Autore: Luca Manes. Altreconomia.it

Le tre principali aziende italiane -Eni, Enel, Finmeccanica- approvano bilanci miliardari. Tra i numeri spuntano progetti insostenibili e relazioni pericolose

Scritto in collaborazione con Crbm 

In una manciata di giorni, le più importanti società quotate italiane, tutte -almeno in teoria- ancora controllate dallo Stato, hanno approvato bilanci miliardari e illustrato i loro piani per il futuro. Il 29 aprile Enel ha però dovuto spiegare l’aumento dei debiti dovuti all’acquisto di Endesa, l’utile che si riduce e rispondere alle popolazioni della Patagonia che contestano un mega progetto idroelettrico. Il 4 maggio Finmeccanica ha mostrato ordini in aumento ma rinnovato il consiglio di amministrazione, sparigliando le nomine secondo i dettami della politica. Infine Eni, il 5 maggio, forte di tanti utili (e molti più debiti) ha sorvolato sul ruolo sempre più ingerente dei suoi manager e i problemi di governance e sulla onnipresenza nel bilancio di paradisi fiscali. Facendo finta di niente sui disastri del Delta del Niger.

6 Miliardi di euro di utile, e 20 di debiti: Eni, tutto il poetere ai manager

L’Eni è la più grande multinazionale italiana, con interessi in circa 70 Paesi del mondo e utili d’esercizio che nel 2010 hanno superato i sei miliardi di euro. Non sempre ci si rammenta che, tramite il ministero dell’Economia e la controllata Cassa depositi e prestiti, oltre il 30% del capitale sociale di Eni è controllato dallo Stato. Ma la particolarità dell’assetto societario della compagnia è anche un altro. Sebbene secondo lo statuto nessuno possa detenere una quota superiore al 3%, leggendo il bilancio si scopre che il secondo azionista è la stessa Eni, che possiede poco più di 380 milioni di azioni proprie, pari al 9,56% del capitale sociale. Una situazione assolutamente legittima ma che solleva diversi dubbi, come sostenuto dalla Fondazione culturale responsabilità etica nel corso del suo intervento nell’assemblea dello scorso 5 maggio in qualità di “azionista critico”. Il primo problema riguarda la governance: se l’impresa è “azionista di sé stessa” ci si chiede che eserciti il controllo, visto che c’è il sospetto molto concreto che in questo modi si rischia di conferire un eccessivo potere ai manager e agli alti dirigenti?

Le questioni finanziarie sono forse ancora più rilevanti. L’assemblea dei soci ha deliberato di non distribuire dividendi sulle azioni proprie. Potenzialmente un’ottima notizia per gli azionisti che potrebbero avere dividendi maggiori, considerato che l’utile distribuito va a spalmarsi su un numero minore di azioni. Dall’altro lato, però, per Eni si tratta di risorse immobilizzate a rendimento zero. E non parliamo certo di piccole cifre. Al prezzo di carico di 17,65 euro ad azione, il valore delle azioni proprie ammonta a 6,76 miliardi di euro. Una cifra che permetterebbe di coprire interamente l’aumento dell’indebitamento a medio termine dell’impresa, passato dai 14,4 miliardi di euro del 2008 ai 20,97 del 2010. Un debito su cui ovviamente la compagnia paga degli oneri e interessi finanziari.

In pratica rivendendo le azioni proprie Eni potrebbe liberare delle risorse rilevanti per portare avanti i propri piani industriali. L’impressione è che la scelta di mantenerne un tale numero vada nel solco del processo di finanziarizzazione dell’economia, in cui l’attenzione delle imprese produttive va agli azionisti e ai mercati finanziari molto più che non alle scelte strategiche o industriali e all’insieme degli stakeholder. Come dire che, malgrado il suo peso rilevante, anche il cane a sei zampe deve inchinarsi allo strapotere di Sua maestà la finanza.

