Si tratta di una delle grandi ipocrisie umane: la libertà di critica. Nessuno oserà mai affermare esplicitamente la propria ostilità nei confronti della critica, tutti ne riconosceranno comunque il valore e l’importanza. Nei sistemi politici, infatti, la sua messa al bando è notoriamente sinonimo di totalitarismo. Eppure, la sua manifestazione viene sollecitata, gradita, o anche solo tollerata, quasi esclusivamente quando non è indirizzata verso se stessi. Criticare va bene, va benissimo… finché si criticano gli altri.
Siamo sinceri: in fondo i dittatori  l’hanno mai pensata diversamente? Un Duce non aveva ragioni di mettere a tacere chi se la fosse presa con il comunismo. E nessun regime stalinista ha mai ostacolato la critica al nazismo. Ma qualora i critici avessero rivolto la propria attenzione all’interno e non più all’esterno (del proprio paese, o partito, o movimento, o gruppo…), è facile prevedere che nei loro confronti sarebbe immediatamente scattata la censura. Perché criticare può anche essere considerata una attività lodevole, ma essere criticati non piace a nessuno. Eppure sta proprio qui una delle differenze fondamentali fra autoritarismo e libertà — nella possibilità di criticare chiunque.
Secondo Kant, cui viene attribuito il merito di aver introdotto questo concetto, la critica è il processo attraverso il quale la ragione intraprende la conoscenza di sé, «il tribunale che garantisca la ragione nelle sue pretese legittime ma condanni quelle che non hanno fondamento». Una interrogazione aperta di ciò che ci circonda come di se stessi, al fine di capire, determinare, decidere e — si presume — agire di conseguenza. La critica così intesa appariva come uno dei compiti dell’era moderna e costituiva non a caso l’aspirazione fondamentale dell’illuminismo, che sottoponeva ogni cosa al vaglio allo scopo di scoprire limiti e prospettive dell’essere umano.
In ambito sovversivo, una volta respinto il determinismo che vede nella rivoluzione l’ineluttabile fatalità del destino umano, la possibilità di un rovesciamento dell’ordinamento sociale è sempre stata legata alla diffusione della cosiddetta coscienza (di classe o individuale, posseduta da tutti o elargita dai soli intellettuali, queste sono altre faccende). Ora, cos’altro è questa coscienza se non una conoscenza di sé? È la coscienza ad alimentare la critica, ed è la critica a sviluppare la coscienza, in un processo che porta dritti allo scontro con l’esistente. Ecco perché la formazione della coscienza viene quotidianamente ostacolata dalle moderne tecniche di persuasione, propaganda e manipolazione poste in atto dal dominio, quelle che riducono l’infinito alla sola striminzita misura istituzionale. All’essere umano, bombardato da mille suggestioni, ordini, ricatti, consuetudini, non deve essere permesso di scoprire se stesso e autodeterminarsi. Verrebbe quindi da pensare che i nemici di questo mondo dovrebbero avere tutto l’interesse a considerare di vitale importanza la critica…
Per definizione criticare significa «esaminare qualcosa per metterne in rilievo soprattutto i difetti». Qual è l’intenzione di un simile sguardo? Ovviamente quello di averne consapevolezza al fine di porvi rimedio. Si evidenziano i difetti per evitare di ripeterli, per correggerli, per sventarli. Ciò spiega il motivo per cui la critica dovrebbe essere sempre sollecitata, giammai scoraggiata. Ma, come si è detto, nessuno osa negare le virtù della critica. Basta… che sia rivolta ad altri. Il problema sorge infatti quando lo sguardo critico si pone su chi ci sta vicino, su noi stessi, su quanto si condivide e si sta facendo. Allora tutto il pubblico apprezzamento per la critica, tutta la nobile disponibilità a prestarvi ascolto, si trasforma immediatamente in stizza e rancore. Come osate criticarci? Criticate gli altri, e saluteremo le vostre argute osservazioni; criticate noi, e liquideremo le vostre piatte banalità.
