Di  Rivista.Indipendenza

Con la modifica dell’art. 81 e il “pareggio” di bilancio che si vuole portare in Costituzione, l’Italia (al pari di tutti gli Stati dell’Unione Europea) diventa come la Grecia: protettorato tra protettorati a diverso titolo di considerazione da parte del centro politico dell’Impero. Lo sancisce il “Treaty on Stability, Coordination and Governance in the Economic and Monetary Union”, altrimenti detto “Fiscal Compact”. Cosa si intende in termini di “compattare” e comprimere, chi sarà penalizzato e chi trarrà vantaggio, è evidente nell’agenda politica che viene portata avanti in Italia dal governo euroatlantico guidato da Mario Monti: piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e di quelli professionali; privatizzazioni su larga scala; fine del contratto collettivo nazionale di lavoro, con salari e condizioni di lavoro vincolate alle esigenze transnazionalizzate d’impresa; licenziamenti più facili; tagli di spesa ulteriori e generalizzati; eccetera. Tutto all’insegna di questo “Meccanismo Europeo di Stabilità” (MES) che sancirà la natura illegale e, letteralmente, anti-costituzionale di ogni spesa in deficit di bilancio. Si tratta del requiem ad investimenti di natura sociale (ad esempio, ricerca, infrastrutture, istruzione, sanità), dello svuotamento di senso di quei princìpi costituzionali che hanno posto quella italiana ad avanzati livelli e che hanno consentito, pur in una cornice di “certo” capitalismo quale quello vissuto in Italia dagli anni Cinquanta sino, grosso modo, alla fine degli anni Ottanta, una qualcerta ‘avanzata’ nei rapporti non solo di lavoro, sull’onda dell’affermazione di certi diritti sociali. Il criterio aziendalistico privato del pareggio di bilancio avrà il significato di un prelievo fiscale imposto ai cittadini senza ritorno sociale.

La grancassa massmediatica che si sta dispiegando in termini di ‘gogna criminalizzante’ dell’evasore/elusore fiscale negli strati di classi più o meno dominate (con assoluta impunità verso i grandi evasori/elusori interni o intrecciati alle classi dominanti interne ed estere) s’inscrive in questa macro operazione sistemica euroatlantica. Risorse drenate non in vista di obiettivi di interesse generale, ma in ragione di una “economicità privatistica” dettata ed imposta da interessi e finalità estranei e a ben vedere ostili a quelli collettivi espressione di ogni nazione. Ciò che prevedibilmente caratterizzerà sempre più la società italiana euroamericanizzata sarà una commistione di impoverimento e di precarizzazione delle condizioni generali di vita di cui ancora non sono appieno dispiegate portata e dimensioni. Il tutto all’insegna di uno snaturamento sostanziale, per via regressiva, della Costituzione italiana e dei rapporti sociali conseguenti che all’ingrosso prevedeva. E’ fondato parlare di un “colpo di Stato bianco” anche nel nostro Paese? Certamente sì. Con l’accortezza di cogliere i vari tornanti che ne hanno scandito storicamente il dispiegamento progressivo e considerare gli sviluppi recenti ed attuali approdi come parte di un processo il cui grimaldello “eversivo” da tempo si palesa nelle vesti dell’ideologismo europeista. In questo quadro s’inscrive il trasversale e sostanziale sostegno della quasi totalità delle forze politiche e sindacali di questo paese i cui posizionamenti e scelte oggi condivise la dicono lunga sul grottesco gioco degli specchi che vent’anni del loro teatrino berlusconiano ed antiberlusconiano hanno prodotto. Tutto questo, ragionevolmente, prefigura un orizzonte a breve di forte depressione ed uno scollamento sociale senza precedenti da dette forze. Sta sempre più entrando a pieno regime di funzionamento una dimensione dei rapporti sociali e di (sotto)produzione di tipo americano. Con la specificità, non solo italiana, che qualunque esecutivo, in questa cornice istituzionale sovranazionalizzata, non potrà che ridursi -chi più, chi poco meno- a svolgere mansioni ragionieristiche conto terzi. In un’ottica di tagli, di smantellamenti di diritti, di svuotamento e cessione dei residui pezzi di sovranità nazionali, di abbassamento progressivo ed in prospettiva radicale delle condizioni di vita, di contenimento repressivo a tutto campo. Si tratta della materialità di condizioni che connota ogni Paese in condizioni di subalternità, sudditanza, commissariamento. Grandi turbolenze si prospettano quindi all’orizzonte. E’ tutto da vedere se i referenti al governo che, su commissione esterna, hanno scoperchiato il vaso di Pandora del sistema di produzione e di relazioni sociali di questo paese abbiano ben chiaro ciò che sulla carta dovrebbe innescarsi. Come però, allo stato, conferma il caso della Grecia, dove anche la combattività di certi sindacati e certe forze politiche non riesce a strappare risultati significativi, il malcontento, più in generale la lotta sociale, ha bisogno di uno strumento politico, di una strategia politica, di obiettivi politici. Innanzitutto di una chiara ed esplicita rivendicazione della sovranità. Quindi di idee, di progetti di società che si articolino nel durante e nell’articolazione di rivendicazioni e lotte concrete. Di una lotta di liberazione nazionale, insomma. Consapevoli che la negazione della sovranità significa negazione alla possibilità di scegliere e decidere pienamente alcunché. La sfida del futuro prossimo rimanda quindi, in estrema sintesi, ad un interrogativo cui sarà necessario dare risposte in termini di contenuto, di indirizzo, di linguaggio, di analisi, di proposte, di progetto, di forze sociali, e cioè: rivolta o liberazione?

Fonte: http://www.appelloalpopolo.it/?p=6127

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