di: Matteo Mascia
Rinascita

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La procura di Lanusei ipotizza un legame tra militari e società esterne. Coinvolta una società della holding Fiat

L’inchiesta della procura di Lanusei sull’impiego di uranio impoverito a Quirra si arricchisce di nuovi elementi. Il procuratore del tribunale ogliastrino, Domenico Fiordalisi, sta infatti cercando di fare luce sul sistema dei controlli all’interno del grande poligono militare. Una architettura “gelatinosa” e poco funzionale.

Non a caso, una delle ipotesi di reato contestate agli indagati verte proprio sulle lacune nella prevenzione e nella profilassi. Leggerezze ed omissioni che coinvolgerebbero sia i vertici delle Forze armate che alcuni amministratori locali. Secondo la Procura avrebbero tenuto condotte penalmente rilevanti anche le società produttrici di armamenti.

Ci sarebbe stata una complicità tra gli apparati della Difesa e le multinazionali desiderose di sperimentare missili, munizionamento e dispositivi per la guerra elettronica all’interno di uno dei più importanti poligoni europei. I lavori della Commissione d’inchiesta del Senato e gli atti delle indagini hanno permesso di scoprire l’esistenza di un vero e proprio tariffario. Con cinquantamila euro all’ora – stando alle cifre ufficiose – privati ed eserciti stranieri hanno potuto sperimentare in terra sarda di tutto e di più. Sulla scrivania della magistratura sono arrivati i nomi di Finmeccanica ed Oto Melara. Due multinazionali controllate dallo Stato specializzate nella produzione di armi e materiale aeronautico. Aziende da sempre attive all’interno del demanio militare compreso in questa regione della Sardegna sudorientale. Non a caso, a pochi chilometri dall’ingresso della grande infrastruttura è attivo uno degli stabilimenti della Vitrociset. Società controllata dalla Selex – a sua volta rientrante nel patrimonio di Finmeccanica – specializzata nella gestione di centri aerospaziali e basi militari. Una delle aziende più importanti nell’intero panorama internazionale.

Nel 2009 la Nato ed il ministero della Difesa hanno affidato verifiche e controlli ambientali ad una società altamente specializzata. Stiamo parlando della Sgs, società di diritto elvetico con sede a Ginevra. Un colosso attivo in tutto il globo con oltre mille sedi e settantamila dipendenti. Due dei chimici incaricati delle procedure risultano iscritti nel registro degli indagati. Gli specialisti hanno infatti dichiarato come non ci fossero prove in grado di stabilire un legame tra l’utilizzo di determinate armi e l’inquinamento ambientale della zona.

Attività accompagnata da una sorta di “subappalto” a favore di un laboratorio chimico dell’Aeronautica militare all’interno della base di Pratica di Mare. Il controllare ed il controllato diventavano quindi la stessa persona. Era lo stesso ministero che garantiva la correttezza di esercitazioni e pratica a tutela dell’ambiente. Una coincidenza sicuramente non casuale o involontaria.

Le indagini sulla Sgs potrebbero presto coinvolgere nomi illustri del capitalismo nostrano. La società è infatti controllata dalla Exor, la holding finanziaria della famiglia Agnelli. Le sue attività rientrano quindi sotto l’egida del gruppo Fiat. Operazioni di alto profilo dal punto di vista tecnico. Proprio qualche giorno fa, la Sgs ha acquisito la Environ Cientifica Ltda, società brasiliana specializzata in igiene industriale e servizi di ingegneria ambientale. Contratto preceduto di qualche giorno dalla acquisizione di una società sudafricana attiva nel comparto della metallurgia. Secondo i consulenti dell’accusa, la Sgs avrebbe portato avanti un sistema di analisi e rilievi molto lontano dai più elementari metodi scientifici di indagine. Per il controllo di un’area vasta oltre sette chilometri quadrati sarebbero stati prelevati e studiati solo sette lombrichi.

Uno studio utile a verificare la presenza di isotopi radioattivi nel suolo; peccato che diversi articoli pubblicati su altrettante riviste specializzate parlino di un numero di anellidi molto più ingente. Le analisi si sarebbero poi concentrate sulla sola presenza di uranio impoverito, tralasciando deliberatamente le indagini sul torio o sugli altri metalli pesanti pericolosi per la popolazione civile ed animale. Al processo, ministero ed imputati, dovranno cercare di smontare le risultanze in mano alla Procura. Per il momento, è chiaro come in tanti avessero interesse a non rendere trasparente quanto accadeva nel Salto di Quirra.

Fonte: Rinascita 24 Aprile 2012

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