A questi dubbi si sommano altre “curiosità” che emergono dalla lettura del bilancio. Sulla prima pagina della relazione finanziaria annuale viene riportato l’elenco dei Paesi di attività di Eni. Al termine dello stesso volume troviamo l’elenco delle imprese controllate, dove figurano compagnie registrate nelle Isole Vergini Britanniche, alle Bermuda, alle Bahamas o nelle Isole del Canale. Nessuna di queste giurisdizioni figura nel primo elenco, quello dei Paesi dove Eni ha delle attività. Senza mettere in dubbio la buona fede dell’impresa che spiega il proprio comportamento rispetto alle “società controllate e collegate residenti in Stati o territori a regime fiscale privilegiato”, le perplessità sullo scopo di controllare al 100% delle imprese in Paesi in cui non si ha nessun tipo di attività rimangono.

Passando dal contesto finanziario a quello più operativo, l’assemblea degli azionisti del 2011 ha fatto registrare per la prima volta la presenza di un esponente della società civile nigeriana, Osayande Omokaro, giunto fino a Roma per chiedere conto ai vertici dell’azienda del suo operato nel Delta del Niger, la regione più ricca di petrolio ma tra le più povere del Paese africano.

Osayande Omokaro ha voluto sapere quanto gas brucia a cielo aperto l’Eni nel Delta del Niger,
quali sono le sostanze contenute nel gas e quali le misure per ridurre la sua emissione, oltre a chiedere delucidazioni su un progetto specifico. Ovvero il “Kwale-Okpai Independent Power Plant”, che ha come obiettivo quello di “catturare” il gas collegato all’estrazione petrolifera e trasformarlo in energia elettrica, il tutto nell’alveo del Clean Development Mechanism inserito nel Protocollo di Kyoto. In teoria tale impianto dovrebbe fornire 50 megawatt di energia elettrica alla comunità locale, che invece continua a rimanere al buio.

Su quest’ultimo punto le alte sfere dell’Eni hanno rimpallato le responsabilità all’azienda elettrica nigeriana, mentre sulla questione gas flaring -la pratica, in Nigeria illegale dal 1984, di bruciare per l’appunto gas a cielo aperto in concomitanza con l’estrazione petrolifera- sono state fornite rassicurazioni alquanto contraddittorie. A fronte di una percentuale di gas bruciato pari attualmente al 17% di quello che fuoriesce in atmosfera, si è prefigurato un taglio al 5% entro il 2014, per poi promettere una cancellazione totale nell’arco di un paio d’anni. La realtà dei fatti è che il gas flaring continua a seminare enormi danni socio-ambientali in quello spicchio di mondo, dove viene adottato da tutte le multinazionali petrolifere presenti, che invece nel ricco Nord del Pianeta non si sognerebbero mai di utilizzare una pratica così a rischio.

Utili in calo e consiglio rinnovato: Finmeccanica, finchè c’è conflitto c’è business

(di Francesco Vignarca)

Per capire il 2010 di Finmeccanica, la holding italiana delle armi e ottavo gruppo militare al mondo, è sufficiente partire dal fondo, e da un numero ben preciso: 41. Sono questi i centesimi euro di dividendo che l’assemblea del gruppo ha scelto di concedere per ciascuna azione e pagare a fine maggio: lo stesso importo dello scorso anno. Sta tutta qui la continuità di un’azienda che dispone di una struttura e di un meccanismo di lavoro perfetti soprattutto per remunerare il capitale investito, indipendentemente da cambi di congiuntura o situazione politico-economica. Perché il 2010 è stato l’anno della piena crisi mondiale ed ha visto un rallentamento forte delle spese militari complessive (addirittura diminuite in Europa), ma Finmeccanica continua a crescere per quanto riguarda il portafoglio ordini (+6% nell’anno e +8% complessivamente) che già oggi potrebbero garantire all’azienda due anni e mezzo di produzione. Chi traina questa crescita costante? Soprattutto i comparti legati alla Difesa comel’elicotteristica (+86%) e lo spazio (+67%), proprio perché è qui che il meccanismo “virtuoso” degli utili originati alla fonte da commesse pubbliche -che derivano da scelte politiche e non hanno pericoli di natura commerciale- dimostra maggiormente il proprio potenziale.
Certamente un’azienda a controllo pubblico in attivo di oltre mezzo miliardo di euro (precisamente 557 milioni, meno 22% rispetto al 2009) potrebbe essere considerata una buona notizia, tanto è vero che il ministero del Tesoro che la controlla al 30,2% si porterà a casa un assegno di 71,6 milioni. Resta però da capire quanto denaro viene drenato dalle casse del fisco dall’uso spregiudicato che questo colosso da 18,7 miliardi di fatturato annuo fa delle controllate estere in paradisi fiscali, Lussemburgo su tutti, tramite cui in particolar modo vengono collocati gli strumenti di finanziamento speciale.

