Da Appelloalpopolo di Antonello.nusca

La svalutazione al tempo della moneta unica.

Il presente articolo si concentra sull’andamento dei salari reali in relazione alla produttività del lavoro ed evidenzia come la Germania abbia potuto effettuare una svalutazione interna al fine di guadagnare competitività sui mercati internazionali.

L’abbandono delle monete nazionali, avvenuto più di un decennio or sono, e l’adozione di una moneta unica da parte dei paesi appartenenti all’area Euro, ha eliminato le questioni e i dibattiti che sorgevano ogniqualvolta uno stato membro effettuava una cd. “svalutazione competitiva”.

Attraverso tali svalutazioni, è bene ricordarlo, si riallineavano, sui mercati internazionali, i prezzi dei beni prodotti e disponibili nei singoli paesi, cresciuti nel tempo ad un tasso di inflazione diverso, ripristinandone la competitività.

Questa tendenza dei prezzi a crescere in maniera difforme è tuttavia sopravvissuta alla perdita della flessibilità del cambio ed ha portato, nel tempo, alcuni paesi ad accumulare dei consistenti deficit commerciali rispetto ad altri.

Ora quale strada rimane percorribile per tornare ad avere prezzi competitivi nelle esportazioni? Possiamo cercare la risposta a questo interrogativo studiando i dati, messi a disposizione dalla Commissione Europea e riguardanti alcuni fattori determinanti le dinamiche dell’inflazione.

Nel grafico 1 viene mostrato l’andamento dei salari reali orari [1] dal 1999 al 2013, ponendo come base il valore di 100 nell’anno di partenza.

[Ciò, ovviamente, non significa che nel 1999 i salari reali orari fossero i medesimi in tutti i paesi presi in considerazione; viene semplicemente fissato un riferimento comune rispetto al quale valutare gli andamenti (eventualmente divergenti) sottolineando, nella fattispecie, chi ha aumentato e chi diminuito i salari reali per ora lavorata rispetto al valore preso come riferimento. Ndr.]

Grafico 1

Ora, concentrandoci sui dati di Germania ed Italia, si può notare come il salario reale orario della prima fosse cresciuto più di quello della seconda fino al 2003, per poi mantenere un tasso di crescita medio più basso fino al 2010, anno dal quale i salari reali italiani risultano stagnanti contrariamente a quelli tedeschi che hanno segnato un aumento tra il 2011 ed il 2012.

Ricapitoliamo il tutto nel grafico 2, dove vengono evidenziati i tassi di crescita del salario reale per ora lavorata, disaggregati per sottoperiodi:

Grafico 2

E’ evidente come, anche in relazione agli altri paesi, nel triennio 2004-2007 i salari reali orari tedeschi siano effettivamente scesi, mantenendo un tasso di crescita mediamente più basso degli altri anche nel triennio successivo, eccezion fatta per la Grecia in piena deflazione salariale dal 2008 e, comunque, sino al 2011.

E’ curioso il dato della Spagna che evidenzia come, anche nel paese iberico, si fosse ridotto il salario reale orario in maniera continua nel periodo compreso tra il 2000 ed il 2006; è inoltre impressionante il brusco arresto delle retribuzioni, nell’ultimo triennio, di quasi tutti i paesi coinvolti nelle manovre di austerità, eccezion fatta per la Francia.

Passiamo ora a valutare l’andamento della produttività oraria del lavoro, ovvero sviluppando il dato del PIL per ora lavorata rispetto al medesimo anno di riferimento (grafico 3).

Grafico 3

Qui si nota il dato sconcertante per l’economia italiana, ovvero quello della produttività oraria del lavoro rimasta stagnante per quasi tutto l’arco temporale preso in considerazione (gli anni dell’euro).

Più in dettaglio, fino al 2001, l’Italia vantava un dato migliore rispetto alla Francia, dopodiché si verifica una flessione che porta ad avere un andamento molto vicino a quello della Spagna, con una lieve crescita dal 2003 al 2007, per poi divergere assestandosi ad un tasso di crescita pressoché nullo.

Rimangono comunque dubbi sulla bontà della statistica in questione. Davvero è credibile che ogni ora effettivamente lavorata sia stata regolarmente contabilizzata e pagata? Ricordiamo che negli anni c’è stata una massiccia “precarizzazione” del lavoro, specie in Germania con le riforme Hartz e, non a caso, dopo il 2003, anno della loro introduzione, si è vista una riduzione del salario orario tedesco.

