dot Quando i Borbone raggiunsero l'America

di Romualdo Gianoli

Che l’Armata di Mare del Regno delle Due Sicilie (com’era allora chiamata la Marina da guerra borbonica) fosse la più importante tra le Marine preunitarie è un fatto noto. Molto meno noto, però, è che, all’indomani dell’unità d’Italia, Cavour ne adottasse le ordinanze, i regolamenti, i segnali e perfino lo stile delle uniformi duosiciliane, estendendole alla neonata Regia Marina del Regno d’Italia. Con buona pace di quella vera sciocchezza che fu la leggenda del “Facite ammuina”. Una tale decisione da parte di Cavour (uno non certo incline a nutrire simpatie per tutto quanto fosse stato borbonico) in realtà la dice lunga sulla considerazione e la stima di cui godeva l’Armata di Mare napoletana, i suoi uomini e i suoi mezzi, rispetto alle analoghe istituzioni preunitarie. Stima e considerazione che la Marina di Sua Maestà borbonica aveva saputo conquistarsi nel corso del tempo, attraverso tutta una serie di attività e iniziative che ne avevano fatto (per consistenza e capacità) la terza marina da guerra d’Europa e la prima d’Italia. Un esempio oggi ben poco noto (per non dire del tutto sconosciuto ai più) di queste attività, è l’avventurosa storia delle missioni oceaniche compiute da quelle navi che formavano l’orgoglio della nazione meridionale. E’ il caso, allora, di ricordare proprio una di queste missioni che si svolgeva proprio in questi stessi giorni di luglio di centosettantadue anni fa.

La partenza
Il 30 maggio del 1843, Teresa Cristina di Borbone, sorella del re di Napoli Ferdinando II, andò in sposa per procura a Dom Pedro II di Bragança, imperatore del Brasile. Di lì a poco questo avvenimento rappresentò l’occasione per mettere alla prova l’abilità dei comandanti di marina napoletani e la validità delle navi del Regno, fino ad allora destinate per lo più alla navigazione nel Mediterraneo. Una squadra navale delle Due Sicilie, infatti, ebbe l’incarico di scortare la principessa napoletana nella sua nuova patria americana. Della squadra facevano parte quattro navi: il vascello di lineaVesuvio (la più grande nave della flotta borbonica, armata con 84 pezzi d’artiglieria e varata nel 1824 nel cantiere di Castellammare di Stabia) la fregata di 1° rangoPartenope e le due fregate di 2° rango Amalia e Isabella.

Il comando
Il comando della divisione navale fu affidato al capitano di vascello barone Raffaele de Cosa sul Vesuvio. La Partenope era comandata dal capitano di fregata Lucio di Palma, mentre la  Amalia e la Isabella erano al comando, rispettivamente, del capitano di fregata Luigi Jauch e dal capitano di fregata Gabriele de Simone. Sull’Amalia, col grado di tenente di vascello, era imbarcato anche uno dei fratelli di Ferdinando II, il principe Luigi di Borbone, conte d’Aquila. Ad accompagnare la nuova imperatrice, poi, era giunta a Napoli quale scorta d’onore, una squadra navale brasiliana, composta dalla fregata Constituçao e dalle corvette Dois de Julho ed Euterpe. Le due squadre navali lasciarono il porto di Napoli alla volta di Rio de Janeiro il 1° luglio del 1843, salutate dalle altre imbarcazioni presenti nel porto e dallo stesso re Ferdinando II. Quegli uomini ancora non lo sapevano ma avrebbero rivisto le coste partenopee solo dopo cinque mesi e venticinque giorni, il 25 dicembre di quello stesso anno, dopo aver trascorso ben 140 giorni in navigazione!

La traversata
Fortunatamente, di questo viaggio lungo e a tratti avventuroso, è rimasto il rapporto che il Capitano de Cosa, fece al suo re al suo ritorno a Napoli, un rapporto che, con le sue descrizioni e impressioni (talvolta acute o altre volte ingenue) restituisce l’inconfondibile sapore della scoperta e dell’avventura d’altri tempi, a cominciare dal racconto della partenza, da cui s’intuisce tutta l’ansia per l’ignoto che s’andava ad affrontare: “ Sul cadere del 1° luglio, vicino al tramonto, la divisione dei Reali Legni da guerra data al mio comando, dava alla vela dalla rada di Napoli per corteggiare a Rio de Janeiro, capitale dell’Impero del Brasile, l’Imperatrice sposa ed anche per far vedere per la prima volta la nostra Real bandiera ed una parte della Marina da guerra in un porto d’America nell’altro emisfero. […] I Comandanti dei Reali Legni ancorati in rada, prima che fossero i Legni stessi sotto vela, avean fatto corteggio nelle proprie lance alle lance della divisione brasiliana, che conducevano la Corte ed il seguito della prelodata Imperatrice dal tratto che va dalla Casina del Chiatamone alla fregata La Costituzione sulla quale inalberando lo stendardo imperiale imbarcava l’Augusta viaggiatrice. La notte, nelle vicinanze di Nostra Signora di Piedigrotta non mancai salutare quel Santuario con nove colpi di cannone in unione degli altri Legni della mia divisione, che tenni in panna sino al giorno seguente per attendere la divisione brasiliana che potei raggiungere nelle vicinanze della costa di Sorrento. Effettuata questa prima operazione, dirigemmo con deboli venti dall’E.N.E. a sortire dal golfo. Eravamo sul far della sera che sorgeva chiarissima al traverso dell’isola di Capri, qui gli equipaggi porsero alle nostre terre l’addio dello sperato ritorno e di buon animo avventuraronsi al rischio di lunga navigazione affatto nuova per essi. Questa circostanza che non sfuggì dalla mia lunga abitudine al mare, mi offrì piacevolissima pruova che essi con buona disposizione si facevano a reggere le fatiche della navigazione”.