La motivazione di questo atteggiamento è semplice. La critica viene percepita come un attacco, quindi giustificabile solo nei confronti dell’esterno. Nel caso inverso, non può essere accettata. Perché divide, anziché unire. Il punto è che ad unire non dovrebbe essere l’accettazione passiva di regole, costumi, slogan, ideologie, bensì la condivisione di idee, metodi e prospettive. Tutte cose che richiedono non la sospensione dello spirito critico, ma il suo affinamento, il suo rafforzamento. «Mi piace essere criticato — scriveva un compagno d’oltreoceano — perché la critica mi indica i punti deboli del mio pensiero, permettendomi di rafforzarli». Ecco quale dovrebbe essere l’approccio con la critica: un’occasione di miglioramento. Naturalmente una critica può anche essere considerata fuori luogo, immotivata. Ed allora cosa resta da fare? O aprire un dibattito che — lungi dal far perdere tempo ed energie — può solo arricchire tutti, dando a ciascuno maggiore consapevolezza (in un senso o in un altro, poco importa). Però ciò implica ascoltare le critiche, rifletterci sopra, analizzarle per eventualmente controbatterle. È quanto avvenuto innumerevoli volte nel passato, quando il movimento era un crogiuolo di discussioni e polemiche, anche feroci. Oppure, triste alternativa, evitare ogni dibattito accumulando rancore verso chi osa criticare («Non si getta merda addosso ai compagni!»), il che è quanto avviene puntualmente nel presente. Con quali argomentazioni, è quello che vedremo.
Criticoni reazionari
Cominciamo con uno dei cavalli di battaglia dei nemici della critica. La critica è reazionaria, è il tentativo di ostacolare il libero svolgimento dei fatti. Chi critica è un rompicoglioni, un guastafeste da mettere alla porta senza riguardi né ritardi. Non bisogna disturbare il manovratore, distoglierne l’attenzione significa voler provocare un incidente. Nella sua opera più famosa, il filosofo austriaco Günther Anders ci fornisce una descrizione precisa della logica che sottende questa accusa: «Quando lo scrivente ebbe esposto questo ragionamento — e, si badi bene, in forma puramente descrittiva, senza proposte terapeutiche —, un rappresentante del juste milieu lo definì un “reazionario romantico”. Questo appellativo lo lasciò perplesso per un momento, perché venir sospettato di essere un reazionario non è una situazione che gli sia precisamente familiare. Tuttavia solo per un momento, perché nella discussione che seguì l’oppositore rivelò subito ciò che aveva inteso dire con il suo appellativo. Spiegò infatti: “Chi mette espressamente in luce tali fenomeni ed effetti, critica. Chi critica disturba tanto il corso evolutivo dell’industria, quanto lo smercio del prodotto, o perlomeno ha l’ingenua intenzione di tentare una tale azione di disturbo. Ma poiché il corso dell’industria e lo smercio devono progredire in ogni caso (non è forse così?), la critica è eo ipso sabotaggio del progresso e quindi appunto reazionaria“. Non potevo certo rammaricarmi che questa spiegazione difettasse di chiarezza».
Trasportato all’interno del nostro sempre più irrespirabile frammento di mondo, come si manifesta questo ragionamento? Chi critica disturba tanto il corso evolutivo del movimento, quanto la diffusione delle iniziative, o perlomeno ha l’ingenua intenzione di tentare una tale azione di disturbo. Ma poiché il corso del movimento e la diffusione delle iniziative devono progredire in ogni caso (non è forse così?), la critica è eo ipso sabotaggio della rivoluzione e quindi appunto reazionaria. Effettivamente, è chiaro. Chi osa mettere in discussione l’alienazione provocata dalla politica del collaborazionismo paraistituzionale e del fronte unito (quello che una puerile retorica movimentista chiama «rifiuto delle identità») assomiglia a chi osa mettere in discussione l’alienazione prodotta dalla tecnologia (quello che una puerile propaganda democratica chiama «progresso»).
