Di Mauro Tozzato

 

Nell’intervento di una settimana fa riguardante alcune osservazioni critiche su  un articolo di Panebianco – che tra le altre cose chiamava in causa l’ideologia politica denominata neorepubblicanesimo –  non era stato esplicitato in modo sufficiente il contenuto di questa nuova tendenza della filosofia politica. Cercherò qui di stendere alcune osservazioni a partire da un saggio apparso, qualche anno fa,  negli Annali del Dipartimento di Filosofia dell’Università di Firenze ad opera di Alessandro Pinzani. I maggiori teorici di riferimento di questa corrente filosofica, nata e cresciuta nelle università anglosassoni,  sono Quentin Skinner, Philipp  Pettit e Maurizio Viroli. In questa concezione la repubblica è una comunità fondata sul diritto e sul “bene comune”; Rousseau, ad esempio, scrive nel Contratto sociale (l. II, cap. 6):

«Chiamo dunque repubblica ogni Stato retto dalle leggi, sotto qualunque forma di amministrazione possa essere: infatti solo allora l’interesse pubblico governa e la cosa pubblica è qualcosa».

A partire da Cicerone i pensatori del repubblicanesimo classico hanno, comprensibilmente, trovato notevole difficoltà a definire il significato del cosiddetto “bene comune” e per lo più si sono trovati d’accordo sul fatto che il “sommo bene” per una repubblica consisterebbe nella conquista e nel mantenimento dell’indipendenza politica. Ma questa conquista può risultare duratura solo a condizione che i cittadini siano capaci di esprimere determinate virtù civiche: la prima di queste si realizza quando i medesimi cittadini risultino capaci di sacrificare, quando necessario, i propri interessi individuali per salvaguardare il “bene comune”. Le altre virtù civiche di cui parla il repubblicanesimo classico sono una estensione della virtù cardinale della fortezza: l’amor di patria, il coraggio, il valore militare, l’abnegazione, la disciplina. L’esaltazione di questo tipo di virtù civiche viene considerato come causa dell’ acutizzazione dei conflitti tra le diverse posizioni politiche all’interno dello stato repubblicano; nella misura in cui il patriottismo porta a vedere, nelle divergenze tra i vari “partiti” riguardo agli interessi e alle opinioni, una minaccia all’indipendenza politica della repubblica, l’avversario diventa allora un “nemico” da combattere e da sconfiggere, così che, del tutto conseguentemente,  la critica liberale ha buon gioco nel mettere l’accento  sui pericoli di svolte autoritarie e “tiranniche” che l’ideologia repubblicana classica fomenterebbe. Le altre virtù, che vengono spesso ricordate dai teorici della res publica, sono quelle che permettono di mediare con i principi del liberalismo classico come la solidarietà tra concittadini, il rispetto per le leggi anche quando la sanzione della loro violazione appare improbabile, il rispetto per stili e modi di vita diversi dal proprio, la tolleranza religiosa, la disponibilità e la ricerca del dialogo. Infine risulta determinante e decisiva la concezione della libertà specifica dell’ideale repubblicano rispetto a quella propugnata dal liberalismo e dal democraticismo. L’uguaglianza dei cittadini  di fronte alla legge è un principio comune anche al liberalismo, mentre il repubblicanesimo si caratterizza per l’idea dell’indipendenza rispetto all’arbitrio altrui, non tanto in riferimento agli individui,  ma prima di tutto riguardo alla natura dello Stato. Sarebbe Bartolo da Sassoferrato, secondo gli autori maggiormente autorevoli, ad avere per primo definito il “concetto di sovranità politica”:

<<libera è quella città che non riconosce alcun potere superiore ad essa («potestas superiorem non recognoscens»)>>.

Modello storico di questa libertà sarebbero stati, secondo i neorepubblicani, i comuni e le repubbliche cittadine dell’Italia medievale e rinascimentale. Infatti esse, nonostante le ineguaglianze e gli squilibri sociali presenti al loro interno, avrebbero incarnato per lungo tempo il principio dell’autogoverno cittadino e tradotto nella prassi politica il principio classico di un governo delle leggi e delle istituzioni contrapposto a quello personale dei prìncipi e monarchi assoluti regnanti negli Stati assoluti dell’epoca. Philipp  Pettit avrebbe infine definito, per differenza, la libertà dei repubblicani chiamando: 1) libertà negativa la libertà come non interferenza  – o meglio con il minimo di vincoli, nel senso di Locke – nel contesto del pensiero liberale; 2) libertà positiva le forme di autogoverno democratico e 3) “libertà come indipendenza” quella dei repubblicani (Pettit 1997). Viroli poi specifica che l’autogoverno democratico non risulta adeguato perché

<<una legge accettata volontariamente dai membri della più democratica delle assemblee può essere benissimo una legge arbitraria che permette ad alcuni di costringere la volontà di altri e può quindi privarli di autonomia (Viroli 1999)>>.

In definitiva l’autonomia individuale dei liberali e l’autogoverno dei democratici sarebbero un ostacolo al compiutogoverno delle leggi che solo la libertà repubblicana garantirebbe. Di fatto i neorepubblicani condividono con altri autori, anche collocati in posizioni molto diverse, una sostanziale sfiducia nella capacità del popolo, delle masse, di legiferare in maniera giusta; le buone leggi non verranno mai dall’ampliamento della “democrazia” né dalla libera scelta degli individui che hanno la forza di far prevalere i propri interessi ma solo dalla capacità dei legislatori di focalizzare come principio guida l’idea del “bene comune”. Ma ancora una volta ci si domanda se è possibile dare un contenuto concreto a questo vero o presunto  “bene comune”; troppo vago identificarlo con  l’interesse generale e questo con l’interesse di una o più classi privilegiate. In realtà l’interesse del paese in un determinato momento non coincide necessariamente con il “bene comune”, se vogliamo attribuire a quest’ultimo un significato e una portata che vadano al di là del semplice tornaconto presente. I repubblicani classici, da Cicerone a Machiavelli, identificavano invece il “bene comune” con l’indipendenza politica e con l’espansionismo militare (mentre i neorepubblicani su questo punto sono molto più “moderati”). In ogni caso il bene comune possiede per loro una dimensione diacronica: non coincide cioè necessariamente con gli interessi dei cittadini che attualmente vivono nella repubblica, anzi: a questi ultimi può essere richiesto di sacrificarsi per il bene dello Stato e delle generazioni future affinché l’indipendenza politica sia salvaguardata per queste ultime. Persino Rousseau, nonostante le differenze che lo separano dai classici repubblicani,  nei progetti costituzionali per la Corsica e la Polonia finisce per sposare l’ideale classico di bene comune come indipendenza politica della repubblica, anche a prezzo degli interessi particolari dei singoli cittadini, che vengono sacrificati in maniera spesso radicale.

Mi pare che da queste brevi note si possa già comprendere che il pensiero repubblicano classico e quindi in qualche maniera anche il neorepubblicanesimo rimandino a dei valori di indipendenza politica nazionale e di implementazione della capacità e volontà di affrontare il conflitto internazionale e globale in maniera forte e determinata che in questo blog sono stati ricordati molto spesso e ancora adesso rappresentano uno dei fili conduttori della nostra proposta politico-culturale.

Conflitti e Strategie

Mauro Tozzato           23.10.2011

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