Verso l’equatore
Il 15 luglio, le navi napoletane e brasiliane passarono per Gibilterra, dirigendo verso l’Equatore, linea che fu oltrepassata la sera del 17 agosto. Era la prima volta che navi da guerra napoletane giungevano nell’altro emisfero: “Si giunse sulla Linea verso le 8 p.m. che con maneggevoli venti si tagliò nel 24mo grado di Longitudine. Fummo favoriti dal Ciel ch’era sereno, tranquillità di mare e da un chiaror di Luna, che tanto a’ marinai è confortabile. Niun ostacolo si frappose al nostro passaggio all’Equatore. […] La mattina seguente che già solcavamo l’emisfero australe volli solennizzare il felice eseguito passaggio ordinando a tutta la divisione al mio comando di alberare la nostra bandiera, che d’unita alla Brasiliana salutammo con una salva reale. Un tale segno di gioja fu nello stesso modo praticato dalla divisione combinata. Per animare sempre più la buona volontà de’ nostri equipaggi ordinai parimenti che a ciascun uomo venisse somministrata una caraffa di vino da beverlo alla salute del nostro Augusto Sovrano, che si degnò con suo Reale accorgimento far tagliare per la prima volta la linea equinoziale ai suoi bastimenti da guerra”.

Terra!
E la navigazione sarebbe proseguita senza problemi, se a turbarla non fosse capitato il tragico incidente nel quale un marinaio, tale Pasquale Balsamo, perse la vita cadendo da un pennone della fregata Isabella. Tuttavia, il viaggio proseguì senza altri intoppi secondo i piani, finché: “Finalmente dopo 37 giorni che scorsero fuori della vista di terra, il 2 settembre scovrimmo la costa di America e quindi il Capo Frio, donde si dirige per la Baja di Rio de Janeiro. La mattina seguente all’arrivo la nostra Real Principessa Imperatrice del Brasile sbarcò dalla fregata La Costituzione in una grossa gondola, ove vi era imbarcato l’Imperatore suo Augusto Sposo e S.A.I. D. Januaria di lui germana”. Quando le navi entrarono nella baia di Rio, lo spettacolo che si presentò agli occhi dei marinai napoletani dovette essere veramente magnifico: “I Reali Legni della divisione erano perfettamente arrangiati come suole succedere dopo un viaggio di breve tratto. Tutti furono nella posizione di fare gala di bandiere ed eseguire le consuete salve per rendere all’Augusta coppia gli onori dovutigli.  Era veramente sorprendente lo spettacolo che in quel momento presentava la Baja di Rio. Tutto spirava ilarità e lusso. Magnifico era il colpo d’occhio pel gran numero di bastimenti di tutte le Nazioni che festeggiavano quel lieto giorno”.

