Pubblicato da Nestor Carnevali per Ecoblog

Nella primavera del 1987 alcune associazioni ambientaliste piemontesi raccolsero in poche settimane le 60 mila firme necessarie per indire un referendum regionale contro la caccia. Non si trattava della richiesta di abolire l’attività venatoria, ma di una serie di misure che la rendevano più complessa e più regolamentata: la protezione per 25 specie di animali ancora oggi cacciabili (8 mammiferi e 17 di uccelli), il divieto di caccia nella giornata di domenica e su terreni innevati oltre che l’abolizione di tutte le deroghe ai limiti di carniere delle aziende faunistiche private.

La giunta regionale dell’epoca dapprima approvò la consultazione, poi fece passare una legge che non recepiva tutte le richieste degli ambientalisti e avviò così un incredibile battaglia a colpi di carte bollate fra i comitati e la regione. Ci sono voluti 24 anni perché fra magistratura amministrativa ed ordinaria si arrivasse alla conclusione che il referendum ha legittimità e dovrà svolgersi. Il periodo individuato è quello fra il 15 aprile e il 15 giugno 2012 e “basterà” il quorum del 33% degli aventi diritti perché la consultazione sia considerata valida.

La storia, assolutamente kafkiana, non è però chiusa qui perché la regione non intende arrendersi e in consiglio pendono ben 4 leggi che modificano le normative sulla caccia, soltanto due di queste realmente fedeli alle richieste dei comitati referendari. Come se non bastasse sarà necessario un lavoro tecnicamente complesso sulla formulazione dei quesiti visto che, in un quarto di secolo, le leggi a cui si faceva riferimento sono state modificate e sono cambiate diverse volte. Il 17 settembre prossimo, in coincidenza con l’apertura della stagione della caccia, si svolgerà a Torino una manifestazione che avvierà la comunicazione ai cittadini rispetto ai quesiti, sempre che poi si riesca davvero a votare.

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