Di Tonguessy

 Noi umani immersi nel flusso della Modernità abbiamo la necessità di dividere le cose in base alla utilità sociale che ricoprono. Ovviamente è tutta una questione di cultura che, come dicevo nel mio precedente articolo, è quel mezzo che sceglie e sostiene ciò che interpreta con successo le relazioni di un’etnia o gruppo sociale con la Realtà (qualsiasi cosa ciò voglia dire). Siamo votati all’efficienza, all’elaborazione di tassonomie sempre più sofisticate che ci permettono di selezionare ciò che ci è maggiormente utile.

Le piante, molto ovviamente, non si possono sottrarre a questo destino. Abbiamo così le varietà selvatiche e quelle “addomesticate” (cultivar). Ciò che vediamo normalmente nei campi coltivati sono quelle specie vegetali che, nel corso dei millenni (o decenni, vedi OGM), hanno subìto una selezione per mano umana per meglio soddisfare i nostri criteri di efficienza.

Il mais, ad esempio. Ai tempi dei Maya forniva pannocchiette piccolissime, ben diverse da ciò che possiamo osservare nei campi attuali dove le alte piante vengono seminate a distanza molto ravvicinata. Efficienza è un fattore culturale primario per l’Occidente, e si manifesta attraverso la selezione e quindi attraverso la monocoltura in puro stile asso pigliatutto. Taylorismo agricolo. Ecco perchè sta sparendo il mais bianco (o Marano, quello che ci da la farina con cui si fa la polenta bianca): per dare più spazio al fratello giallo, maggiormente produttivo.

Nella sola Italia alla fine dell’ottocento si contavano 8 mila varietà di frutta oggi se ne contano circa 2 mila. Il pomodoro Re Umberto che per un centinaio di anni circa è stato coltivato in Italia, la cipolla di Chioggia, la cicoria Barba di Cappuccino, il Cavolo verza Padovano: esistono ancora ? [1]

Se abbiamo risultati così disastrosi nei confronti delle cultivar, figuriamoci come possono andare le cose con le specie selvatiche. Secondo gli scienziati del Botanic Gardens at Kew, oltre il 22% delle specie di piante esistenti è in pericolo o vulnerabile di estinzione. . “L’attuale attività umana sta spingendo sempre più piante verso l’estinzione” spiega Stephen Hopper, direttore di Kew.[2]

Insomma la biodiversità fa a pugni con il nostro senso di efficienza, e con la nostra cultura più in generale. E nella lotta sta avendo la peggio. Nonostante anch’io mi ritrovi a combattere le malerbe che infestano il mio orto, la mia simpatia va tutta in direzione di quelle piante che, incuranti delle attività antropiche, riescono comunque a portarsi a casa risultati spesso straordinari. Anche dal punto di vista della nostra efficienza: si scopre così che le erbacce hanno valori nutrizionali molto più elevati delle erbe da foraggio.

Il tarassaco, l’ortica ed il cardo hanno molto più ferro e rame, così come cicoria, piantaggine e achillea hanno il doppio di magnesio rispetto alle erbe coltivate. Ciò non impedisce l’uso di pesanti erbicidi per garantire quella “purezza” di cui si nutre il nostro mito dell’efficienza.

Questi “pezzenti” vegetali suscitano la nostra riprovazione al punto che, in pieno clima vittoriano, JC Loudon invitava i lettori a “paragonare le piante con gli uomini, a considerare le specie aborigene (selvatiche) meri selvaggi, e le specie botaniche (cultivar) esseri civilizzati” [3]

Lo scontro, ancora una volta, viene pensato a livello culturale prima che fisico. Siamo noi contro loro. E’ la nostra civiltà dell’ordine contro la loro del “disordine” che mina alla base il nostro concetto di efficienza. Le specie botaniche hanno “accettato” di servirci ordinatamente mentre quelle selvatiche no, stanno solo facendo la loro vita egoisticamente incuranti di ciò che noi ne possiamo pensare o di quali bizzarre conclusioni morali ne vogliamo trarre.

Alcune specie selvatiche suscitano la mia incondizionata ammirazione, perchè portatrici di valori nutrizionali e organolettici straordinari come il già citato tarassaco o il rosolaccio (papavero) lessati e passati in padella con uno spicchio di aglio.

Ma ci sono, ancora più importanti, i valori comportamentali. In tal senso la mia preferita rimane la rucola selvatica. Ho sempre riservato un pezzetto del mio orto alla rucola, la varietà cultivar che vendono in bustine. E ho sempre tenuto i semi, una volta che la pianta ormai morta andava tolta ed il terreno vangato per la successiva semina. Quel tipo di rucola, dalle foglie grandi e di verde intenso e dai fiori bianchi, rallegra qualsiasi insalata con il suo gusto intenso e piccante. D’inverno esercita tutto il suo fascino: i suoi cespi enormi fanno capolino in mezzo agli arbusti secchi delle solanacee ormai da tempo defunte e suggeriscono una vitalità e tenacia ammirevoli.