E bisogna inoltre ricordare che il governo italiano non solo controlla e guadagna da Finmeccanica, ma ne è anche uno dei maggiori clienti spendendo quindi molti soldi pubblici nell’acquisto di beni e servizi da essa prodotti. L’assemblea 2011 ha anche dovuto rinnovare il cda di Finmeccanica, operazione blindata dalle scelte politiche a monte visto il controllo ministeriale, ma che non è stata indolore soprattutto nelle scelte relative al management. Come presidente è stato confermato Pierfrancesco Guarguaglini, capace di rimanere al timone per molti anni e con molti governi, che si è visto però sottrarre il ruolo di amministratore delegato assunto da Giuseppe Orsi fino ad ora al vertice di AgustaWestland. Una nomina che può essere vista come una vittoria della Lega Nord (l’azienda elicotteristica ha infatti sede principale nel varesotto) che conferma in cda anche Dario Galli, attuale presidente della Provincia di Varese. Sui giochi di nomine, che hanno lasciato a piedi l’ex-direttore generale Zappa, hanno inciso recenti scandali giudiziari in cui è stata coinvolta Marina Grossi (moglie di Guarguaglini e presidente di Selex) ed anche l’Alenia (coincolta nel caso Lande-Parioli). Sono state rappresentate in assemblea per le votazioni circa il 51% delle azioni, tra le quali non si può ovviamente contare (chissà come sarebbero andate le scelte altrimenti) il 2% posseduto dalla Libyan Investment Authority salita a tale quota -solo altri due fondi istituzionali ne possedevano una simile all’epoca dell’assemblea- appena un mese prima dello scoppio della crisi libica che ha portato al congelamento degli investimenti esteri di Gheddafi.

Appena chiusi i giochi assembleari è invece stata una importante banca francese, Bnp Paribas che in Italia opera anche attraverso la Bnl, a balzare al secondo posto tra gli azionisti di Finmeccanica. La Consob ha infatti comunicato che proprio il 5 maggio la quota detenuta dall’istituto parigino e da sue controllate si è attestata al 2,35%, il che permetterà l’incasso di oltre 5 milioni di dividendi. Una mossa dai risvolti importanti se consideriamo che il gruppo transalpino (attraverso la sua succursale italiana e la controllata Bnl) è responsabile del 31,5% delle operazioni di incasso per la vendita di armi autorizzate nel 2010 dal ministero delle Finanze. In pratica, la banca più “armata” d’Italia del 2010 e già tra le prime negli anni precedenti è anche il secondo azionista del colosso armiero di casa nostra.

Gli spagnoli costano caro
L’Enel è la società energetica europea con la più alta esposizione debitoria: ben 44,9 miliardi di euro. Il principale motivo di questo stato dei fatti è da ricercare nell’onerosa acquisizione della spagnola Endesa, costata poco più di 40 miliardi di euro nel 2007 (basti pensare che il debito nel non lontano 2006 si aggirava su “soli” 12 miliardi di euro). Alla recente assemblea degli azionisti della società, il confermato amministratore delegato Fulvio Conti ha sottolineato come Endesa sia una tale fonte di introiti che gradualmente contribuirà a compensare ampiamente gli oneri finanziari derivanti dall’accrescimento del debito.