Secondo Anders «è noto che l’identificazione di “critica” e “reazionario”, lo stigmatizzare il critico come sabotatore reazionario, facevano parte della tattica ideologica del nazionalsocialismo; l’espressione favorita, “criticone”». Ma poiché Hitler ha vinto, come constatava amaramente Jacques Ellul nel 1945 subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, non sono più i soli nazisti a prendersela con i “criticoni”, ma anche i loro odierni nemici. D’altra parte basti pensare alla similitudine riscontrabile in un concetto che ha fatto sempre furore nelle sacrestie dei vari partiti sovversivi, quello di «disfattismo controrivoluzionario». Non è questa l’accusa rivolta a quei compagni che nel 1936 alzarono la loro voce contro l’ingresso nel governo da parte degli anarchici spagnoli? In Spagna c’era la rivoluzione, la Fai e la Cnt combattevano per l’anarchia, la tattica lo esigeva per essere adeguati alla situazione, bisognava esserci per capirlo, e quindi solo dei disfattisti controrivoluzionari potevano criticare compagni coraggiosi e valorosi (come Juan García Oliver, ad esempio) che sull’onda delle circostanze decisero di diventare ministri. Agli anarchici italiani che negli Stati Uniti pubblicavano L’Adunata dei Refrattariandò anche bene, in fin dei conti vennero solo accusati di essere dei controrivoluzionari che da un oceano di distanza discettavano su cosa fosse giusto o sbagliato fare. Assai peggio pare sia toccato ad alcuni appartenenti a los Amigos de Durruti, che quella stessa critica espressero sul campo di battaglia, i quali per questo trovarono la morte. E non per mano fascista. Ciò accadde dopo essere stati accusati di essere «provocatori» al servizio del nemico, accusa che all’interno del movimento è stata spesso lanciata addosso a chi osa disturbare lo spaccio del discorso ideologico ufficiale. Oltre agli Amici di Durruti (in fondo legati ad una concezione anarco-sindacalista), ricordiamo Vittorio Pini, molti individualisti anarchici, “anti-organizzatori” come Renato Souvarine, o gli stessi comontisti.
Basta coi personalismi!
Ma accusare la critica di essere reazionaria è ancora concederle una ragione superiore, una motivazione «politica» (in fondo, un anarchico che si fa ministro della Giustizia è davvero una contraddizione dura da accettare). Cosa che non sempre è attuabile, né auspicabile. In effetti è più scaltro trovare altri scopi da attribuire a questo sguardo critico che punta su di noi, scopi reconditi, bassi, doppi. Se qualcuno mette in evidenza i nostri difetti, lo fa solo per malanimo. Non è una critica, è un attacco personale! La prima è lecita, ci mancherebbe, il secondo è intollerabile. Ora, per capire la vetustà di un simile espediente, nonché per confutarne la fondatezza, lasciamo la parola a qualcuno che conosceva assai bene l’argomento in questione. Così scriveva l’anarchico Paolo Schicchi nel lontano 1891 in un articolo intitolato Personalità: «Tutte le volte che si veggono toccati certi idoli e certi compari in camarilla e compromesse le proprie maschere ed i propri interessi; allorché insomma scende la sferza su qualche farabutto, o babbeo, o vigliacco, e si sentono delle verità che non piacciono, si piagnucola: “Non facciamo personalità”. Ma, di grazia, che cosa intendete perpersonalità? Io, per conto mio, intendo questo: Ogni attacco che mira a semplici ire ed interessi di persone, senza relazione alcuna colle idee. Tutto ciò però che riguarda più o meno davvicino la lotta che si combatte, ogni rapporto dell’individuo coi principi che professa, esce dal campo delle personalità ed entra in quello delle idee. Dite, moralisti a dieci centesimi la dozzina, attaccando questo o quel monarchico, il tale e tale altro sindaco, o ministro, o deputato, o funzionario, o borghese qualsiasi, non fate delle personalità?».
