di Daniele Lorenzetti

«Le banche vengono salvate, i popoli no. Perché il tardo capitalismo è diventato un’ideologia che vuole massimizzare il potere dei soldi. La democrazia era ‘una testa un voto’, il mercato senza regole è ‘un dollaro un voto’». L’atto d’accusa di Ha Joon Chang, docente di Economia dello sviluppo a Cambridge

(21 maggio 2012)

Ha Joon ChangHa Joon ChangHa scritto un agile libretto ,”23 cose che non ti hanno mai detto sul capitalismo” (in Italia tradotto dal Saggiatore, ndr) disseminandolo di gustose provocazioni intellettuali. Per esempio che «il libero mercato non esiste», che «i Paesi poveri sono più intraprendenti di quelli ricchi» e che «la lavatrice ci ha cambiato la vita più di Facebook». Adesso sta lavorando a un manuale di economia per la gente comune: «Così, per farsi trovare preparati e non bersi ogni frottola che passa».

Ha Joon Chang è un economista di quelli tosti. Colto, scattante, cordiale, il quarantottenne coreano docente di economia dello sviluppo a Cambridge è considerato tra i critici più lucidi della globalizzazione e del neoliberismo. Una testa controcorrente, eppure capace di conquistarsi le lodi di un Martin Wolf, l’autorevole columnist del ‘Financial Times’, così come del Nobel Joseph Stiglitz. Chang lavora in uno studiolo intasato di libri, al primo piano di quella che fu la vera cittadella del pensiero keynesiano. Un paradigma che si guarda bene dal rinnegare anche in questa conversazione con ‘l’Espresso’.

Partiamo dall’attualità. Il destino della Grecia è segnato?
«Probabilmente dovrà uscire dall’euro. Dubito che i tedeschi faranno abbastanza concessioni da rendere attraente una permanenza nella moneta unica. Altri tre anni così la società ellenica non li regge».

Ma visti gli scenari dell’eventuale svalutazione della dracma non sarebbe meglio provare a restare?
«In linea di massima sì, se il pacchetto di salvataggio fosse genuino. La California, uno Stato che vale un quarto dell’economia americana, è praticamente andata in bancarotta. Se gli Stati Uniti possono sostenere il loro Stato più grande, perché l’Europa non può aiutare la Grecia, che vale il 2 per cento del suo Pil?».

E secondo lei?
«In giro c’è troppa ipocrisia. Ha presente il detto ‘Bisogna essere in due per ballare il tango’? In Corea diciamo che servono due mani per un applauso. Se è vero che i greci (e gli spagnoli, e gli italiani) si sono certamente indebitati troppo ci sarà qualcuno che gli ha fatto credito. Di solito banche tedesche, francesi e svizzere».

Vuol dire che c’è troppo accanimento verso la Grecia? I debiti non sono un’invenzione.
«Dico che quando un’azienda è insolvente di solito si aprono delle procedure per evitare il fallimento, c’è il tentativo di farla ripartire su basi solide. Ma la Grecia viene tenuta sul filo, con misure che palesemente non rilanciano la crescita e la affondano in una spirale recessiva».

Sostiene che finora la regola è stata Keynes per le banche, Friedman per i popoli?
«E’ esattamente così. Le banche vengono salvate ma non si prendono nessuna responsabilità, la vita è diventata troppo comoda per loro. Invece dobbiamo applicare gli stessi standard. Per esempio: non condanno il “quantitative easing” (le iniezioni di liquidità da parte della Bce, ndr) ma perché non dire: vi diamo questi soldi a patto che ne prestiate almeno un tot alle imprese e ai privati?».

Ora l’austerità è sotto tiro dopo la vittoria di Hollande.
«Bisognerebbe recuperare il buon senso e il pragmatismo».

Ma il ‘fiscal compact’deve essere ratificato dai Parlamenti o cambiato?
«Uno schema di rara stupidità. Chi dice che il 3 per cento di Maastricht, o addirittura lo 0.5 per cento adesso, è un tetto desiderabile per il deficit? Se almeno dicessero zero sarebbero più coerenti. Ammettiamo di condividere – e io non la condivido – l’impostazione che il bilancio debba sempre essere in pareggio. Ma perché non considerare il ciclo economico come base?»

I liberisti accusano voi keynesiani di essere irresponsabilmente pro-debito. E poi se lo Stato è inefficiente perché non farlo dimagrire?
«Sfortunatamente molti non hanno ancora capito Keynes. L’argomento del deficit può essere corretto da un punto di vista individuale ma quando si guarda all’intera economia la spesa di uno è sempre il guadagno di un altro. Un conto sono le spese improduttive, un altro il Welfare o gli investimenti che aiutano a crescere. Dimenticano che paesi come la Svezia, con quel livello di tassazione e si welfare, mediamente sono sempre cresciuti più degli Stati Uniti».

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