Spulciando il bilancio dell’Enel si nota come gli utili netti siano passati da 5,4 miliardi del 2009 ai 4,4 del 2010, dopo un consolidato trend di crescita durato alcuni anni. In buona misura questo passo indietro va ascritto proprio agli enormi oneri finanziari che l’azienda deve sostenere, ormai pari a ben 3,2 miliardi di euro, con un’incidenza del 4,4% sul fatturato dell’anno e del 28,3% sul reddito operativo. Una discreta fetta dei soldi versati nelle casse dell’Enel dai cittadini tramite le utenze domestiche sono quindi andati a finire nelle casse delle banche. Peraltro le tariffe energetiche pagate dagli italiani sono tra le più alte del Vecchio Continente. Ma per contenere il debito -che i vertici aziendali vorrebbero intorno ai 39 miliardi entro il 2014- l’Enel ha dovuto ricorrere soprattutto a una serie di operazioni di tipo straordinario, come l’aumento di capitale del 2009 per 8 miliardi di euro e alla liquidazione o collocazione in Borsa nel 2009 e nel 2010 di alcuni importanti asset della società, in primis Enel Green Power.

C’è poi l’intenzione di procedere con una rilevante riduzione degli investimenti. In proposito, andrebbe forse ripensata la partecipazione ad alcuni progetti nucleari nell’Est Europa. Durante l’ultima assemblea degli azionisti, l’attivista dell’ong russa Ecodefense Vladimir Slivyak ha rammentato i rischi legati all’eventuale realizzazione della centrale nucleare di Kalinigrad, enclave russa sul Mar Baltico a pochi chilometri dal confine con la Lituania. Nessuna compagnia straniera ha mostrato di essere interessata all’affare. Il governo russo ribadisce che senza investitori stranieri non se ne fa nulla, l’Enel per il momento “sta ancora valutando”, senza prendere impegni. Impegni che invece ha già contratto per l’espansione degli impianti di Cernavoda (Romania) e Mochovche (Slovacchia), il primo voluto dall’ex dittatore Nicolae Ceausescu in piena zona sismica, il secondo caratterizzato da un processo di valutazione d’impatto ambientale (Via) molto deficitario e in violazione della Convenzione di Aarhus, tanto che lo scorso gennaio il Comitato di conformità della convenzione ha formalizzato le accuse per l’assenza di trasparenza e di adeguata consultazione delle comunità locali nel processo di costruzione dei due nuovi reattori della centrale.

Il destino dell’opera, i cui costi, dagli attuali 1,8 miliardi di euro, sembrano destinati a crescere, appare dunque incerto. In entrambi i progetti, poi, si adotta un tipo di tecnologia obsoleta, di un livello inferiore a quello che si sarebbe dovuto impiegare in Italia per le nuove centrali. A tal proposito Conti ha lasciato intendere che l’Enel è in attesa degli eventi, ribadendo però la sua totale fiducia nel nucleare – che tramite le sue controllate straniere frutta alla compagnia il 14% della sua produzione energetica. Sul fronte estero altri investimenti controversi, e contestati per i loro pesanti impatti socio-ambientali da ben tre attivisti cileni presentatisi in assemblea, riguardano quelli nel settore idroelettrico “ereditati” da Endesa, ma che ora l’azienda rivendica con forza. Ci riferiamo a impianti idroelettrici in pieno territorio Mapuche e le cinque mega dighe che dovrebbero sorgere su due fiumi della Patagonia cilena (vedi Ae n. 122). Per queste ultime è arrivata a inizio maggio la definitiva approvazione da parte delle autorità ambientali cilene, chiamate però a esprimersi in un secondo momento sulla mastodontica linea di trasmissione, composta da torri alte 70 metri che attraverseranno per 2.300 chilometri nove regioni, sei parchi nazionali e 67 comuni. Se non dovesse arrivare il nulla osta in proposito non avrebbe senso nemmeno costruire gli sbarramenti (l’energia prodotta deve essere veicolata verso le miniere del Nord del Paese). In ballo rimane un investimento di oltre sei miliardi di euro.

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