La critica prende di mira i fatti e le idee, a prescindere della persona che agisce e pensa. L’attacco personale prende di mira per l’appunto la singola persona in quanto tale, a prescindere da quello che fa e dice. I personalismi sono quelli che si basano su motivazioni che non hanno alcun rapporto con le idee: prendersela con qualcuno perché ha corteggiato la persona che si ama, perchè ha distrutto un’automobile presa in prestito, perché tifa per la squadra avversaria… o per qualsiasi altra ragione prettamente personale. Ovviamente è facile travestire una diatriba privata in una critica, tentare di spacciare il futile rancore per una seria divergenza di idee. Ma è un trucco facile anche da smascherare: basta osservare se la critica formulata viene indirizzata a tutti coloro che condividono quanto contestato o solo ad uno o pochi fra loro. Se tuono contro Tizio perché ha partecipato a chissà quale iniziativa o ha espresso chissà quale parere, poi non posso lodare Caio che era presente alla medesima iniziativa o ha ribadito lo stesso parere. Altrimenti i miei fulmini sono fuochi artificiali per nascondere i miei veleni personali. Un esempio tristemente celebre, in questo senso, è quello di Johann Most, da sempre acceso sostenitore degli atti di rivolta individuali, che si scagliò contro Alexander Berkman biasimandolo per aver sparato contro l’industriale Henry Frick. Contraddizione talmente plateale che furono in molti a capire che in realtà la colpa di Berkman era ben altra, ovvero quella di aver conquistato il cuore della giovane Emma Goldman, allora pupilla del vecchio anarchico tedesco.
Paradossalmente, come per altro faceva notare già Schicchi oltre un secolo fa, i personalismi li fanno proprio coloro che tanto se ne lamentano. Coloro che sono pronti ad inveire ed attaccare quando una determinata condotta viene messa in atto da chi è lontano, ma sono pronti a giustificare e difendere quando ne è responsabile chi è vicino. Dimostrando così che i loro pareri sono mutabili ad personam. Tutto si può fare e si può dire, dipende solo da chi lo fa e lo dice: è uno dei nostri o uno dei loro? Se un disobbediente se la fa con i riformisti, allora non ci sono dubbi: è un politicante opportunista. Invece, un anarchico che se la fa con i riformisti… è un abile stratega? E la differenza fra i due in cosa consisterebbe, dato che il comportamento è il medesimo? Nelle intenzioni malvage del primo (che ci è del tutto sconosciuto) da non confondere con quelle buone del secondo (che ci è tanto amico)? Ebbene, proprio questo è fare del personalismo. Usare criteri di giudizio opposti a seconda della persona interessata. Ecco perché il pretesto dei personalismi da evitare per spegnere la critica è uno dei favoriti da chi non possiede idee da sostenere, ma solo rapporti di amicizia da salvaguardare.
Lo stile del dito
C’è poi il solito pretesto dello stile. Criticare va bene, però deve essere fatto nelle dovute maniere. Con i nemici dichiarati che se ne stanno lontani, si può ben sbraitare. Ma quando ci si rivolge a qualcuno vicino, la critica deve essere preceduta da un inchino di riconoscimento. Deve essere garbata, soave, delicata, sussurrata, per non sgualcire la sensibilità del prossimo. Altrimenti che non ci si stupisca se poi, anzichè la luna, lo sguardo di tutti finirà sul dito sporco che la indica. Come se lo stile non fosse una questione prettamente singolare, varia e variabile a seconda delle persone e delle circostanze. Come se la scelta fra una prosa pedagogica e una «prosa francese alla ghigliottina» non fosse esclusivo fatto di gusto personale, del tutto insindacabile. Ma chi lo ha detto che nelle discussioni fra compagni si debba per forza adoperare la forma «permettimi di farti notare che non condivido del tutto il tuo parere per altro rispettabile…», anziché un più sincero e diretto «stai dicendo stronzate»? Lo stile potrà anche infastidire (in entrambi i sensi, per altro), ma in sé non consiste argomento per respingere il contenuto della critica. Perché questo e solo questo è il punto: chi se ne frega se il dito è pulito o sporco, quando è la luna che bisogna guardare? Il tono imprecatorio risulta davvero irritante solo quando serve a nascondere la totale mancanza di contenuti, non quando li accompagna.
