L’idea di una public company porterebbe al dominio di pochi grandi azionisti con nessun controllo
L’attenzione dei media punta in misura crescente sulla questione Bankitalia, ora all’esame del Parlamento che deve decidere la conversione in legge di un decreto che ne detta la riforma. Si tratta di un affare complicato sia per la tecnicalità dell’oggetto sia per i pasticci che quel decreto combina.

Per capire, occorre risalire alla notte dei tempi. Almeno al 1936, ovvero dopo la crisi delle grandi banche miste italiane (Comit, Credit, Banco di Roma) e di Bankitalia che le aveva rifinanziate. In quell’anno fu emanata la nuova legge bancaria e la Banca d’Italia, nata nel 1893 come azienda privata, poi quotata in borsa, venne dichiarata “istituto di diritto pubblico”. In quell’occasione non si volle tuttavia procedere alla statizzazione vera e propria, mantenendo l’ente in una sorta di limbo giuridico, quello di una “società anonima anomala” (così definita dal Messineo nel 1966).

Si procedette quindi a “rimborsare” gli azionisti con il «valore delle azioni, in rapporto alla situazione al 31 dicembre 1935, nella misura di lire 1.300 ciascuna, cifra rappresentante il capitale versato e la quota di riserva afferente a ciascuna azione» (fonte: bilancio Bankitalia 1935, p. 52). All’epoca il capitale versato era pari a nominali 300 milioni di lire ovvero 600 lire per azione. Dunque, nel 1936 la valutazione fu al valore di libro (book value).

Il nuovo statuto adottato nel 1936 dispose il versamento di un nuovo capitale di 300 milioni da parte di enti sotto controllo statale (100 istituti, banche di diritto pubblico e casse di risparmio per l’89,5%), mentre 9 istituti di assicurazione furono chiamati a possedere il restante 10,5% a titolo di investimento delle riserve tecniche.

Il resto della storia è stato descritto magistralmente dal Governatore di Bankitalia Ignazio Visco nell’audizione al Senato di giovedì scorso 12 dicembre alla quale rimando per utile lettura (fino a pag. 4 del testo diffuso da Bankitalia).

Vi sono alcuni punti fermi che occorre chiarire:

i)Bankitalia ha funzioni istituzionali importanti e deve poterle svolgere con la massima efficienza e senza “intralci” di chicchessia, compresi specialmente i governanti; ii) Bankitalia è parte del Sistema europeo delle banche centrali ai cui principi sono stati adeguati a suo tempo gli statuti di tutte le banche centrali dell’eurozona; iii) tra quei principi vi è l’indipendenza, che è salvaguardata dall’attuale statuto nel suo primo articolo che recita «nell’esercizio delle proprie funzioni, la Banca d’Italia e i componenti dei suoi organi operano con autonomia e indipendenza nel rispetto del principio di trasparenza, e non possono sollecitare o accettare istruzioni da altri soggetti pubblici e privati». I dirigenti di via Nazionale hanno quindi tutte le garanzie solo che le vogliano far valere; iv) diversa questione è la governance della banca e i poteri che si attivano, ad esempio, nell’amministrazione, nella nomina dei dirigenti e nella determinazione di mansioni e retribuzioni.

Chiarito quanto sopra i termini del problema sono i seguenti:

  1. per effetto delle riforme bancarie e delle privatizzazioni degli anni ’90 Bankitalia si è ritrovata, suo malgrado, ad essere posseduta da soggetti che si sono trasformati da pubblici in privati; i soli soggetti pubblici rimasti sono Inps e Inail con una quota complessiva di appena il 5,67%;
  2. I soggetti privati che partecipano al suo capitale sono da essa stessa vigilati; dunque, il vigilante è posseduto dai suoi vigilati, il che non è concepibile, per quante assicurazioni possano essere date circa la neutralità di trattamento; vi è un conflitto d’interessi che deve essere eliminato;
  3. Vi sono tre partecipanti (Intesa Sanpaolo, Unicredit e Generali) che possiedono da soli il 70,87% del capitale;
  4. Una legge dello Stato, approvata dal Parlamento nel 2005, aveva disposto il passaggio allo Stato delle quote in mano privata, ripristinando cosi lo status originario. Questa legge è rimasta inattuata senza che ne sia stato chiarito il motivo.

