Un uomo che punta a un beneficio apparente e che immediatamente procede a dissociarlo dalla questione di cosa sia giusto, si dimostra in errore e immorale. Un tale atteggiamento è il parente stretto di assassinii, avvelenamenti, manipolazione di volontà, furti, malversazione di denaro pubblico e il rovinoso sfruttamento di cittadini di Roma e delle provincie. Un ulteriore effetto è l’appassionato desiderio di ricchezze eccessive, di insopportabile tirannia, e, alla fine, della conquista dispotica di liberi Stati. Questi desideri sono i più orribili e ripugnanti che si possano immaginare. L’intelligenza pervertita di uomini animati da tali sentimenti è in grado di comprendere i vantaggi materiali, ma non le punizioni. Non intendo punizioni stabilite dalla legge, poiché a queste spesso sfuggono. Intendo la più terribile delle punizioni: il proprio degrado. (Marco Tullio Cicerone)
 
Grilli straparlanti
Puntuale come la comparsa alla porta di casa ogni lunedì del venefico testimone di Jehova, al primo cenno di sommovimento anti-sistema salta fuori il pierino con la formuletta collaudata: “E’ tutto opera della Cia, del Mossad, della NED, di Soros, insomma dell’onnipresente, onnisciente, onnipotente padrone del mondo cui nulla sfugge, tutto controlla, ogni cosa muove”. Si tratta degli ossessi dell’imperialcapitalismo che, a livello conscio, riducono a epifenomeno ontologico ogni idea che classi e popoli possano, in autonomia antagonistica, combinare alcunché contro il Golem decretato dalla storia come dato perenne e ineludibile. A livello inconscio, sono innamorati folli del Golem e hanno una paura fottuta delle masse.
In tempi recenti se la sono tirata alla grande a partire dalla Primavera egiziana del 2011, tutta scaturita dal complotto Usa di sostituire un dittatore logoro con la più fresca e affidabile forza della Fratellanza Musulmana. Sono balzati ingordi sulla Turchia, dove masse manovrate da Israele, indispettito dal ruolo egemone che i neo-ottomani minacciavano di assumere nella regione, sarebbero state lanciate contro il despota islamista dalle eccessive ambizioni. Famelici, si sono avventati sul Brasile, per far capire al colto e all’inclita che milioni di operai, precari, studenti, indigeni, campesinos, cittadini di ogni denominazione, non sarebbero altro che una massa di manovra Cia-Soros, utilizzata per minare le ambizioni di una presidente socialista impegnata a scatenare contro l’Impero la concorrenza sua e dei BRICS. Ora, ecco di nuovo la succulenta occasione, per questi dietrologi all’incontrario, della primavera egiziana rifiorita all’ennesima potenza, nella quale 22 milioni di cittadini firmatari del rifiuto di Morsi e altrettanti in piazza, stoltamente pronti a farsi massacrare dagli islamisti e dalla polizia, altro non sarebbero che lo strumento per un nuovo ricambio imperiale: dai Fratelli ai militari e, poi, a qualche nuovo pupazzo.
Sarebbe ottuso non intravedere la manina dei vindici della “democrazia” e dei “diritti umani”, come interpretati dagli Stati del terrorismo planetario, che s’infila in rivolte e rivoluzioni per sequestrarle e dirottarle verso i propri obiettivi. Certo, non è tutto oro quello che luccica. Credo di aver dato un contributo, con miei vecchi post, al riconoscimento delle incrostazioni spurie che hanno infestato l’insurrezione egiziana del 2011. E che hanno poi contribuito a momentaneamente dirottare il movimento verso una mediazione con quei Fratelli Musulmani cui gli Usa, l’Occidente tutto e i satrapi sunniti del Golfo, avevano assegnato la successione proconsolare, dalla Tunisia alla Libia, da Gaza alla Siria. Un’internazionale islamista ultrà, coltivata fin dalla lotta contro i sovietici in Afghanistan e che si articola, per la conquista, in fanterie salafite-Al Qaida, opportunamente decerebrate e drogate e, per il controllo strategico e delle risorse, in regimi ferocemente dispotici, ma qualificati di “moderati” per non imbarazzare i commensali, tipo Letta.
 
Rivoluzione o colpo di Stato?
