Da mesi il Congresso americano sta investigando sulle violazioni alle sanzioni internazionali che permisero a Saddam Hussein di accumulare fondi segreti per comprare armi e sovvenzionare leader politici di tutto il mondo. Il 2 dicembre scorso, George W. Bush ha dichiarato che, per poter contare su futuri finanziamenti Usa, l’Onu deve fare assoluta chiarezza sulle irregolarità dell’«Oil for food», il programma con cui tra il 1996 e il 2003 le Nazioni Unite hanno regolamentato l’import-export iracheno. Ma, in almeno un caso, a dover fare chiarezza potrebbe essere proprio Washington. Da un’inchiesta condotta dal Sole-24 Ore in collaborazione con il Financial Times risulta infatti che la singola più grossa e più audace operazione di contrabbando di petrolio della storia del programma «Oil for food» fu condotta alla vigilia dell’invasione dell’Irak con il beneplacito proprio dell’amministrazione Bush.
«Anche se a beneficiarne finanziariamente furono iracheni e giordani, rimane il fatto che il Governo Usa ha partecipato a un complotto inteso a violare le sanzioni Onu che ha arricchito il regime di Saddam – sostiene un ex funzionario delle Nazioni Unite – ed è esattamente ciò che gli Usa accusano altri Paesi di aver fatto».
Nel febbraio del 2003, quando la stampa Usa pubblicò per la prima volta la notizia di un’operazione di contrabbando di petrolio dall’Irak, attribuendola esclusivamente agli iracheni, il portavoce della missione Usa alle Nazioni Unite la definì “immorale”. Ma Il Sole-24 Ore e il Financial Times hanno scoperto che la missione americana e quella britannica erano state informate dell’iniziativa mentre era in svolgimento e l’avevano segnalata ai rispettivi Governi.

Nessuno era però intervenuto nonostante l’operazione coinvolgesse ben 14 petroliere. Una misteriosa società giordana le aveva ingaggiate per caricare almeno 7 milioni di barili, per un valore totale di non meno di 200 milioni di dollari, un terzo dei quali sono andati al regime di Saddam.
La spiegazione, ovviamente del tutto off the record, è che gli Usa abbiano lasciato passare quelle petroliere perché Amman aveva bisogno di incrementare le proprie riserve strategiche di greggio all’indomani della guerra in Irak. La settimana scorsa, Paul Volcker, presidente della Commissione di inchiesta creata dall’Onu per investigare sulla vicenda, ha confermato che, in riconoscimento degli interessi nazionali di un alleato essenziale come la Giordania, Washington aveva effettivamente permesso ad Amman di violare le sanzioni.
Ma quest’argomentazione è indebolita dal fatto che solo una frazione del greggio contrabbandato in quell’occasione dall’Irak raggiunse il porto giordano di Aqaba. Il grosso del petrolio è stato invece venduto a una raffineria egiziana, nei pressi di Alessandria, e una di Aden, nello Yemen, e il resto ad acquirenti malesi e cinesi.
«Al di là di qualsiasi giustificazione, la realtà è che quell’operazione non era autorizzata dalle risoluzioni del Consiglio di sicurezza, che il petrolio caricato non fu mai verificato dagli ispettori e che i proventi delle vendite non transitarono attraverso i conti gestiti dall’Onu, come previsto dal programma “Oil for food”», commenta Michel Telling, uno dei due cosiddetti “Un Overseer”, i funzionari dell’Onu responsabili della gestione del programma iracheno.

Nel gennaio del 2003, una società giordana chiamata Millennium contattò Odin Marine, un broker navale di base a Stanford, in Connecticut. Voleva noleggiare delle petroliere che andassero a caricare svariati milioni di barili di petrolio in Irak.
Il problema era che nessuno aveva mai sentito nominare Millennium. «Gli armatori erano diffidenti. Avevano ricevuto documentazioni dalla Giordania con ogni genere di timbro governativo che attestava la legittimità dell’operazione. Ma non c’era niente che venisse dall’Onu», ricorda uno dei broker coinvolti.
Dall’Onu non poteva venire alcuna autorizzazione per il semplice motivo che Millennium non era tra le società alle quali era permesso caricare petrolio iracheno, e il porto in questione – Khor al Amaya – non era tra quelli autorizzati dalle Nazioni Unite a operare. Ma i giordani erano pronti a pagare praticamente qualsiasi cifra, e alla fine armatori disponibili a concludere l’affare furono comunque trovati. «Una delle petroliere che noleggiai fu l’Argosea, dell’armatore greco Tsakos», ricorda il broker.
Simultaneamente, Millennium noleggiò anche un paio di superpetroliere, incluso la Empress des Mers, per tenere il petrolio parcheggiato nel Golfo Persico. A rivelarlo è stato un portavoce della società proprietaria della stessa Empress des Mers, secondo il quale la superpetroliera fu noleggiata per essere caricata con il greggio di altre navi più piccole e poi rimanere ferma nelle acque territoriali degli Emirati Arabi Uniti, a largo del porto di Fujairah. In attesa che il petrolio fosse venduto.