Ricordo che nel febbraio 1997 uno studio dell’Istituto Ugo La Malfa (in realtà steso da Enrico Cuccia) attirò l’attenzione sulla criticità dell’assetto proprietario della nostra banca centrale nell’imminenza della privatizzazione di quasi tutti i suoi soci, ma non fu ascoltato. Vi fu anche chi liquidò l’argomento come pura perdita di tempo. Ora siamo invece di fronte ad un progetto (a mio parere assurdo) che prevede la totale privatizzazione della nostra banca centrale. Addirittura, il Ministro proponente ha parlato di volere una public company.

Perché la banca centrale deve essere controllata dallo Stato? Il motivo è semplice: le funzioni istituzionali (moneta, vigilanza, ecc.), ancorché ora delegate in gran parte al Sistema europeo delle banche centrali, sono prerogative “sovrane”. Esse comportano poi il conseguimento di profitti che, data l’origine, gravano sulla collettività la quale deve dunque rientrarne in possesso (ad esempio, il signoraggio che risulta dall’emissione delle banconote il cui controvalore viene impiegato in crediti e titoli fruttiferi).

Come ha correttamente affermato il Governatore nella citata audizione, «la maggior parte dei redditi e del patrimonio della Banca derivano dal potere di emissione delle banconote, assegnato per legge alla Banca d’Italia in regime di monopolio. È il risultato del cosiddetto signoraggio, il cui ultimo beneficiario non può che essere lo Stato italiano». Una dichiarazione perfetta che però deve concretizzarsi in “retrocessioni” effettive e totali di profitto. Non è possibile affidare ai privati la ricca massa di attivi che oggi comprende in particolare una quantità di oro valutabile in oltre 70 miliardi di euro e un “tesoretto” portato in bilancio per oltre 38 miliardi (su questo si tornerà più avanti).

Occorre aggiungere che la best practice nel mondo, ça va sans dire, è che il capitale della banca centrale appartenga nella sua totalità, o almeno in maggioranza, allo Stato al quale, come detto, debbono essere devoluti gli utili della gestione. Così accade nell’eurozona, dove Belgio e Grecia fanno eccezione avendo banche centrali nelle quali figurano privati, ma titolari di una minoranza delle azioni. Nel corso dei miei studi mi sono imbattuto in un solo caso di banca centrale “privata” ed era la Banca iraniana Melli che ha esercitato “anche” le funzioni di banca centrale fino al 1960; ma parliamo di un paese allora molto arretrato (80% di analfabeti) che appena “cresciuto” si è dato un ente centrale totalmente pubblico.

Dunque, la questione Bankitalia emerge perché l’attuale governo ha pensato di cancellare le disposizioni del 2005 (una legge dello Stato approvata dal Parlamento) attraverso un decreto legge, privo dei requisiti costituzionali dell’urgenza (se occorre ancora una prova, si legga il testo dell’audizione del Ministro proponente venerdì scorso, p. 11 del testo diffuso). Oltre che sbagliata, la nuova disposizione è perciò in tutta evidenza incostituzionale.

Il progetto del Governo per la public company si fonda sull’aumento della platea dei soci; a tale scopo cerca di creare un qualche appeal per un investitore privato e pertanto prevede un flusso “dichiarato” di dividendi pari al 6% del capitale nominale (che sarebbe stabilito in 7,5 miliardi di euro, su cui torneremo nel seguito) e nella facoltà di negoziare liberamente le quote attraverso la soppressione dell’attuale clausola di gradimento sui nuovi soci. Ma v’è da presumere che non ci si attendano grandi flussi di compravendite, tanto è vero che, per «favorire l’equilibrata distribuzione delle quote», Bankitalia viene autorizzata a riacquistarle lei stessa sotto condizione di temporaneità; non essendo fissati limiti, la temporaneità potrebbe rivelarsi una chimera.

Alcune considerazioni sui punti precedenti, la prima sul capitale. Si è argomentato che il capitale è fermo dal 1936 in 300 milioni di lire pari a 156 mila euro. Molte delle banche partecipanti hanno rivalutato nel tempo le quote che possedevano: Banco di Roma (poi Capitalia e ora in Unicredit), Monte dei Paschi, Carige, San Paolo (ora con Intesa), altri.

In tutti questi casi le rivalutazioni hanno prodotto effetti civilistici. In primis rafforzando il patrimonio dei soggetti che le hanno contabilizzate (ciò indipendentemente dal fatto che quelle rivalutazioni siano sempre state escluse dal conteggio del patrimonio regolamentare ai fini della vigilanza). In secondo luogo, le rivalutazioni hanno contribuito alla determinazione dei valori di mercato delle banche che le hanno effettuate. Si tratta infatti di imprese che sono state cedute sul mercato e le cui azioni sono state quotate in Borsa, consenzienti tutte le società di revisione contabile.