Ma ridurre le insurrezioni antiliberiste, antimperialiste, antisraeliane e, in seconda istanza, secolariste, cui assistiamo in questi giorni, a “rivoluzioni colorate”, come quelle allestite dagli organismi del regime change in Serbia, Georgia, Ucraina, Venezuela, Iran, Libano, è come dire che l’importante nella testa sono i pidocchi e non il cervello, che ciò che fa bosco non sono le querce, ma i parassiti saprofiti che vi si arrampicano. 22 milioni su 80 a firmare e poi ad andare a combattere in piazza contro il capo dello Stato è come se da noi, contro Napolitano e il suo regime, occupassero il paese e affrontassero la repressione senza cedere di un metro 15 milioni di persone. Bell’immagine, eh? Tranquilli, finchè ci sono Vendola e sinistri affini, non c’è pericolo Chissà, comunque, se in un caso del genere non salterebbe fuori il solito citrullo della sconfitta a prescindere, con la bischerata della “rivoluzione colorata” col trucco Cia o Mossad o Soros.
In perfetta sintonia, gli utili idioti dell’onnipervasiva capacità manipolatrice dell’Impero e gli amici del giaguaro politici e mediatici, che alle manipolazioni collaborano, tirano freghi di evidenziatore sull’intervento dei militari egiziani. In Egitto, proclamano, c’è stato un colpo di Stato dei generali, mica una rivoluzione di popolo che quei generali ha costretto a scindere la propria sorte, come prima da quella del laico Mubaraq, fantoccio Usa, anche dal cialtrone islamista, fantoccio Usa, installato con il loro benestare, sebbene attraverso brogli, impicci e con appena il 15% dei consensi elettorali (visto che ha votato il 30% degli aventi diritto e lui ha preso il 51%). I militari che, finchè hanno potuto, prima che il popolo insorgesse di nuovo, si sono tenuti stretti gli stessi poteri di Mubaraq, non hanno fatto una piega quando Mohamed Morsi annullava e poi fabbricava costituzioni, annientava poteri dello Stato e li assumeva tutti nella propria persona, marciava a rullo compressore verso la fondamentalizzazione del paese, rispetto alla quale il bistrattato Iran pare un paradiso di pluralismo laico, cancellava le donne e infliggeva la Sharìa, scatenava i Fratelli e la polizia contro chi s’opponeva all’involuzione. Andava tutto bene ai generaloni, visto che così dicevano gli sponsor a stelle e strisce di Morsi e nessuno metteva in discussione il loro controllo su qualcosa come il 40% dell’economia feudal-neoliberista egiziana.
E non facevano, questi sventolatori del vessillo nazionale dagli elicotteri sui milioni di Piazza Tahrir, una piega quando il regime composto dai “moderati” di “Giustizia e Libertà” e dagli invasati salafiti di Al Nur (Luce), compari dei tagliagole in Siria, teneva in piedi la baracca economica dell’élite grazie ai finanziamenti sauditi e qatarioti, ricambiati con l’invio di combattenti egiziani tra i ratti di Siria, e spolpava quelli fuori dal giro faraonico con ruberie, corruzione, aumento dei prezzi, falcidie dell’occupazione e taglio dei salari. E neanche quando, a dispetto dell’uragano di voci antisraeliane che gonfiavano le vele della protesta di massa, Morsi si inseriva nella generale pacificazione-collaborazione arabo-islamica con lo Stato ebraico, bloccando e affamando Gaza e partecipando al, per ora fallito, squartamento della Siria. Già, perché qualcuno cianciava di un Morsi amico di Gaza, visto che, furbetto, a intermittenza apriva il valico di Rafah. Amico di Hamas, non del popolo di Gaza, perché ai primi offriva business e lasciapassare, al secondo distruggeva le gallerie sotterranee che lo rifornivano dall’Egitto.