L’operazione era però troppo impegnativa per passare inosservata. A metà febbraio del 2003, gli uffici dell’Onu a New York cominciarono a ricevere telefonate da società che stavano caricando petrolio a Mina al Bakr, l’unico porto iracheno autorizzato a operare dall’Onu. Si lamentavano del fatto che alcune petroliere erano improvvisamente apparse a Khor al Amaya, una mezza dozzina di miglia a est. Poiché quel terminale era servito dallo stesso oleodotto, il ritmo delle operazioni di carico a Mina era stato praticamente dimezzato, con costi aggiuntivi di 50-80mila dollari al giorno.
A ricevere queste rimostranze fu Michel Tellings, che ne informò immediatamente i rappresentanti della missione Usa e di quella britannica all’Onu, fornendo anche i nomi di alcune delle navi coinvolte. Tellings era certo che le petroliere in questione sarebbero state intercettate dalla Forza multinazionale di intercettazione (Fmi), la flotta internazionale guidata dalla Us Navy che vegliava sul rispetto dell’embargo iracheno.
«Tre o quattro giorni dopo, non avendo sentito più nulla, andai a chiedere spiegazioni. Mi dissero che avevano comunicato la cosa alle rispettive capitali e che erano loro stessi sorpresi dalla mancanza di reazione».
Contattato dal Sole-24 Ore e dal Financial Times, il portavoce della missione americana si è limitato a dire che «gli Usa si sono sempre impegnati a contrastare il contrabbando di petrolio iracheno» aggiungendo di non poter fare commenti su eventi specifici mentre è in corso un’inchiesta dell’Onu.

Tellings non fu però l’unico a rivolgersi invano alle autorità. Lo stesso fecero gli ispettori della Saybolt, la società olandese assoldata dall’Onu per tenere sotto controllo le operazioni portuali in Irak.
Il 20 febbraio 2003, quando la notizia dell’operazione di contrabbando trapelò per la prima volta, Jeff Alderson, portavoce del Maritime Liason Office (Mlo), l’ufficio della Us Navy in Bahrain responsabile per la Fmi, disse di «non avere alcuna informazione a proposito». Il suo successore, Jeff Breslau, ha confermato al Sole-24 Ore e al Financial Times di «non aver trovato traccia di alcuna segnalazione». Ma Il Sole-24 Ore e il Financial Times hanno appurato che il 17 febbraio Saybolt inviò una e-mail proprio al Mlo fornendo informazioni che menzionavano specificatamente la petroliera Argosea. Alcune ore dopo dello stesso giorno, il Mlo rispose alla Saybolt con una e-mail in cui confermava di aver ricevuto la notifica.
Per mesi i trader petroliferi tentarono di trovare il modo di legittimare il carico contrabbandato da Millennium. «Circolarono una marea di documenti governativi giordani secondo i quali il petrolio era loro, e tutto era quindi in ordine – ricorda un trader – Ma noi concludemmo che non c’era alcun modo legittimo di vendere quel petrolio».
Questo ovviamente non significa che il greggio non sia stato alla fine venduto comunque. Al contrario. «Dopo sei mesi, ci chiesero di dirigere la Empress des Mers in Egitto e scaricare il petrolio lì», rivela il portavoce dell’armatore proprietario del l’Empress.

Si calcola che con questa operazione gli iracheni abbiano incassato circa 50 milioni di dollari.
Ovviamente al di fuori dei conti correnti ufficiali dove il programma «Oil for food» prevedeva si versassero tutti i proventi petroliferi. Secondo gli esperti, i profitti della vendita del greggio hanno invece raggiunto i 150 milioni di dollari. A chi sono andati?
Una ricerca alla Camera di commercio giordana rivela che il proprietario della società è Khaled Shaheen, un magnate giordano presidente di Shaheen Investment Business. E Millennium operò chiaramente con il consenso del Governo giordano. A dimostrarlo sono documenti inviati agli armatori e messaggi di posta elettronica spediti da Odin Marine, in cui la società viene chiamata «Millennium, per il commercio di materiali e oli minerali per conto del ministero dell’Energia e delle risorse minerarie del Regno hashemita giordano». In aggiunta, una e-mail inviata il 6 marzo 2003 da Odin Marine relativa al noleggio di una nave dice: «Il Governo giordano, attraverso il ministero dell’Energia e delle risorse minerarie… ha dato incarico a Millennium di condurre questa transazione per suo conto, come attestato dalla procura qui inclusa»

di Claudio Gatti – “Il Sole 24 Ore” 13 gennaio 2005

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