La vigilanza di Bankitalia confermava evidentemente quei metodi, altrimenti avrebbe dovuto risolvere molto prima il problema del valore di bilancio delle quote se le riteneva così tanto supervalutate; valutazione che – si dice solo ora – non è mai stata né chiara né pacifica, non essendo definita, «la delimitazione dei diritti patrimoniali dei partecipanti» (così Visco nella citata audizione). Siamo in presenza di istituti come Carige che valutano Bankitalia al patrimonio netto (nel 2012 pari a 23,5 miliardi) e di altri che continuano a tenerla ai valori storici (156 mila euro), con Bankitalia che, come ricordato, nelle sue frequenti ispezioni non ha mai eccepito alcunché.

Ultimo, ma non per importanza, il “valore” di una quota di partecipazione non si può rapportare al solo capitale nominale, ma si estende alle riserve. Il progetto del governo sottovaluta i diritti acquisiti dai soci attuali. Diritti che non si possono nascondere sotto il tappeto; nell’audizione del 13 dicembre il Ministro proponente cita il regime attuale che configura dividendi ai soci di entità crescente nel tempo “potenzialmente senza limiti” e dichiara necessaria «l’eliminazione dallo Statuto della previsione che riconosce ai partecipanti pretese sui frutti annualmente percepiti sugli investimenti delle riserve».

Bankitalia ha proceduto a una perizia e qui il Governatore ha rivelato l’altro giorno che la forchetta di valori individuata, tra 5 e 7,5 miliardi, è da attribuire ai «risultati delle analisi dei nostri Uffici»; seguendo i riporti di stampa, avevamo invece inteso che tale forchetta fosse stata il risultato del lavoro dei tre “esperti di alto livello” all’uopo designati. Comunque sia, abbiamo un dato che pare dedotto a bella posta dal valore attuale del flusso di dividendi al 6% sul capitale di 7,5 miliardi il quale eguaglierebbe il «dividendo ridotto, ma crescente indefinitamente negli anni futuri» che maturerebbe nella situazione attuale. Lasciamo passare la difficoltà di calcolo di tale equivalenza e il mancato riconoscimento dei diritti acquisiti da chi ha detenuto sinora le quote, e passiamo al dividendo sotto il nuovo regime. Pagare indefinitamente il 6% su un capitale nominale fisso in un contesto inflazionistico significa assicurare un rendimento che in termini reali si deteriora continuamente, tendendo quindi verso zero nell’avanzare degli anni. Se si aggiunge la difficoltà di negoziazione che i titolari delle quote incontreranno non è difficile prevederne la scarsa fortuna.

Lo stesso apparente vantaggio che viene suggerito alle banche attuali azioniste di poter computare a fini di vigilanza le quote a valori rivalutati è da ritenere effimero. Salvo infatti che nasca un mercato con negoziazioni a livello borsistico (il che a mio parere è assai improbabile) non sarà facile trovare nuovi compratori, salvo spregiudicati, ancorché onorati, “cercatori d’oro”. Questo significa pure che, considerato il limite del 5% di quota che si vorrebbe stabilire per ogni singolo partecipante, il riacquisto delle quote previsto da parte della stessa Bankitalia rischia di trasformarsi da provvisorio in definitivo. E poiché i primi tre soci dovrebbero scendere prontamente dal 70,87% al 15%, di fatto, è molto probabile che Bankitalia si trovi a possedere indefinitamente il 55,87% di sé stessa. Con il che quel limite del 5% salirebbe di fatto all’11% con la possibilità che 4 o 5 soci divengano quelli di riferimento (evito di commentare l’ipotesi in cui siano tutti soggetti stranieri, ancorché europei). Il problema non cambierebbe abbassando quel limite dal 5 al 3%. Il difetto sta all’origine: Bankitalia non può essere “privata”.

Vi sarebbe un ennesimo effetto indesiderabile. Il Governo pensa di tassare le rivalutazioni che le banche partecipanti applicherebbero alle loro interessenze. Tuttavia iprimi tre soci non si limiterebbero a rivalutare, ma realizzerebbero una “vera” plusvalenza sulla vendita; plusvalenza che sarebbe pure esente da imposizione, facendo sfumare anche gli spiccioli di tasse che si sperava di cavare da questa operazione.