Il “nuovo mondo”
Dopo aver partecipato alla cerimonia nuziale e aver dato disposizioni per le riparazioni e gli approvvigionamenti necessari alle sue navi, il barone de Cosa pensò bene di fare ciò che avrebbe fatto chiunque di noi in una simile occasione: dedicarsi al turismo facendo un giro per le strade di quella città sconosciuta e piena di gente così insolita. I suoi furono gli occhi del viaggiatore che catturano e fermano sulle pagine di un diario immagini, sensazioni e impressioni di un luogo tanto esotico: “La città di Rio de Janeiro situata ai confini della zona torrida nella Latitudine 22°34’ Sud e Longitudine 42°54’ Ovest di Greenwich a prima vista è molto bella. I brasiliani decantano moltissimo l’aria che si respira e conseguentemente per salubre, sebbene da ciò che viddi nei dintorni vi esistono delle maremme che salutari effetti non debbono produrre. […] La popolazione di quella capitale è di 180.000 anime compresi i stranieri ed i negri, mentre quella del vasto Impero non oltrepassa i 5.000.000. Se per caso per un momento s’ignorasse la posizione geografica del Brasile percorrendo le strade di Rio de Janeiro, ammesso sempre tale errore, il viaggiatore crederebbe di trovarsi piuttosto in una città di Africa, che nell’America Meridionale, atteso il gran numero di negri che occupano la maggior parte di quella popolazione. […] Rio de Janeiro è costruita in un piano, le strade sono molto larghe, lunghe ed a linea retta; le case alquanto basse, buona parte di un piano, come è lo stesso Palazzo Imperiale, che non da annosi tempi era abitato dal Luogotenente portoghese, quando il Brasile come colonia al Portogallo apparteneva. La città non è murata, né veruna fortificazione la difende o la domina. […] E’ sorprendente intanto l’immenso numero di magazzini di cui le strade sono quasi tutte adorne, assortiti di tutti i generi che dall’estero s’immettono in quella piazza commerciante. E’ continuo il movimento che durante il giorno si osserva nel mercanteggiare, e lusso negli abitanti ciò che similmente avviene nelle piazze di commercio e nella Capitale. Piacevole si rendeva all’occhio del marino nell’ancoraggio di quella Baja osservando in tutti i giorni dal sorgere al tramonto del sole un continuo movimento di Legni mercantili che vi approdano o che partono. […] Rio de Janeiro viene valutata generalmente per una bella città, però non sfugge all’occhio sagace del viaggiatore ch’essa è ancora nella infanzia, non restando lungo tempo in quello stato dacché rapidamente progredisce alla civilizzazione”.

Non solo turista
Tuttavia il barone de Cosa non si limitò solo a fare il turista, perché al suo occhio di marinaio non sfuggirono le potenzialità economiche di quel nuovo mondo. Così, descrivendo il commercio della capitale brasiliana, non mancò di sottolineare altri aspetti ben più concreti, nel rapporto che consegnò al re: “I soli generi da potersi asportare sono cuoj, zucchero, caffè, legname per mobili ed una specie di acquavite che si estrae dalle canne di zucchero. Tutt’altro pel comodo della vita dall’estero s’immette, particolarmente dall’Inghilterra, Francia, Stati Uniti d’America, mentreché da ciò che udii in quella piazza medesima, dal Regno delle Due Sicilie si potrebbe immettere vini, olj, acquavite, grani o farina, paste lavorate, fieno, manna, seta lavorata, pelli colorate di Castellammare e frutti secchi”.

Il ritorno
Dopo circa un mese e mezzo di permanenza nella capitale brasiliana, dato che “altro non restava a compiere che implorare l’ajuto divino pel viaggio di ritorno”, la squadra napoletana si apprestò a ripartire e il 15 ottobre salpò le ancore alla volta del Mediterraneo, riattraversando nuovamente l’equatore il 27. Dopo essere passate al largo delle isole di Capo Verde il 6 novembre, l’11 le navi giunsero in vista delle Canarie ma a causa di venti contrari furono spinte nuovamente a Nord Ovest, verso le Azzorre e solo il 18 novembre fu possibile scorgere Flores, l’isola più settentrionale dell’arcipelago. Fu questo il periodo più duro di tutto il lungo viaggio di ritorno, durante il quale i marinai napoletani dovettero fare i conti anche con la scarsità dei viveri. Gran parte della carne salata caricata a Napoli, infatti, dovette essere gettata in mare perché avariata e sorte non migliore toccò alle galline che, imbarcate vive a Rio, erano già quasi tutte morte pochi giorni dopo l’attraversamento dell’equatore. Per giunta, anche durante il ritorno, come all’andata, un secondo incidente a bordo della Isabella, costò la vita ad un altro marinaio che cadde in mare e non fu più ritrovato.

Nel Mediterraneo
Ad ogni modo il 2 dicembre la squadra napoletana passò per Gibilterra rientrando, finalmente, nel Mediterraneo sicché “la vicinanza dell’augurato ritorno fece negli equipaggi ridestare quella gioja che avevano similmente tanta augurata nel lasciare le nostre terre, avventurandosi alle circostanze di lunga navigazione ad essi del tutto ignota”. Tuttavia la lunga avventura non era ancora finita perché a causa del tempo avverso e di inattese bonacce, dovettero passare ancora più di tre settimane prima che gli equipaggi napoletani potessero rimettere piede sul suolo patrio e il de Cosa potesse scrivere nel suo diario: “Dopo 85 giorni di navigazione senza verun porto toccare, la divisione dei Reali Legni di S. M. (D.G.) composta da questo Real Vascello e dalle tre fregate Partenope, Amalia e Isabella ha preso felicemente questo ancoraggio alle 2 ½ a.m. di questo istesso giorno. Dalla rada di Napoli, a bordo del Real Vascello Vesuvio, li 25 Dicembre 1843, il Capitano di Vascello, Barone Raffaele de Cosa”.

Fonte: http://www.informazionimarittime.it/quando-i-borbone-raggiunsero-lamerica-6772

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