Le sanzioni alla Russia, comminate dall’Ue per l’annessione della Crimea e l’appoggio alle milizie separatiste del Donbass nella guerra contro Kiev, stanno costando molto all’Italia. Nonostante le popolazioni autoctone, con dei referenda plebiscitari, abbiano deciso democraticamente di avvicinarsi a Mosca , Bruxelles ha ritenuto di dover punire il Cremlino con restrizioni economiche che ora le si stanno ritorcendo contro senza provocare grossi danni al “nemico”. Eppure, è stata proprio l’Europa, nel recente passato, ad assecondare il separatismo infracontinentale su basi etniche e linguistiche favorendo la balcanizzazione dell’ex Iugoslavia e il distacco del Kosovo dalla Serbia nel 1999. In quest’area è stato scoperchiato un vaso di Pandora che continua a produrre effetti nefasti e odi razziali, oltre che una radicalizzazione filo-islamica, come in Bosnia, di cui pagheremo lo scotto per un pezzo, anche con un aumento degli episodi di terrorismo e di reclutamento di jihadisti pronti a farsi esplodere in luoghi affollati, come appena successo in Belgio.

Tuttavia, è Roma quella che sta subendo i danni maggiori dal logoramento dei rapporti diplomatici col potente vicino dell’est e dall’interruzione degli affari con le imprese russe, sia a livello finanziario che produttivo. Stranamente, la nostra classe dirigente, generalmente indecisa su tutto, su questa questione agisce con una fermezza mai vista prima. Ma perseverare in questo errore internazionale e irrazionale non aiuta le nostre imprese e nemmeno la bilancia commerciale dello Stato che già risentono dell’onda lunga della crisi economica globale, la quale segnala una stagnazione simile a quella verificatasi tra il 1873-1896. Rammentiamo che quella fase storica preparò eventi drammatici che si manifestarono con tutta la loro perniciosità solo agli inizi del XX secolo: la I Guerra Mondiale, i crolli di borsa che toccarono l’apice nel 1929, lo scoppio del II conflitto mondiale. Insomma, come ha scritto l’economista veneto La Grassa, la lunga depressione del 1873-96 è stata il sintomo (e l’effetto) della messa in discussione della primazia inglese, dell’ascesa di alcune nuove potenze ormai concorrenti nell’aspirazione a prevalere. Così come la crisi odierna deriva dal declino relativo della superpotenza americana e dall’affacciarsi di un nuovo multipolarismo sulla scena globale che sconvolgerà il panoroma planetario.

Ma torniamo alla situazione nostrana circa i rapporti con la Russia. I dati impietosi in merito sono stati forniti dalla Cgia di Mestre. L’Italia ci ha rimesso 3,6 mld di euro in questa complicata vicenda ed il trend negativo sembra destinato a proseguire su questa pessima via. Il made in Italy ne ha risentito in maniera devastante con perdite in ogni settore, come riportato anche da vari quotidiani: macchinari (-648,3 milioni di euro),abbigliamento(-539,2 milioni di euro),autoveicoli(-399,1 milioni di euro), calzature/articoli in pelle (-369,4 milioni di euro). Male anche i prodotti in metallo (-259,8 milioni di euro), i mobili (-230,2 milioni) e le apparecchiature elettriche (-195,7 milioni). Inoltre, sta crescendo il numero delle contraffazioni o la produzione in loco di prodotti tipici italiani, dal parmigiano, alle mozzarelle, alla pasta che scacciano dal mercato russo le nostre eccellenze. Per non dire degli accordi energetici sfumati, a partire dal gasdotto South Stream che avrebbe garantito i nostri approvvigionamenti per decenni e favorito lo sviluppo di relazioni estere più indipendenti. Quando tutto sarà finito avremo grosse difficoltà a recuperare o forse non riprenderemo più quanto perso in questi mesi. C’è poi un’ulteriore beffa che dovrebbe far riflettere. I nostri concorrenti non mostrano la medesima coerenza italiana e sotto banco occupano le posizioni abbandonate dai player economici del Belpaese. Polonia, Cina, Turchia, Paesi Bassi e Austria ci hanno sopravanzato nelle esportazioni in Russia. Ci stanno fregando e stupidamente i nostri rappresentanti ne fanno una questione ideologica o di cieca fedeltà ad una Ue che non si preoccupa minimamente di noi. Impareranno mai i nostri politici a stare al mondo, tanto più che questo mondo sta cambiando sotto i loro occhi mentre essi continuano a guardarlo con lenti dell’altro secolo? Ai posteri, se mai ci saranno, e di questo passo sarà dura resistere, l’ardua sentenza.

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