Relativamente al dividendo, si potrà contare sul 6%? A mio parere solo se Bankitalia distribuirà una parte degli utili da signoraggio. Infatti, nella media degli ultimi 5 anni, i fondi in contropartita di riserve e accantonamenti hanno fruttato poco più della metà di quella percentuale (3,3% per l’esattezza). V’è quindi una forte ambiguità perché, da un lato – correttamente – il Governatore afferma che «il patrimonio della Banca d’Italia è un patrimonio della collettività» e quindi non va dato a pochi privati partecipanti al suo capitale, mentre dall’altro si cerca di garantire un reddito annuo (quanto meno negli anni iniziali) che ne preleva una quota. Un rendimento inferiore al 6% comporterebbe invece una valutazione diversa dai 7,5 miliardi del patrimonio che spetta ai privati. Come si vede, è difficile tenere in piedi questi numeri.

Tornando sull’entità del capitale, il livello che si intende stabilire in 7,5 miliardi è visibilmente troppo elevato. La Banque de France e il Banco de España sono a quota 1 miliardo, la Deutsche Bundesbank a 2,5 miliardi. Considerando corretta la valutazione fatta da Bankitalia delle quote che si possono attribuire ai privati “al netto” del signoraggio, i 7,5 miliardi andrebbero almeno divisi in due parti eguali di 3.750 milioni ciascuna di cui una per il capitale nominale (che resterebbe comunque elevatissimo nel confronto europeo) e l’altra per la riserva ordinaria. Si avrebbero due risultati: in primo luogo un’eventuale perdita di gestione non comporterebbe l’abbattimento del capitale, ma solo la riduzione della riserva ordinaria che lo statuto dovrebbe fissare come valore massimo allo stesso livello del capitale (similmente alla disposizione scritta nello statuto della Deutsche Bundesbank).

È infatti evidente che se si vuole la public company allora i privati debbono essere esposti anche alle perdite d’esercizio, per quanto improbabili esse possano essere. In secondo luogo, va riformato lo statuto laddove si stabilisce la destinazione degli utili. Finora la prima destinazione sono state le riserve (20% all’anno più altri massimo 20% per un totale del 40%). Questo ha prodotto l’accumulo nel bilancio Bankitalia di un “tesoretto” che si è ingrossato sempre più. A fine 2012 aveva raggiunto i 38,5 miliardi di euro (erano 28,8 miliardi cinque anni prima) impiegati in titoli di stato, altre obbligazioni, azioni e quote di fondi. Realizzare gli utili, ma poi tenerseli stretti in cassaforte non è proprio il migliore dei modi per dimostrare che il patrimonio di Bankitalia è della collettività.

Ho già osservato che Bankitalia è la più solida delle banche centrali europee anche per gli eccessivi accantonamenti a riserva citati sopra (Il Sole24Ore, 5 settembre e 3 novembre 2013). Il suo patrimonio netto è 2,5 volte quello della Banque de France, oltre 4 volte quello della Bundesbank e 6 volte quello della Bank of England e del Banco de España. Capita l’opposto per quanto riguarda la distribuzione degli utili allo Stato: negli anni dell’euro (1999-2012) la Banque de France ha distribuito 26 miliardi, la Deutsche Bundesbank 55 miliardi, Bankitalia poco più di 4 miliardi. Visto che si mette mano alle riforme, credo sia giunto il momento di restituire allo Stato il patrimonio esuberante (cioè gli utili da signoraggio realizzati, ma trattenuti). In un precedente calcolo (Il Sole24Ore, 3 novembre 2013) ho dimostrato che è possibile creare con l’eccesso di profitti che ora sono nel freezer di Bankitalia un fondo di almeno 8 miliardi per promuovere investimenti innovativi di imprese meritevoli; sarebbe un inizio di politiche di effettivo sostegno alla domanda. Bankitalia resterebbe la banca centrale più solida dell’eurozona e contribuirebbe all’interesse di tutti di ridurre l’enorme disoccupazione che ci assilla.

Chiudo condividendo il richiamo del Governatore all’attività di ricerca economica svolta dal Servizio Studi della nostra banca centrale. Pur non trovandomi sempre allineato sulle posizioni analitiche, rabbrividisco nel pensare che quell’attività, all’interno di un ente privatizzato, possa far venir meno l’alta funzione consulenziale svolta per il Governo e il Parlamento. “Il consultarsi in fatto di monete co’ banchieri e negozianti, i quali non al pubblico bene della patria levano gli sguardi, ma li restringono nella sfera del loro interesse ben sovente opposto a quello della nazione, sarebbe lo stesso che se un generale consultasse col nemico il piano delle operazioni da farsi” (Cesare Beccaria, 1762).

Fonte: http://www.linkiesta.it/bankitalia-privati

Commenta su Facebook