Pochi sistemi d’arma hanno conosciuto la notorietà dell’S-300 russo, soprattutto dopo la vendita all’Iran e al suo dispiegamento in Medio Oriente dopo l’abbattimento del Su-24.

Senza voler entrare nei dettagli (sarebbe un discorso assai specialistico e poco comprensibile), si tratta d’un sistema superficie/aria a medio/lungo raggio, capace di contrastare sia minacce aeree che di missili balistici, estremamente resistente alle contromisure elettroniche (tanto care a Nato ed Usaf), capace d’individuare i più sofisticati bersagli stealth (rendendo inutili i costosissimi programmi del Pentagono), attualmente prodotto dalla russa Almaz-Antey.

Le sue origini risalgono agli anni ’80, quando entrarono in servizio le prime versioni; da allora è stata una continua evoluzione che ha dato vita alla più sofisticata e complessa famiglia di sistemi per la difesa aerea, di gran lunga il meglio di quanto ci sia al mondo ed attualmente lo scudo della Federazione Russa.

In realtà, si tratta di tre famiglie assai diverse di sistemi, ottimizzati per i diversi impieghi: gli S-300 V per l’Esercito, gli S-300 P per le Forze di Difesa Aerea, gli S-300 F per la Marina.

Le unità di Esercito e Difesa Aerea sono costituite da un posto comando; sistemi radar per l’identificazione/acquisizione dei bersagli, controllo del tiro/guida dei missili; complessi di lancio mobili oltre a un certo numero di altri mezzi di trasporto e rifornimento. Le unità della Marina sono integrate nei sistemi del naviglio su cui sono imbarcati, in genere le unità maggiori come l’incrociatore lanciamissili Movska.

Come si vede, non si tratta semplicisticamente di missili; i sistemi ne utilizzano almeno una dozzina di modelli principali e quelli usati dall’Esercito (con gli S-300 V) sono assai diversi da quelli usati da Difesa Aerea e Marina (con gli S-300 P e S-300 F).

Ciò che da sempre accomuna i sistemi sono caratteristiche che hanno fatto scuola: estrema mobilità (almeno dei sistemi di Esercito e Difesa Aerea); rapidità d’impiego; lancio da posizione verticale, evitando di dover orientare il contenitore/lanciatore verso i bersagli e potendo così effettuare in rapidissima sequenza l’impegno dei bersagli sui 360 gradi (pensa il radar ad orientare i missili); accensione del razzo a distanza di sicurezza dal sistema per evitare incidenti e danneggiamenti a terra o sulle navi, etc.

In tutti questi anni è stato un progredire continuo di prestazioni, con gittate che dai 47/75 Km degli inizi oggi superano i 400, con velocità dei missili che dagli iniziali 1150 m/s sono arrivate a sfiorare i 5mila, e possibilità d’ingaggiare bersagli a 30mila metri di quota.

Al momento, il top operativo è dato dall’S-400, uno sviluppo della famiglia S-300 P, il massimo in termini di prestazioni e sistemi radar, che sta per essere superato dall’S-500, i cui primi lanci sono avvenuti già nel 2014. Entrambi sono capaci di sigillare i cieli anche nei confronti dei missili balistici, meglio, assai meglio, del tanto pubblicizzato Patriot Usa.

Da quanto detto si comprende come l’S-300 sia un sistema d’arma strategico, capace di dare un vantaggio decisivo a chi lo possieda, dando un reale controllo dei cieli come è avvenuto in Siria (e nell’area, vista la gittata) da novembre in poi. Una difesa micidiale, capace di vanificare i costosi “giocattoli” su cui Washington basa la sua deterrenza (tipo F-35 ed F-22), azzerando la sua supposta superiorità.

Trattandosi di un sistema difensivo, è lo scudo per eccellenza che spunta l’aggressività dell’imperialismo Usa, e non è un caso che abbia conosciuto uno straordinario successo d’esportazione (ufficialmente, sono già 15 Paesi ad averlo acquistato, fra cui la Cina che ne ha pure derivato prodotti locali sulla cui efficienza è tuttavia d’obbligo fare riserve), e non è neppure un caso che Washington e Tel Aviv schiumino rabbia ad ogni nuova vendita del sistema (come nel caso delle forniture all’Iran) che blocca la loro possibilità d’aggressione.

FONTE: Il Faro sul Mondo

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