ Interno già alle dipendenze del prefetto Federico D’Amato. Un nome che ancora oggi suona sinistramente. Un teorico della strategia degli “opposti estremismi”. A suo nome, ancora in vita, particolare estremamente interessante, venne intestata la Sala Conferenze del Comando Generale della NATO di Bruxelles. La motivazione? Altissimi meriti resi agli USA.
Altro che le fantasie pilotate su “Carlos”!
Con tutta probabilità visto che i reati di strage come quello alla Stazione di Bologna non cadono in prescrizione, se oggi un magistrato coraggioso dovesse rimettere mano, daccapo, a un indagine troverebbe sulla sua strada oltre a molte, molte prevedibili ostacoli politici ed istituzionali anche un archivio “prove” largamente saccheggiato.
La riforma del segreto di Stato annunciata prima delle ferie estive di Camera e Senato, con un bel sorriso a 32 denti da Prodi, che lo limita a 15 anni e lo rinnova, in casi di particolare delicatezza, ad altri 15, rimanda di fatto una pressoché impossibile riapertura delle indagini sulla strage di Bologna ai 27 già trascorsi.
Qualcosa di più, qualcosa di meno di una bella pietra tombale. Una strage destinata come quella di Ustica a restare avvolta in un impenetrabile cono d’ombra.
Quando si dice… Repubblica delle Banane.

[Fonte: “Rinascita” (edizione cartacea), 9 Agosto 2007]

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