Il parlamento ruandese in questi giorni sta discutendo una proposta di legge per la legalizzazione della marijuana a uso terapeutico. La proposta di legge prevede la somministrazione controllata di marijuana per alleviare le sofferenze nei malati terminali, per curare alcune patologie e problemi mentali.

Il Ministro della Sanità Pubblica, il Dottor Richard Sezibera dichiara che l’obiettivo della legge è di educare la popolazione a un corretto uso di questa sostanza stupefacente che, se presa adeguatamente e sotto controllo medico, ha comprovate qualità terapeutiche.

La proposta di legge ha molte probabilità di essere approvata poiché la maggioranza dei parlamentari ruandesi appartenenti ai vari partiti condividono gli obiettivi del Ministro della Sanità. Il Ruanda raggiungerà il club dei paesi che hanno legalizzato la sostanza per uso terapeutico: Belgio, Canada, Olanda, Repubblica Ceca, Israele e 15 stati degli Stati Uniti d’America. Inoltre avrà il primato di essere il primo stato Africano a rompere il tabù sull’utilizzo della marijuana.

Nel campo medico questa pianta è utilizzata per curare la nausea, l’ansietà, l’artrite, l’insonnia, l’epilessia, l’inappetenza, varie infiammazioni ed emicranie. E’ utilizzata anche per controbilanciare gli effetti secondari della chemioterapia e per alleviare le sofferenze in malati terminali.

L’uso medico della marijuana si basa sul principio attivo della pianta scientificamente denominato delta-9-tetrahydrocannibol (THC). Questo principio attivo, oltre a provocare l’effetto euforico e di benessere generalizzato ben noto dai consumatori di marijuana, contiene molte proprietà terapeutiche.

La rivista scientifica americana Nature ha recentemente pubblicato una scoperta scientifica che individua la produzione naturale della THC nel corpo umano. Questo principio attivo sarebbe naturalmente prodotto dal nostro corpo ma in dosi insufficienti. L’uso medico della pianta si basa sulla stimolazione dei recettori di endocannabinoide aumentando il tasso di THC nel corpo attraverso la consumazione della marijuana, prevalentemente per via aerea, cioè fumando il classico “cannone”.

La THC è anche prodotta artificialmente per uso terapeutico tramite un farmaco denominato Marinol usato per combattere la nausea in pazienti affetti da tumori o da Aids. Il Marinol, considerato una sostanza legale e alternativa alla marijuana, è deficitario sulla capacità terapeutica rispetto al THC naturale contenuto nella pianta e presenta alcuni effetti collaterali soprattutto di natura psichica.

Nel mondo scientifico si concorda che il Marinol non è un farmaco appropriato ed è consigliabile l’uso della marijuana.

Un primo passo per spezzare il commercio illegale della marijuana.

La legalizzazione della sostanza stupefacente per uso medico rappresenta un primo passo contro il commercio illegale della pianta e delle inappropriate misure repressive che la maggioranza degli stati africani adotta per combatterlo.

In molti stati africani non vi è alcuna distinzione tra uso e spaccio della sostanza, né esiste il concetto di quantità minima a uso personale. Chiunque, che sia spacciatore o consumatore, che detenga un grammo o un kilo di marijuana è punibile con l’incarcerazione dai 10 ai 20 anni. All’aeroporto internazionale di Jommo Kenyatta, a Nairobi – Kenya pannelli pubblicitari della Ministero degli Interni avvisano i turisti della legge in vigore e del rischio che possono incorrere.

Le misure repressive non sono affiancate a programmi di recupero. Chi è drogato non ha alcuna assistenza sanitaria per la disintossicazione, solo il carcere.

Queste misure repressive sono ben lontane a reprimere l’uso dello stupefacente anzi favoriscono il mercato nero ovviamente gestito da gruppi mafiosi.

Nella Regione dei Grandi Laghi circa l’ottanta per cento della marijuana consumata è coltivata localmente. L’agenzia ONU UNODC (UN Office Drug and Crime) stima a circa 1.500 ettari coltivati a marijuana nella regione soprattutto in Kenya, Uganda e in Tanzania. Le piantagioni più produttive sono collocate nel bacino del lago Vittoria e nella regione del Monte Elgon.

Normalmente i contadini coltivano la marijuana assieme alle coltivazioni tradizionali di cereali, anche se esistono intere piantagioni esclusivamente dedicate a questa pianta.

Sempre il UNODC stima i consumatori della sostanza stupefacente nella regione attorno ai 9,19 milioni, il 7% della popolazione avente una fascia d’età tra i 15 e i 64 anni. La realtà costatabile nella sola capitale dell’Uganda, Kampala, porta a supporre che la percentuale sia maggiore.

Nella cultura ancestrale della regione la marijuana è normalmente utilizzata e socialmente accettata per usi divinatori, religiosi, terapeutici o per semplice piacere personale. Non è raro vedere un anziano e rispettabile signore che, seduto al bar del villaggio si gusta il suo cannone fumandolo in una pipa artigianale.