Molto diversa è invece la rucola selvatica. Di carattere schivo, preferisce non esercitare il diritto un po’ narcisista di mettersi in mostra tipico della sorella cultivar. Mentre quest’ultima detesta le calde estati al punto che le foglie avvizziscono e si seccano, la sorella selvatica mostra segni di insofferenza nei confronti del freddo e chiara tolleranza nei confronti del caldo e del secco. Si confonde abilmente tra le altre erbe selvatiche al punto che occorre un occhio allenato per scovarla in campo aperto.

Se ne può facilmente trovare dovunque ci sia un clima mediterraneo asciutto. Si trova nel Salento, ad esempio, o in luoghi analoghi dove il sole picchia e non piove per mesi rendendo difficile la vita anche per le erbacce. Si insinua nelle crepe tra le pietre come il cappero, che però mostra cromatismi ed esuberanza molto maggiori. Si accontenta di molto poco e ben sopporta le maledizioni che la vita infligge a tutti i viventi: se calpestata sopravvive bene, al contrario della sorella cultivar.

E’ di carattere schivo e quindi non è facilmente addomesticabile. Non tollera, ad esempio, di essere trapiantata. Preferisce morire piuttosto che allontanarsi dal posto in cui è nata. Questo è ciò che ho potuto verificare alcune volte. Toglievo la zolla con la piantina facendo attenzione a non strappare le radici, mettevo su giornale inumidito e tentavo inutilmente di ripiantarla a casa. Niente da fare. Rispettavo questa sua scelta, ma volevo trovare il modo di avere quella meraviglia nel mio orto.

Un bel giorno di Ottobre scopro una piantina in riva al mare, in Croazia, nata tra le crepe di una pietra. Col salmastro ed il secco non resiste nessuna pianta. Quella sì. Ed aveva ormai i baccelli pieni di semini. L’ho detto che ama il caldo ma non sopporta il freddo, vero? Quando sente che sta arrivando l’autunno mette dei bellissimi fiorellini gialli. Poi nascono questi baccellini con diversi semi delle dimensioni di un quarto di capocchia di spillo. Saluta tutti e muore. Ci penserà poi il vento a spargere i semi.

Insomma riesco a portare quei semi nel mio orto, e da quei semi nascono alcune piantine. Ovviamente nascono come vogliono e dove vogliono, rivendicando la loro origine di pianta “mera selvaggia”, come scriveva con vittoriana sicumera Loudon. Ho dovuto IO riorganizzare l’orto in base alle sue esigenze, non viceversa come con la sorella cultivar.

E’ una pianta felicemente irrazionale, che mal tollera l’organizzazione efficientista di cui soffre, necessariamente, ogni piccolo orto come il mio. E’ però in buona compagnia assieme alle piante di papavero e camomilla che accuratamente evito di strappare per garantire loro un futuro. E che non amano essere messe in fila dove piace a me. Nascono dove nascono, se ne hanno la possibilità, e lì intendono rimanere.

C’è una storia interessante sulla rucola selvatica. Londra venne devastata nel 1666 da un enorme incendio che aveva creato un paradiso per le erbacce nel cuore della città. La pianta che arrivò ad adornare le rovine, a quanto pare in quantità incredibili, era una modesta rappresentante della famiglia della senape fornita di fiori giallo-dorati a forma di minuscola croce. Le fu dato il nome di London Rocket, ruca londinese. Teoricamente era un nome botanico, derivante dalla corruzione del termine eruca, nome latino che indica un gruppo di piante dal sapore piccante appartenente alla famiglia dei cavoli. Tuttavia, a dispetto del nome comune, quella pianta non era di pura razza londinese, infatti proveniva dai rilievi rocciosi del Mediterraneo.[4] Resta il mistero di come nel ‘600 una così rilevante quantità di semi di rucola se ne sia andata a Londra. Ryanair non esisteva ancora.

L’uso principale che ne faccio è condire la pasta: la si mescola tritata grossa con pomodoro fresco tagliato a pezzetti, olive verdi piccanti e un po’ di tonno. Insuperabile anche con le bruschette e nell’insalata di pomodoro. Le foglie, per essere raccolte, richiedono un po’ di pazienza. Non funziona la sforbiciata della sorella cultivar. Qui c’è un fusto legnoso e delicato: spezzato questo la pianta muore. Occorre quindi strappare delicatamente le foglioline (e anche qui c’è è una grossa differenza con la sorella) facendo attenzione a non danneggiare la pianta. Occorrono alcuni minuti per raccoglierne una manata.

Insomma il carattere al tempo stesso delicato e robusto, fiero e modesto di questa pianta ne fa la mia preferita. Sa come restare a quando andarsene, virtù sempre più rare al giorno d’oggi tra noi uomini abituati come siamo a trovare inutili morali per dare significato a ciò che non ne ha.

“L’unica ragione che spiega l’esistenza di un organismo è la sua capacità di esistere, e l’averne avuta l’opportunità”[5]

 

PS: la rucola della foto è la sorella della piantina croata i cui semi sono stati piantati nel mio orto

 

[1]http://retiglocali.it/fattoriagiovanna/2009/08/13/lo-sterminio-della-biodiversita-puo-essere-fermato/ [2]http://www.ilcambiamento.it/foreste/piante_rischio_estinzione_rapporto_2010.html

[3] R. Mabey “Elogio delle erbacce” pg 20

[4] idem pg 236

[5] idem pg 334

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