Ci aveva già provato Luigi Fabbri, nella sua polemica con gli individualisti, a sfoderare quest’arma insulsa quanto mai, a piagnucolare contro il linguaggio violento di un certo anarchismo. Partendo dal presupposto che «nella polemica e nella propaganda — ove si tratta di convincere e non di picchiare — usa più violenza di linguaggio chi è più povero di argomenti», egli arrivava alla conclusione che «non si convince e non si persuade con la violenza di linguaggio, con l’invettiva e l’insulto, ma bensì con la cortesia e l’educazione dei modi». Evidentemente questo maestro di scuola elementare pensava che tutti i suoi lettori ed ascoltatori fossero bambini da educare, che bastasse spiegare con cura e pacatezza le varie questioni per illuminarli e metterli sulla retta via. Non è così, non è mai stato così. C’è chi soffoca davanti all’educazionismo e non è disposto né a salire in cattedra né a sentirsi impartire lezioni. E c’è poi chi non ha alcuna intenzione di convincere o persuadere gli altri, accontentandosi di esprimere il proprio pensiero. Per non parlare di chi alterna — a torto o a ragione — pacatezza ed ira. Ma soprattutto, chi lo ha detto che una argomentazione non possa e non debba esprimersianche attraverso le sferzate? Che il tono pretesco sia l’unico degno di rispetto? Che le carezze siano più adatte a risvegliare coscienze ed animi dei pizzicotti? Non esiste una linea di condotta univoca da seguire scrupolosamente, esistono infinite maniere che si presume siano varie come varie sono le individualità. A ciascuno il suo stile, quale che sia.
Il solito Paolo Schicchi, uno degli obiettivi della critica fabbriana, entrava in merito alla discussione osservando che «se fosse vero quello che afferma il Fabbri, che cioè la violenza verbale, le invettive, le ingiurie ecc., sono indice di vacuità, di mancanza d’argomenti e di stolido ragionare, bisognerebbe relegare… tra le declamazioni degli impotenti i più grandi capolavori del genio umano, le più poderose polemiche e le più formidabili satire», fra cui indicava opere di Orazio, Dante Alighieri, Vittorio Alfieri, Giacomo Leopardi, Francesco Redi, Giordano Bruno, Demostene. Viceversa «si dovrebbe invece collocare tra le opere più belle, più profonde e più educative i belati d’Arcadia e i grugniti di sagrestia, i vaneggiamenti dell’arteriosclerosi e le rifritture dei santoni, le serenate alla luna e i salmi ritmici dei rospi». Nel ricordare a tutti gli ecumenici che chi è collerico è amoroso, Schicchi non aveva dubbi: «qualsiasi seguace d’un’idea in lotta con un mestatore, con un persecutore, con un traditore non può che trovare accenti di sdegno e manifestazioni di collera. Il contrario non sarebbe di uomini con sangue, muscoli e nervi, ma di asceti, di castrati o di gesuiti».
Uno sguardo al passato?
Ad ogni modo, per dimostrare come quello dei personalismi e dello stile non sono mai stati che fumo negli occhi sollevato da chi non sa come e cosa controbattere, è sufficiente ricordare una meno nota polemica del passato. Non furono solo gli anarchici più sanguigni e virulenti a venire bacchettati, ovvero invitati a moderare le loro critiche. Capitò perfino al più insospettabile fra tutti, nientepopodimeno che ad Errico Malatesta. Sì, proprio a lui, la cui maggioranza di articoli sono per di più di critica e di polemica (garbata, ma financo pedante). Quando nel 1897 Amilcare Cipriani partì per la Grecia per combattere la guerra di liberazione contro il dominio turco, Malatesta alzò la sua voce. L’ex-comunardo poteva ben sperare di accendere la scintilla rivoluzionaria quale che fosse la situazione in cui intervenire, ma l’anarchico napoletano non poteva accettare che il movimento venisse trascinato in una guerra nazionalista (sovvenzionata per lo più da forze autoritarie). Per questo dalle pagine del suo giornale si scagliò contro quella che definì una «garibaldinata». Il povero Cipriani, non esattamente un fine teorico, rimase spiazzato da quelle parole. E quindi cosa fece? Rispose lamentandosi contro «l’attacco personale» lanciatogli da Malatesta, piagnucolando per l’amicizia tradita. Malatesta, sospirando davanti a simili baggianate, tornò più volte sull’argomento. Come si vede, quando non si hanno argomenti, non è lo stile gentile e beneducato a garantire una benevola accoglienza della critica. Come si vede, quando non si hanno argomenti, sono sempre gli stessi pretesti che si usano per evitare il dibattito.