 Emiro del Qatar, Al Thani, con Mashaal, leader di Hamas
Un altro esempio, se ce ne fosse stato bisogno dopo la pugnalata alle spalle alla Siria, unico vero sostenitore e generoso ospitante dei palestinesi, della degenerazione non solo di Hamas, confratello sunnita dei petrodistruttori della nazione araba, ma di tutte le organizzazioni palestinesi sedicenti di sinistra, FPLP e FDLP in testa. Escluso il Fronte Popolare-Comando Generale e tantissimi palestinesi che rifiutano il tradimento e, in Siria, combattono accanto ai patrioti, questi rinnegati si sono venduti l’anima e la loro gente passando agli ordini e ai bancomat  di satrapi carcerieri dei propri popoli, complici di Israele nell’annientamento della Palestina. Coloro che insistono ad allestire flottiglie per Gaza, ora chiamate “Arca”, votate sistematicamente al fallimento, ma nelle ultime edizioni sostenute dal farabutto del Qatar, contribuiscono a distogliere l’attenzione dalle stragi, prima in Libia, poi in Siria e, ancora più occultate, in Bahrein, Yemen e nella stessa Arabia Saudita.
I violinisti della sopraffazione imperiale parlano di colpo di Stato. E tecnicamente lo è. Cacciato e rinchiuso il tiranno, fino a ieri omaggiato da Obama, come anche dalle cortigiane Monti e Napolitano, decimata la dirigenza della Fratellanza, sospesa la costituzione, giunta di generali fino a nuove elezioni. Ed è anche vero che la rivoluzione ha salutato, per il momento, l’intervento dei militari come aveva salutato quello che aveva rimosso Mubaraq. Ma evidenziare il golpe, sempre in termini di benevola comprensione, significa anche un affannoso ridimensionamento della forza di massa che a tale golpe ha costretto e che lo vede come inevitabile passaggio all’ulteriore fase della rivoluzione. Il nemico principale era lo strumento con il quale, dalla Turchia al Marocco, attraverso Libia, Siria, Yemen, petrodittature, l’imperialismo e i reazionari locali contavano di inserire la regione nel Nuovo Ordine Mondiale neoliberista e totalitario. Ora gli islamisti d’Egitto vengono buttati a mare grazie all’attivazione della carta di ricambio di un esercito che nulla fa e nulla potrebbe senza l’ordine di servizio delle centrali neocoloniali. Diventa davvero sbalorditiva la contraddizione tra la liquidazione dei propri sicari islamisti in Egitto e il loro utilizzo come forza mercenaria in Libia e in Siria. Cosa che avverrà probabilmente anche in Egitto, vista l’attitudine degli islamisti al terrorismo, coltivata dalle apposite agenzie occidentali, poiché è sempre bene tenere in serbo dei disturbatori di assetti positivi, ma che, vedi Nasser, potrebbero anche sfuggire di mano. Pensate ai nostrani Casa Pound, o finte BR.
E’ marasma totale per l’imperialismo. I fiduciari Fratelli musulmani, sui quali si era imbastita tutta l’operazione geopolitica mediorientale, sono sulla via out. La Russia si erge con sempre maggiore decisione a trincea insuperabile contro le avventure militari di Washington e i suoi valvassini. La finzione di esportare diritti umani in sodalizio con le peggiori dittature del mondo è stata disintegrata dall’inarrestabile rivelazione sui misfatti di alleati come i regimi turco ed egiziano e di subumani mercenari impegnati in Siria in assassinii di massa, stupri, cannibalismo. La stessa metropoli imperiale è scossa nella sua pretesa di eccellenza democratica dalla scoperta del carattere ultranazista di un governante spione, stragista e repressore universale, già fatto passare per campione dei più alti valori occidentali. Qualcuno nella marca europea dell’Impero si sta rendendo conto che il controllo Usa fin dei peli del naso dei suoi governanti, cittadini, imprese, è la prova che l’Alleanza Atlantica serve da sempre, non alla costruzione di una spedizione comune per la conquista del mondo, ma per sgretolare un po’ per volta un concorrente che rischiava, con Brandt, Schmidt, ma anche un po’ con Andreotti, Craxi, il ridicolo Berlusconi, di guardare a Est e al Sud arabo in alternativa all’Atlantico. La crisi economica, governata dai vari tentacoli della Cupola, da Goldman Sachs alla Federal Reserve, con i suoi infiltrati europei tipo Draghi, a questo punta.
