“Abbiamo abolito i politici delle Province”, diceva lo scorso aprile il presidente del Consiglio, Matteo Renzi. Fatta la riforma, però, ecco trovato l’inganno. Era andata così già sul “tesoretto”, ve lo abbiamo raccontato per filo e per segno. Ora lo stesso sta accadendo a proposito delle Province, di cui per mesi il Governo ha discusso sui giornali “l’abolizione”, salvo poi scoprire – anche su mezzi di comunicazione non certo antigovernativi, vedi per esempio il Post diretto da Luca Sofri – che di “abolizione” non c’è traccia. Al massimo abbiamo assistito a una “sostituzione con nuovi enti che continueranno a occuparsi di edilizia scolastica, tutela e valorizzazione dell’ambiente, trasporti, strade provinciali e per i quali (a differenza di prima) non ci saranno più elezioni dirette”.

Ma andiamo per ordine, ricordando innanzitutto quanto ci sono costate le Province fino al 2013. Soltanto per le spese di quell’anno, infatti, abbiamo elaborazioni succose, appena pubblicate dalla Corte dei Conti (con solo un anno e mezzo di ritardo, alla faccia della trasparenza!). Iniziamo dai “dirigenti” delle stesse Province. Sono quelli, tra tutti i livelli istituzionali dello Stato italiano, che costano di più: 97.444 euro la spesa media nel 2013 per ciascuno di loro, contro 89.748 dei dirigenti delle Regioni e 85.075 di quelli comunali.E’ quanto rende noto la Corte dei Conti nella sua relazione su “La spesa per il personale degli enti territoriali”. Spesa che, in totale, ammonta a circa 15 miliardi di euro (invariata rispetto all’anno precedente) ed è così ripartita: 2,8 miliardi per le Regioni, 1,5 per le Province e 10,9 per i Comuni. E attenzione: l’analisi non comprende gli organismi partecipati, che non sono soggetti all’obbligo di redazione del conto annuale. Nelle Regioni l’incidenza è di un dirigente ogni 14 unità di personale, nei Comuni è di 1 ogni 67 e nelle Province di 1 ogni 53, con significative variazioni da Regione a Regione.

Questi dati, appena pubblicati, si riferiscono comunque a un’era in cui Renzi era ancora in lotta per conquistare le leadership del Partito democratico. Dopodiché il suo Governo – in carica dal 2014 – ha capito che i tagli alla spesa pubblica, nonostante quello che dicano tanti soloni, nell’Italia di oggi sono più che popolari, specialmente se colpiscono sacche di burocrazia inutile e dispendiosa. Da qui l’idea di strombazzare i “tagli” alle Province. Adesso però è arrivata la stessa Corte dei Conti che, in un altro documento appena pubblicato, intitolato “Il riordino delle Province. Aspetti ordinamentali e riflessi finanziari” (qui il documento integrale), fa piazza pulita della propaganda.

Innanzitutto prendiamo le voce “entrate” e “uscite” delle Province. Le prime sono diminuite di molto, di quasi 1,2 miliardi grazie a tagli lineari di Roma (e non certo perché siano diminuite le imposte provinciali!). Le uscite invece sono scese di appena 287 milioni di euro, cioè del 4 per cento del totale, rimanendo al livello monstre di 7,3 miliardi di euro nel 2014. Per riassumere, prendiamo in prestito le parole di Maurizio Belpietro, direttore di Libero, unico giornale che ha messo la notizia in prima pagina: “Le Province continuano a costare una montagna di quattrini ai contribuenti”. E se le entrate delle Province calano a picco, mentre le uscite restano elevate, ecco che il saldo della gestione corrente nel 2014 supera di poco il mezzo miliardo di euro (era a 1,4 miliardi l’anno prima), avvicinando questi enti a un dissesto finanziario tutt’altro che risolutivo.

Infine ci sono i contraccolpi istituzionali, meno comprensibili nell’immediato, ma certo forieri di problemi futuri. Torniamo a dare la parola ai magistrati contabili: l’attuazione del riordino delle Province “sta incontrando ritardi”, scrivono. “L’anticipazione degli effetti finanziari che si concretizzano nei tagli di spesa” disposti dalla Legge di Stabilità, “rispetto all’effettivo trasferimento” delle uscite, come “la spesa per il personale eccedentario”, produce un “effetto distorsivo”. “Si verifica, in particolare, che, ad esercizio finanziario 2015 inoltrato, l’onere della spesa che doveva essere trasferito” secondo la tempistica della legge Delrio, “resta ancora a carico delle Province (ed il fenomeno è presumibilmente destinato a protrarsi)”. “Una parte della spesa, soprattutto di quella per il personale, grava su una gestione che, non avrebbe invece dovuto considerarla nel proprio programma finanziario”. Ecco “un’anomalia” che “sarà rilevante ai fini del rispetto del patto di stabilità interno 2015, con effetti sugli esercizi futuri degli stessi enti che dovessero risultare inadempienti”. Quindi per la Corte appaiono come “indispensabili – scrive – un riallineamento ed un costante coordinamento tra le fasi procedimentali di trasferimento delle funzioni e delle risorse” e “la produzione degli effetti finanziari che ad esse si correlano, al fine di garantire una corretta attuazione della riforma degli enti di area vasta ed il rispetto dei criteri di sana gestione finanziaria, nonché la regolarità amministrativo-contabile delle gestioni dei medesimi enti”.

Fatta la riforma, trovato l’inganno.

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