In quanto a servitù volontaria, abbiamo raggiunto quota sei miliardi. In quanto a critica, siamo a zero. È quasi incredibile sentire sospiri di nostalgia nei confronti del movimento anarchico del lontano passato venire accompagnati dagli strali contro chi oggi continua a «fare polemiche». Chi si prendesse la briga di sfogliare la stampa sovversiva del passato, quel glorioso passato tanto compianto, scoprirebbe che la stragrande maggioranza dello spazio era dedicata a polemiche di una violenza quasi brutale (a paragone delle quali, quelle odierne sono rari e innocui passatempi). Ciò non fa venire in mente nulla agli odierni ecumenisti? Non è il dibattito acceso la causa della miserabile situazione in cui versa oggi il movimento, bensì il dibattito spento, disertato, assente. La furia che deborda dai vecchi giornali anarchici è l’espressione della vitalità di quel movimento, composto da esseri umani in carne ed ossa, pronti a battersi per le proprie idee fino alla morte. La quiete che campeggia (e viene pretesa) oggi è l’espressione dell’assenza di idee dilagante nel movimento.
«Nella misura in cui aumenta la nostra capacità e volontà di autocritica, si innalza pure il livello della nostra critica», diceva qualcuno. È vero anche il suo contrario: il livello della nostra autocritica si abbassa nella misura in cui si abbassa la nostra capacità e volontà di critica. Uno sguardo critico è uno sguardo che vuole migliorare e migliorarsi. Per questo non cerca i pregi di cui compiacersi, ma i difetti su cui interrogarsi. Ovunque, dappertutto, in chiunque. Uno sguardo vanitoso ed apologetico odia i difetti. Ha occhi solo per i pregi. Non vuole migliorare nulla, vuole crogiolarsi, contemplarsi, farsi riconoscere e adulare. Non cercando i difetti, tende a non sviluppare nessuna facoltà critica. Né verso gli altri, né verso se stesso.
In una foto scattata durante la rivoluzione spagnola, si vedono alcune persone davanti ad una bancarella di libri. Bambini, giovani, anziani. Intere generazioni, gli occhi scintillanti su quegli oggetti magici, accorse davanti all’idea che dava senso alla vita. Oggi nel corso delle iniziative le bancarelle dei libri vengono ignorate dagli stessi compagni, usate per appoggiarvi le bottiglie di birra. Con il deperimento della conoscenza, deperisce anche la coscienza. Quando non si possiede più la capacità di criticare (e quindi di autocriticare), è ovvio che viene meno in tal senso anche la volontà — e viceversa. Non alimentato, il pensiero critico si atrofizza e scompare.
Al suo posto sorge la retorica, questa declamazione pomposa, vuota, mobilitante che si sta diffondendo un po’ dappertutto. La retorica non urta con osservazioni pungenti, accarezza con espressioni suadenti. Ecco perché è bene accolta da tutti, perché non mette in discussione nulla. Sprona ad andare avanti senza porsi interrogativi, ovvero senza pensare. Cos’è più gratificante, sentirsi dire «hai fatto un errore» o «sei bello come il sole»? Non ci sono dubbi. Il successo della retorica è perciò assicurato, l’ostilità per la critica pure. Eppure è solo la critica che fa crescere, la retorica fa tutt’al più gonfiare, veleggiare finché il vento è in poppa.
Ma alla prima folata avversa…
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