Tornando all’Egitto e ai compagni di Tammarod, che mi sembrano la punta avanzata della rivoluzione, finiti nel la spazzatura i camerieri della Fratellanza, l’Impero si appronta a superare l’imbarazzo del golpe e della seconda dittatura militare, mantenendo i generali nell’ombra del controllo sociale ed economico e puntando, attraverso elezioni, all’ennesima soluzione di ripiego. Qualcosa come un’unità nazionale, un regime di larghe intese che veda a capo un personaggio come Mohammed El Baradei, affidabile, dalla storia rispettabile non troppo succube ai diktat occidentali quando era alla presidenza dell’Agenzia Atomica, Premio Nobel della Pace, ma che non metterà in discussione i fondamentali dell’ordine geopolitico ed economico esistente. Il che non farà esaurire, nel medio e lungo termine l’ondata lunga di una rivendicazione popolare che dovrà riprendere fiato attenuando nell’immediato la lotta, ma che la rivoluzione ce l ‘ha ormai innestata nella coscienza e nel cuore. Per tenere sotto pressione l’Egitto normalizzato basterà un po’ di quel terrorismo islamista che tanto utile si sta dimostrando, sia nella destabilizzazione di paesi renitenti, sia nella fornitura di pretesti per soluzioni drastiche alla libica, afghana, irachena.
Golpe di là, golpe di qua
Come tout se tien nel paradiso della “comunità internazionale”, a controllo totale dell’antropofago 1%, lo abbiamo potuto constatare anche da noi nell’immediato dopo-golpe egiziano. Ispirato ed euforizzato da come al militare sia stato concesso di annichilire anche la sola parvenza di istituzioni democratiche e divisione dei poteri, il Fuehrer Napolitano ha perfezionato il suo personale processo golpista indossando i panni del feldmaresciallo. Ha  richiamato dalla soffitta il Consiglio Supremo di Difesa e ha decretato la definitiva soppressione della sovranità popolare, come espressa dal parlamento. Passando a volo di drone sopra l’obsoleto privilegio costituzionale del potere legislativo di stabilire per legge come lo Stato debba spendere i quattrini dei cittadini, ha sparato sull’aula sorda e grigia l’ordigno che tutto rade al suolo: che gli eletti del popolo bue non si azzardino a decidere, e neanche a discutere, sull’acquisto delle carcasse F-35 (che, come dice l’ottimo Travaglio, cappottano anche da ferme). Che la colonia pretenda di rivendicare un briciolo di quella sovranità che, messa in quarantena dal 1945 da tutti i partiti dell’arco costituzionale, il valvassore del Colle ha definitivamente sotterrato, equivale a un delitto di lesa maestà. Imperiale e ciambellana. Governi come Gran Bretagna, Olanda, Danimarca, Australia e Turchia, che da quel progetto di spesa e di sterminio si sono allontanati, evidentemente non sanno interpretare la democrazia nei termini corretti di uno che i colpi di Stato, grazie a un consenso bipartisan, li sa fare anche senza carri armati.
Il pirata Taffazzi sequestra Morales
Resta da dire di Evo Morales, presidente della Bolivia. Il dato più significativo, ovviamente sullo sfondo di un’azione di pirateria criminale da autentici Stati Canaglia, è la figura fatta dall’Europa, rivelatasi in maniera crassa, come mai prima, un’appendice servile e docile dell’impero statunitense. Cosa che Washington intende ora perfezionare a livello di economia politica e di mercati con il famigerato Trattato di Libero Scambio UE-USA. Trattato di libero cappio con il quale, compiacenti e collusi, gli infiltrati Usa ai massimi livelli istituzionali e bancari dei singoli paesi europei (non per nulla NATO) vorranno portare a termine la distruzione della soggettività europea sullo scenario geopolitico e geostrategico mondiale. Obiettivo perseguito dai potentati finanziari anglosassoni fin dal 1945, e ai quali l’unificazione europea ha dato grande impulso consentendo agli Usa di demolire l’edificio nel suo insieme, anziché dover affrontare le singole sovranità nazionali una per una. Si tratterebbe del completamento di una globalizzazione che deve aver un unico protagonista: la cupola mondiale che per braccio armato continua ad avere – e pour cause militaire – gli Stati Uniti e annessi anglosassoni.