Purtroppo la marijuana è stata largamente utilizzata nei conflitti che si sono verificati nella regione tra gli anni 90 e 2000. Varie milizie congolesi, sudanesi, burundesi e ugandesi fanno largo consumo della sostanza somministrata soprattutto ai bambini soldato per incitarli al combattimento.

Normalmente la marijuana è una e la più innocua sostanza stupefacente utilizzata dai Signori della Guerra che l’associano all’alcol e a droghe pesanti come l’eroina e la cocaina, ovviamente iper tagliata e di bassa qualità per risparmiare.

Comprensibili sono i devastanti effetti sul fisico e sulla psiche di bambini dai 12 ai 16 anni che, imbottiti di droghe e alcol, si trasformano in perfette macchine da guerra, non pensanti. È comune opinione tra i soldati degli eserciti regolari che di fronte ad un bambino soldato in queste condizioni, la sola soluzione è di abbatterlo poiché nel giovane combattente non vi è alcun sentimento di pietà o di autoconservazione, solo il desiderio di distruzione e di infliggere la morte, sentimenti provocati da un continuo stato mentale alterato dalle droghe. È pressoché inesistente tra i bambini soldati il concetto di fare dei prigionieri o di risparmiare la vita del nemico.

L’uso prolungato della marijuana, dell’alcool e delle droghe pesanti rappresenta il più difficile ostacolo per il reinserimento sociale di questi bambini soldato poiché, oltre ad essere mentalmente disturbati dalle violenze subite e inferte, sono tecnicamente dei drogati.

L’uso della marijuana non è di esclusiva delle milizie ribelli. Anche gli eserciti regolari tollerano o incitano l’uso della sostanza stupefacente tra i loro soldati per “aiutarli” a sopportare la fatica fisica e lo stress emotivo durante i combattimenti.

Verso la metà degli anni ’90 in Congo le varie milizie inventarono una variante artificiale della marijuana per aumentare i suoi effetti euforici e psicotici, attraverso un trattamento della pianta che prevede la macerazione in fusti di gasolio e la successiva essicazione. La pianta dopo tale trattamento ha degli effetti disastrosi poiché il principio attivo THC è negativamente alterato e in più il consumatore fumando il “cannone” fuma anche i residui attivi del gasolio.

Questo trattamento della marijuana è stato in seguito adottato anche da altre milizie operanti nella regione soprattutto le milizie ruandesi genocidarie residue dalle milizie del genocidio del ’94, dalla milizia estremista hutupower burundese FNL (Fronte Nazionale di Liberazione), dalla milizia ugandese Lord Resistent Army e da varie milizie sudanesi.

L’uso di questa marijuana alterata è una delle componenti che spingono il miliziano a compiere atti di crudeltà inaudita contro la popolazione civile. Le atrocità commesse nei vari villaggi sono così disumane che una persona in uno stato normale non avrebbe il coraggio di compiere.

Quello che è peggiore è che questo trattamento al gasolio si è diffuso nel mercato destinato ai civili. Attualmente centinaia di migliaia di giovani della nostra regione si fumano questa variante della marijuana chiamata “Bangui” con effetti fisici e psichici devastanti. Ovviamente l’utilizzo del cannone al gasolio è rigorosamente classista. Il suo uso è prevalentemente limitato al sottoproletariato o al proletariato, visto che costa la metà di uno spinello di marijuana naturale. I giovani della borghesia, grazie alla maggior disponibilità finanziaria, usano la marijuana naturale, anche se da alcuni anni preferiscono la cocaina e l’estasi.

Il profitto della commercializzazione della marijuana (in tutte le sue varianti) stimato per la sola Regione dei Grandi Laghi è di 8 miliardi di dollari l’anno, interamente gestito da mafie locali coperte da settori corrotti del governo e dell’esercito.

Di fronte a questa realtà economica è evidente l’inefficacia delle misure repressive e la loro ipocrisia, visto che settori del governo si arricchiscono tramite il mercato nero degli stupefacenti.

La proposta di legge ruandese è un primo e coraggioso passo verso una regolamentazione dell’utilizzo della marijuana, anche se limitato agli usi terapeutici.

Il merito del governo ruandese è quello di aver infranto un tabù e di voler affrontare in modo razionale e responsabile il problema legato, non all’uso della marijuana, ma all’utilizzo della pianta per instaurare una cultura della droga, estremamente negativa ma conveniente sotto l’aspetto economico e di controllo sociale.

Vi ricordate che durante gli anni della contestazione giovanile in Europa (gli anni settanta) il nostro mercato fu invaso dall’eroina, acidi e altra immondizia varia? La generazione dei giovani rivoluzionari fu sostituita da quella dei figli dei fiori. Quanti di essi sono ancora in vita oggi?

Fonte

Commenta su Facebook