Fatta salva questa considerazione, non ci resta che verificare se i salari reali hanno avuto un andamento pari a quello della produttività del lavoro: ciò può essere effettuato rapportando i dati relativi al grafico 1 e quelli relativi al grafico 3, ribasando il tutto al 1990. In tal modo si verifica l’andamento del cd. costo del lavoro per unità prodotta (grafico 4) [2].

[Si i salari reali avessere oun andamento pari a quello della produttività del lavoro, si dovrebbero avere tutte rette orizzontali con valore costante di 100. Ndr.]

Grafico 4

Purtroppo così non è stato [e il risultato non è altro che la variazione della quota salari sul PIL nei rispettivi paesi Ndr.]. Ci sono casi, come quello tedesco, in cui i salari orari sono cresciuti meno dell’aumento di produttività (sempre nell’ora lavorata) e casi, come quello italiano, dove è avvenuto il contrario.

In particolare si vede come dal 2000 al 2007 ci sia stato, in Germania, un forte calo del costo del lavoro per unità prodotta rispetto a tutti gli altri paesi considerati.

Nella pratica ciò significa che i lavoratori tedeschi non hanno goduto dei benefici derivanti dal loro lavoro, a tutto vantaggio dei profitti di chi impiega quote crescenti di lavoro interinale sottopagato.

Ora, per verificare se tutto ciò ha comportato una svalutazione del cambio reale [3], ovvero una così detta “svalutazione competitiva” interna, controlleremo l’andamento dei tassi di inflazione (grafico 5), considerando tutti i beni e non solo quelli di consumo [4].

[Anche qui, nel caso ipotetico di inflazione a zero, si avrebbe una linea perfettamente orizzontale indicante valore costante di 100, in caso diverso la pendenza indicherebbe il tasso di inflazione. Ndr.]

Grafico 5

La linea blu in basso mostra come la Germania ha potuto vantare un tasso di inflazione ben al di sotto di quello di tutti i paesi presi in considerazione, con uno scostamento rispetto al valore medio dell’eurozona molto più marcato di quello italiano.

Questi differenziali d’inflazione, come accennato ad inizio articolo, hanno un effetto cumulativo ed, anno dopo anno, rendono il paese ad inflazione più bassa sempre più competitivo nei prezzi rispetto a quello ad inflazione più alta,  cosa che rende i beni esportati del primo più vantaggiosi in termini di prezzo rispetto a quelli del secondo.

Si può quindi affermare che la riduzione del CLUP tedesco, evidenziata nel grafico 4, si è tradotta in compressione della dinamica dei prezzi (grafico 5).

Quindi, ricapitolando, la Germania ha potuto praticare una “svalutazione competitiva” a spese dei lavoratori, tenendo a freno la domanda interna, mantenendo bassi salari in proporzione alla produttività, servendosi di una crescente deregolamentazione del “mercato” del lavoro che ha condotto alla creazione di grandi bacini di lavoratori precari. [5]

Nel prossimo articolo si verificherà se la svalutazione interna ha sortito o meno gli effetti auspicati, in paesi come la Grecia dove, come evidenziato nel grafico 1, i salari reali orari sono stati ridotti in maniera drastica dall’inizio della crisi.

Antonello Nusca – ARS Abruzzo.

Ringrazio il Dott. Marco Biagetti per la preziosa opera di revisione.

Note:
[1] I salari reali orari sono costituiti dalla retribuzione media oraria depurata dal tasso di inflazione.

[2] Il Costo del Lavoro per Unità Prodotta rappresenta il costo totale (salari, stipendi e benefit) di un’unità del fattore produttivo lavoro per ogni unità di prodotto. La variazione del CLUP è quindi uguale alla variazione del costo unitario del lavoro meno la variazione della produttività. Fonte: Soldi on Line CLUP

[3] Il tasso di cambio reale è il rapporto tra i livelli generali dei prezzi in due paese differenti, espresso in una valuta comune.

[4] In questo caso ci siamo serviti del deflatore del PIL che è “uno strumento che consente di “depurare” la crescita del PIL dall’aumento dei prezzi. Poiché il PIL è dato dal prodotto prezzo per quantità, occorre sapere se la crescita da un anno all’altro è dato dalla quantità prodotta o dall’aumento dei prezzi. Il deflatore risulta dal rapporto tra il PIL nominale (quantità per i prezzi correnti) e il PIL reale (quantità per i prezzi costanti).” Fonte:  Wikipedia

[5] Sulle riforme Hartz:

Welfare, riforma tedesca Hartz: cosa è e come funziona?” su Forexinfo.it
Il lato nascosto del “Jobwunder” sul blog Voci dall’Estero

 

Commenta su Facebook