Con la scusa della presenza dell’autore del massimo sputtanamento del regime Usa dallo sbarco della Mayflower, saputa pretestuosa fin dall’inizio per come i servizi di mezzo mondo seguono ogni battito di ciglia di Edward Snowden all’aeroporto di Mosca, Washington ha ribadito lo status coloniale dell’Europa ordinando ai suoi vassalli francesi (ah, il socialista Hollande, salutato come un’aurora dal “manifesto”!), spagnoli, portoghesi e italiani, di impedire il sorvolo dell’aereo presidenziale. Napolitano è scattato sull’attenti per poi inginocchiarsi, come da mandato ricevuto. Gli altri, evitando la prostrazione, uguale. Una diritto internazionale adottato e osservato fin dal 1945 e che impone la inviolabilità e il libero sorvolo dei velivoli dei capi di Stato, è stata sbriciolato. Con l’aereo a corto di carburante, mettendo a rischio la vita, Parigi ha rifiutato il sorvolo, costringendo Evo Morales ad un atterraggio di fortuna a Vienna. Dove è stato trattenuto per 48 ore come un qualunque sospettato di terrorismo.
Il coraggio e la dignità  del presidente indio ha perlomeno impedito che il suo aereo fosse perquisito. Confermata la risaputa assenza sull’aereo dell’eroe rivelatore delle scelleratezze Usa, Morales ha potuto proseguire. Intanto l’intera America Latina, inclusi i governi di quell’Alleanza del Pacifico con la quale Washington ha iniziato la campagna, con mosca cocchiera “spirituale” Bergoglio, per riprendersi il “cortile di casa”, ha espresso indignazione e propositi di rivalsa. Una botta non da poco all’illusione che i popoli latinoamericani potessero farsi irretire dal progetto yankee. La più esplicita è stata, dopo la cacciata della DEA di USAID e Ong prostitute connesse e dell’ambasciatore Usa dalla Bolivia, Cristina Kirchner, che ha definito i governi pirati “del tutto impazziti” e proponendosi, insieme a Correa dell’Ecuador, Ortega del Nicaragua, Raul Castro di Cuba, Maduro del Venzuela, come punta di lancia nella guerra all’impunità nordamericana. Un’ondata antimperialista della quale gli Usa e i suoi corifei possono ringraziare se stessi e che rafforza la rivolta dei popoli, dalla Turchia all’Egitto, dalla Siria all’Iran e al Brasile, contro un delinquenziale e necrofilo ordine mondiale che, comunque, BRICS o non BRICS, ha la sua matrice a Washington e a Wall Street. Il taffazzismo delle zappate sui piedi, effetto classico del delirio di onnipotenza degli psicopatici, che segna il percorso dei protagonisti del controllo planetario totale, non conosce limiti. Per il bene di tutti.
Il nuovo poverello d’Assisi
Consentitemi un ultimo accenno a coloro che, in FB e nel blog, si sono alterati per avere io illustrato con una foto un discorso sul ruolo di papa Francesco di apripista per la riconquista dell’America Latina da parte di quelle forze e quegli interessi nei quali la gerarchia cattolica e lo stesso Bergoglio si sono sempre riconosciuti. Era la foto di un prelato che dà la comunione al pluriassassino argentino generale Videla. Qualcuno avrebbe dimostrato che si tratta di un errore, di un falso, di un altro religioso. E’ possibile. Magari anche probabile. Ma che questo scambio fotografico di uomini del Vaticano rappresenti una buona ragione per dribblare la montagna di prove e testimonianze della placida e serena convivenza del Bergoglio con i vari criminali della dittatura, al pari del fratello in Cristo Pio Laghi, nunzio apostolico e partner tennistico degli aguzzini, mi pare acrobazia retorica che rasenta il sublime.Trentamila innocenti buttati dagli aerei o torturati a morte, migliaia di neonati strappati ai genitori morituri e affidati ai famigliari degli assassini, decine di migliaia di ore di silenzio e di fattiva collaborazione liturgica del futuro papa, giustificano qualsiasi sbaglio fotografico. E qualsiasi vignetta. Anche questa. Sorvolando sul fatto che da San Paolo e poi da Costantino è scaturita la sequela escatologica fino a Bergoglio di tiranni dotatisi del ricatto della colpa, dell’aldilà e della confessione..
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